Una recente analisi scientifica ha osservato che, tra le persone molto anziane, il consumo di alimenti di origine animale è associato a una probabilità più elevata di raggiungere età eccezionalmente avanzate, come i 100 anni.
Tuttavia, questo risultato non implica automaticamente che mangiare carne favorisca la longevità in senso generale, né che le diete vegetali siano sfavorevoli.
Al contrario, il quadro che emerge è più complesso e fortemente dipendente dall’età, dallo stato nutrizionale e dal contesto fisiologico individuale.
Lo studio in questione ha utilizzato i dati del Chinese Longitudinal Healthy Longevity Survey , un ampio progetto di ricerca avviato alla fine degli anni 90 che segue nel tempo migliaia di cittadini cinesi ultraottantenni.
Analizzando i partecipanti ancora in vita nel 2018, i ricercatori hanno riscontrato che gli individui che escludevano completamente la carne dalla dieta risultavano meno rappresentati tra i centenari rispetto a coloro che ne facevano uso.
Un risultato che, a prima vista, sembra entrare in contrasto con l’ampia letteratura che associa le diete prevalentemente vegetali a un miglior profilo di salute cardiovascolare e metabolica (Li et al., 2025).
Numerosi studi, infatti, hanno dimostrato che modelli alimentari ricchi di cereali integrali, legumi, frutta e verdura sono collegati a un rischio ridotto di cardiopatie, diabete di tipo 2 e obesità.
Questi effetti positivi derivano in larga parte dall’elevato apporto di fibre e dalla minore presenza di grassi saturi (Ekmekcioglu, 2020).
Tuttavia, la maggior parte di queste prove riguarda adulti giovani o di mezza età, non popolazioni molto anziane e spesso fragili.
Con l’avanzare dell’età, infatti, l’organismo va incontro a cambiamenti profondi.
Il metabolismo rallenta, la massa muscolare e la densità ossea tendinea a ridursi, l’appetito cala e l’assorbimento dei nutrienti diventa meno efficiente.
In questo contesto, il rischio di malnutrizione e sarcopenia aumenta sensibilmente, rendendo cruciale la densità nutrizionale degli alimenti consumati (Wallace, 2019).
È proprio in questa fase della vita che le priorità nutrizionali cambiano.
L’obiettivo non è più soltanto prevenire le malattie croniche nel lungo periodo, ma mantenere forza muscolare, stabilità ossea e peso corporeo adeguato.
Alcune ricerche indicano, negli anziani molto avanzati, un apporto insufficiente di proteine e micronutrienti come vitamina B12, calcio e vitamina D può aumentare il rischio di fratture, disabilità e mortalità (Franceschi 2018.).
Un aspetto chiave emerso dallo studio cinese è che la minore probabilità di diventare centenari tra chi non consumava carne era evidente solo nei soggetti sottopeso.
Negli anziani con un peso considerato nella norma, tale associazione non risultava significativa. Questo dato suggerisce che lo stato nutrizionale complessivo, più che la scelta alimentare in sé, gioca un ruolo determinante.
Essere sottopeso in età avanzata è già noto come fattore di rischio per fragilità e ridotta sopravvivenza, in linea con il cosiddetto “paradosso dell’obesità”, secondo cui un indice di massa corporea leggermente più elevato può essere protettivo negli anziani (Vetrani 2026)
È inoltre rilevante notare che l’associazione negativa non era presente tra coloro che, pur evitando la carne, includevano nella dieta pesce, uova o latticini.
Questi alimenti forniscono proteine ad alto valore biologico e micronutrienti essenziali per il mantenimento di muscoli e ossa.
Gli anziani che seguivano questo tipo di alimentazione mostravano probabilità di longevità estrema simili a quelle dei consumatori di carne (Dakic et al., 2022).
Nel complesso, le evidenze suggeriscono che non esiste un modello alimentare “universale” valido per ogni fase della vita.
Le diete basate prevalentemente su alimenti vegetali possono essere salutari anche in età avanzata, ma richiedono una pianificazione attenta e, in alcuni casi, un’integrazione mirata per evitare carenze.
In età molto avanzata, prevenire la perdita di peso e la denutrizione può diventare più importante della rigorosa adesione a un paradigma dietetico specifico (Longo, 2019).
In conclusione, ciò che risulta appropriato dal punto di vista nutrizionale a 50 anni può non esserlo più a 90.
Le raccomandazioni alimentari dovrebbero quindi essere flessibili e adatte all’età, allo stato di salute e alle esigenze individuali, riconoscendo che l’invecchiamento comporta cambiamenti fisiologici che richiedono strategie nutrizionali diverse nel corso della vita.
Fonte: Chloe Casey, docente di nutrizione e comportamento, Università di Bournemouth