Un recente studio, pubblicato sulla rivista Journal of Hazardous Materials: Plastics e co-firmato da ricercatori dell’Australian Rivers Institute presso la Griffith University, ha dimostrato che i bicchieri monouso per bevande calde – sia quelle interamente in plastica che quelle in carta con rivestimento plastico – rilasciano quantità significative di microplastiche quando esposte a temperature elevate.

Questo fenomeno è particolarmente accentuato con liquidi caldi, come il caffè appena preparato.

Un consumo globale impressionante

In un paese come l’Australia, si stima che ogni anno vengano utilizzati circa 1,45 miliardi di bicchieri monouso per bevande calde e quasi 890 milioni di coperchi in plastica.

A livello mondiale, il numero sale a oltre 500 miliardi di tazze annue, secondo i dati della Ellen MacArthur Foundation (2023).

La maggior parte di questi contenitori, pur sembrando di carta, è internamente rivestita con uno strato sottile di polietilene (PE) o altri polimeri per renderli impermeabili.

Questo rivestimento, tuttavia, non è stabile a temperature elevate.

Cosa sono le microplastiche?

Le microplastiche sono frammenti di materiale sintetico con dimensioni comprese tra 1 micrometro e 5 millimetri – paragonabili a un granello di polline o a un semi di sesamo.

Possono derivare dalla degradazione di oggetti più grandi (microplastiche secondarie) oppure essere prodotte intenzionalmente per uso industriale o commerciale (microplastiche primarie).

Una volta rilasciate nell’ambiente, queste particelle si infiltrano nelle catene alimentari, nei corsi d’acqua e persino nell’aria che respiriamo.

Studi recenti, tra cui quelli condotti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2022), hanno confermato la presenza di microplastiche in campioni di sangue umano, feci e tessuti polmonari, sebbene gli effetti a lungo termine sulla salute rimangano ancora poco chiari.

Una delle principali sfide della ricerca in questo campo è l’elevato rischio di contaminazione durante il campionamento e l’analisi, che rende difficile quantificare con precisione l’esposizione reale negli esseri umani.

Tuttavia, la comunità scientifica concorda sul fatto che ridurre l’ingestione involontaria di queste particelle sia una misura preventiva ragionevole.

Il ruolo cruciale della temperatura

Per comprendere meglio il fenomeno, il team di ricerca ha condotto una meta-analisi di 30 studi peer-reviewed, esaminando il comportamento di polimeri comuni come il polietilene (PE) e il polipropilene (PP) in diverse condizioni ambientali.

I risultati hanno evidenziato un fattore determinante: la temperatura del liquido.

Più il contenuto è caldo, maggiore è il rilascio di microplastiche. In alcuni casi, le concentrazioni rilevate variavano da poche centinaia a oltre 8 milioni di particelle per litro, a seconda del tipo di materiale e del protocollo sperimentale.

Sorprendentemente, il tempo di contatto tra la bevanda e il contenitore – noto come “tempo di ammollo” – ha mostrato un’influenza marginale.

Ciò suggerisce che il danno avviene soprattutto nei primi istanti di esposizione al calore, piuttosto che con il prolungarsi del contatto.

Esperimenti sul campo: 400 tazze analizzate

Per validare questi dati in contesti reali, i ricercatori hanno raccolto 400 tazze da caffè a Brisbane, suddivise in due categorie principali:

  1. Tazze interamente in plastica (polietilene)
  2. Tazze in carta con rivestimento interno in plastica

Entrambi i tipi sono stati testati con acqua a 5°C (simulando bevande fredde) e a 60°C (temperatura tipica del caffè caldo). I risultati hanno confermato due tendenze chiave:

  • Il materiale conta: i bicchieri di carta rivestite rilasciano meno microplastiche rispetto a quelle completamente in plastica, a parità di temperatura.
  • Il calore amplifica il rilascio: nel caso delle tazze in polietilene, passare da acqua fredda a calda ha incrementato il rilascio di particelle del 33%.

In termini pratici, una persona che consuma quotidianamente 300 ml di caffè in una tazza di plastica potrebbe ingerire fino a 363.000 microplastiche all’anno.

Perché il calore accelera il rilascio?

Grazie a microscopi elettronici ad alta risoluzione, i ricercatori hanno osservato che le superfici interne delle tazze in plastica presentano una struttura irregolare, con creste e avvallamenti microscopici.

Quando esposte al calore, queste superfici si espandono e si ammorbidiscono, facilitando il distacco di frammenti.

Il rivestimento delle tazze di carta, pur essendo anch’esso plastico, risulta generalmente più liscio e compatto, il che ne riduce la tendenza a frammentarsi.

Strategie per ridurre l’esposizione

Non è necessario rinunciare al comfort del caffè da asporto, ma è possibile adottare scelte più sicure:

  • Preferire contenitori riutilizzabili in materiali inerti come acciaio inox, vetro o ceramica, che non rilasciano microplastiche.
  • Se si usano tazze monouso, optare per quelle in carta con rivestimento plastico piuttosto che per quelle interamente in plastica.
  • Chiedere al barista di non versare il caffè bollente direttamente nella tazza: attendere qualche minuto o diluirlo leggermente con latte o acqua può abbassare la temperatura iniziale e ridurre lo stress termico sul rivestimento.

Queste semplici azioni, combinate con una maggiore consapevolezza dei materiali con cui entriamo in contatto quotidianamente, possono contribuire a limitare l’ingestione involontaria di microplastiche.

Verso un futuro più sicuro

La ricerca sottolinea l’urgenza di sviluppare alternative sostenibili e sicure per il packaging alimentare, specialmente per prodotti destinati a contenere liquidi caldi.

Alcune aziende stanno già sperimentando rivestimenti a base di biopolimeri (come l’acido polilattico, PLA) o cere vegetali, ma la loro diffusione su larga scala richiede ulteriori studi sulla stabilità termica e sull’impatto ambientale.

Nel frattempo, comprendere il legame tra temperatura, materiale e rilascio di microplastiche ci permette di fare scelte più informate – non solo per la salute personale, ma anche per ridurre il carico di inquinamento plastico nell’ambiente.


1. Studio originale citato (Journal of Hazardous Materials: Plastics)

  • Titolo: Microplastic release from disposable hot beverage cups under real-world conditions
  • Link: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2949877X24001234
    (Nota: Il nome esatto della rivista è “Journal of Hazardous Materials Letters” o “Journal of Hazardous Materials”; “Plastics” è una sezione tematica. Verifica il DOI tramite ricerca su Google Scholar con gli autori Xiangyu Liu e Chengrong Chen.)

🔍 Suggerimento: Cerca su Google Scholar:
"Xiangyu Liu" "microplastics" "coffee cups" site:griffith.edu.au


2. Ellen MacArthur Foundation – Dati sull’uso globale di tazze monouso


3. Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – Microplastiche nell’acqua potabile


4. National Institute of Environmental Health Sciences (NIEHS) – Ricerca sulle microplastiche


5. Studio sulla presenza di microplastiche nel sangue umano (Environment International, 2022)


6. Alternative ai rivestimenti in plastica (biopolimeri come PLA)


7. Australian Government – Waste Statistics (tazze monouso in Australia)

Foto di Paolo Berretta da Pixabay