I numeri del Servizio sanitario nazionale possono raccontare storie molto diverse se finanziamento, spesa, PIL e accesso alle cure vengono confusi.

Questo articolo nasce dal dibattito che nelle ultime settimane si è sviluppato sui social network attorno allo stato del Servizio sanitario nazionale, alla sua sostenibilità economica e alla lettura dei principali indicatori di spesa e finanziamento. Medici, professionisti sanitari, divulgatori e cosiddetti influencer sono intervenuti con interpretazioni spesso molto distanti tra loro, talvolta diametralmente opposte, utilizzando numeri e serie statistiche per sostenere valutazioni differenti sul presente e sul futuro della sanità pubblica italiana.

Proprio questa forte polarizzazione rende utile fermarsi sui dati, ricostruirne il significato e verificare con precisione che cosa misurino realmente. L’obiettivo non è stabilire quale posizione politica debba prevalere, ma comprendere come indicatori apparentemente semplici — finanziamento del SSN, spesa sanitaria, rapporto con il PIL, spesa pro capite, liste d’attesa, personale e accessibilità delle cure — possano restituire immagini molto diverse quando vengono utilizzati senza il necessario contesto metodologico.

La scelta adottata in questa analisi è quindi precisa: utilizzare esclusivamente dati provenienti da fonti istituzionali primarie, in particolare Ministero della Salute, Ragioneria Generale dello Stato, ISTAT, AGENAS e OECD, mantenendo separate le evidenze quantitative dalle valutazioni politiche.

Il problema, infatti, non è che i dati “mentano”. Più spesso accade qualcosa di metodologicamente più sottile: un dato vero viene isolato dal proprio denominatore, dalla serie storica, dal perimetro contabile o dagli altri indicatori necessari a interpretarlo.

Ed è in quel passaggio che una statistica può trasformarsi in uno strumento retorico.

Il primo errore: confondere finanziamento e spesa sanitaria

Uno dei problemi più frequenti nel dibattito sulla sanità italiana consiste nell’utilizzare come sinonimi grandezze che appartengono a sistemi contabili differenti.

Il finanziamento del Servizio sanitario nazionale a carico dello Stato non coincide con la spesa del SSN e quest’ultima, a sua volta, non coincide con la spesa sanitaria complessiva del Paese.

Il Ministero della Salute definisce il fabbisogno sanitario nazionale standard come il livello complessivo delle risorse del SSN al cui finanziamento concorre lo Stato. La serie ufficiale mostra che il finanziamento è passato da 114,474 miliardi di euro nel 2019 a 119,893 miliardi nel 2020, 122,061 nel 2021, 125,980 nel 2022, 128,869 nel 2023 e 134,015 miliardi nel 2024 [1].

Una prima affermazione può quindi essere formulata con ragionevole certezza: il finanziamento nominale del SSN è aumentato.

Ma questo dato, da solo, non risponde a tutte le domande.

Non dimostra, per esempio, che la capacità reale di acquistare personale, farmaci, dispositivi medici, energia, tecnologie o prestazioni sia aumentata nella stessa proporzione. Per stabilirlo occorrerebbe considerare anche la dinamica dei prezzi e dei costi specifici sostenuti dal sistema sanitario.

Questa distinzione tra valori nominali e valori reali è fondamentale.

Affermare che “non sono mai state destinate così tante risorse alla sanità” può essere corretto se si parla del valore nominale espresso in euro correnti. Diventa invece metodologicamente insufficiente se da questa constatazione si deduce automaticamente che il sistema disponga oggi di una capacità di spesa proporzionalmente superiore rispetto al passato.

Allo stesso modo, usare genericamente il termine “taglio” richiede di precisare che cosa si intende: una riduzione nominale dello stanziamento? Una perdita di potere d’acquisto? Una crescita inferiore all’inflazione? Una diminuzione rispetto al PIL? Oppure una differenza rispetto a un fabbisogno teoricamente stimato?

Sono fenomeni diversi.

Tre numeri diversi per lo stesso anno: e possono essere tutti corretti

Il 2024 fornisce un esempio particolarmente efficace di quanto sia rischioso confrontare cifre senza conoscerne la definizione.

Il Ministero della Salute indica per quell’anno 134,015 miliardi di euro di finanziamento del SSN a carico dello Stato [1].

La Ragioneria Generale dello Stato, attraverso OpenBDAP, registra invece per il 2024 una spesa sanitaria degli enti del SSN pari a circa 149,2 miliardi di euro, in aumento del 4,2% rispetto all’anno precedente [2].

ISTAT, attraverso il Sistema dei conti della sanità, misura una grandezza ancora diversa: nel 2024 la spesa sanitaria totale italiana è stata pari a 185,1 miliardi di euro. Di questi, 137,5 miliardi sono stati finanziati dal settore pubblico, 41,3 miliardi direttamente dalle famiglie e 6,4 miliardi attraverso regimi di finanziamento volontari [3].

Dunque:

134,015 miliardi.

149,2 miliardi.

185,1 miliardi.

Qual è quello corretto?

Tutti e tre, perché non stanno misurando la stessa cosa.

Il primo riguarda il livello del finanziamento statale del SSN. Il secondo deriva dalla contabilità degli enti del Servizio sanitario nazionale. Il terzo utilizza il perimetro più ampio del Sistema dei conti della sanità e comprende anche componenti di spesa privata.

Utilizzare alternativamente queste cifre come se descrivessero la medesima variabile produrrebbe un errore metodologico.

È uno dei meccanismi attraverso i quali, nel dibattito pubblico, possono essere costruite narrazioni apparentemente incompatibili partendo da numeri autentici.

Il rapporto con il PIL è importante, ma non basta

Un altro terreno sul quale si genera spesso confusione riguarda il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo.

È un indicatore importante perché mette in relazione le risorse destinate alla salute con la dimensione dell’economia nazionale. Ma non deve essere trasformato nell’unico criterio di valutazione di un sistema sanitario.

Innanzitutto, si tratta di un rapporto.

Al numeratore c’è la spesa sanitaria; al denominatore c’è il PIL.

Se cambia significativamente il denominatore, può cambiare la percentuale anche senza una variazione equivalente delle risorse sanitarie.

La pandemia costituisce un esempio particolarmente evidente. Nel 2020 l’aumento della spesa sanitaria si è accompagnato a una forte contrazione dell’attività economica. Ne è derivato un aumento significativo della quota di PIL attribuita alla sanità. Interpretare quella percentuale come dimostrazione di un miglioramento strutturale del finanziamento sanitario sarebbe però improprio.

Nei documenti di finanza pubblica occorre inoltre distinguere la spesa sanitaria delle Amministrazioni pubbliche dalla spesa sanitaria complessiva utilizzata nelle comparazioni internazionali.

Secondo OECD Health Statistics 2025, l’Italia destina alla sanità complessivamente l’8,4% del PIL, rispetto a una media OECD del 9,3%. La spesa pro capite, corretta per le differenze di potere d’acquisto, è pari a 5.164 dollari PPP, rispetto a una media OECD di 5.967 dollari [4].

Anche questi dati devono essere interpretati per ciò che sono.

Mostrano che, secondo la metodologia armonizzata OECD, la spesa sanitaria italiana è inferiore alla media dell’organizzazione sia in rapporto al PIL sia in termini pro capite.

Non dimostrano automaticamente che ogni componente del sistema sanitario italiano funzioni peggio rispetto agli altri Paesi.

Spendere di più non significa automaticamente curare meglio

La terza distinzione riguarda un concetto centrale nella valutazione dei sistemi sanitari: quella tra input e outcome.

Le risorse finanziarie sono un input.

Lo sono il personale, i posti letto, le apparecchiature diagnostiche, i farmaci, gli investimenti e le strutture.

Gli outcome riguardano invece ciò che il sistema produce: accessibilità, tempestività, appropriatezza, continuità assistenziale, salute della popolazione ed esiti clinici.

Tra i due livelli esiste certamente una relazione, ma non un automatismo.

Per questo non è metodologicamente corretto utilizzare soltanto l’ammontare del finanziamento per concludere che l’accessibilità alle cure sia migliorata o peggiorata.

L’ISTAT documenta, per esempio, una criticità rilevante.

Nel 2024 il 9,9% della popolazione ha dichiarato di avere rinunciato a prestazioni sanitarie necessarie, rispetto al 7,6% del 2023. Le lunghe liste d’attesa interessavano il 6,8% della popolazione, mentre il 5,3% indicava difficoltà economiche tra le ragioni della rinuncia [5].

Questo dato richiede però la stessa prudenza metodologica applicata ai dati finanziari.

Non significa che il 9,9% degli italiani sia completamente escluso dal Servizio sanitario nazionale. L’indicatore riguarda persone che dichiarano di avere rinunciato, negli ultimi dodici mesi, a visite o esami specialistici di cui ritenevano di avere bisogno.

Una formulazione giornalistica più drammatica potrebbe quindi alterarne il significato reale.

Liste d’attesa: anche dati apparentemente opposti possono coesistere

La questione diventa ancora più interessante osservando i dati AGENAS.

Il primo Bollettino della Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa confronta il primo semestre 2026 con il medesimo periodo del 2025.

Le prenotazioni monitorate sono passate da 13,3 milioni a 14,9 milioni e AGENAS segnala oltre 1,6 milioni di prestazioni aggiuntive garantite entro i tempi previsti [6].

Come è possibile conciliare questo dato con la rinuncia alle prestazioni rilevata da ISTAT?

Non vi è necessariamente una contraddizione.

ISTAT e AGENAS stanno misurando fenomeni differenti, con metodologie differenti e in periodi differenti.

L’indagine ISTAT fotografa l’esperienza dichiarata dalla popolazione nel 2024.

La PNLA analizza invece determinate categorie di prime visite ed esami diagnostici prenotati ed erogati, confrontando il primo semestre 2025 con il primo semestre 2026.

Se si presentasse soltanto il dato ISTAT, si potrebbe costruire una rappresentazione interamente centrata sul deterioramento dell’accessibilità.

Se si presentasse soltanto il dato AGENAS, si potrebbe costruire la rappresentazione opposta.

La lettura scientificamente corretta richiede invece di affermare entrambe le cose: sono state documentate importanti difficoltà nell’accesso alle prestazioni e, nello stesso tempo, il più recente monitoraggio AGENAS mostra un incremento dell’attività erogata e delle prestazioni garantite entro i tempi previsti nel perimetro osservato [5,6].

È esattamente la differenza tra analizzare i dati e utilizzarli selettivamente.

Anche parlare genericamente di “carenza di personale” può essere fuorviante

Il problema si ripropone quando il dibattito si sposta sulla forza lavoro sanitaria.

Secondo OECD, l’Italia dispone di 5,4 medici praticanti ogni mille abitanti, rispetto a una media OECD di 3,9. Gli infermieri praticanti sono invece 6,9 ogni mille abitanti, contro 9,2 della media OECD. I posti letto ospedalieri sono 3,0 ogni mille abitanti, rispetto a 4,2 nella media OECD [4].

Non esiste quindi un unico indicatore chiamato “personale sanitario”.

Una densità relativamente elevata di medici può coesistere con una disponibilità infermieristica più bassa.

A ciò devono aggiungersi distribuzione geografica, discipline, età dei professionisti, pensionamenti previsti, rapporto tra territorio e ospedale, carichi assistenziali e differenze regionali.

L’espressione “mancano medici”, senza ulteriori qualificazioni, può essere quindi troppo generica per descrivere correttamente un problema che varia considerevolmente tra professioni, specialità e territori.

Il finanziamento continua a crescere, ma anche questo dato richiede contesto

Le manovre più recenti hanno previsto ulteriori incrementi delle risorse.

La legge di bilancio 2025 indicava un livello complessivo del finanziamento del SSN pari a 136,5 miliardi di euro nel 2025, destinato secondo la legislazione allora vigente a raggiungere 141,3 miliardi nel 2027 [7].

La successiva legge di bilancio 2026 ha disposto un ulteriore incremento del fabbisogno sanitario nazionale standard di 2,382 miliardi di euro per il 2026, 2,631 miliardi per il 2027 e 2,633 miliardi annui dal 2028, con diverse quote destinate a specifici interventi [8].

Anche qui è essenziale utilizzare correttamente il linguaggio.

Un incremento disposto dalla legge di bilancio non deve essere presentato come se rappresentasse l’intero finanziamento del SSN.

Allo stesso modo, uno stanziamento legislativo non coincide necessariamente con la spesa osservata a consuntivo.

Confondere stock, incremento annuale, finanziamento e spesa produce numeri formalmente corretti collocati però in relazioni matematicamente e contabilmente improprie.

La manipolazione più comune non richiede falsificare un numero

Nel dibattito pubblico non è necessario inventare una statistica per produrre una rappresentazione distorta.

È sufficiente praticare quello che nella comunicazione dei dati viene normalmente definito cherry-picking, cioè selezionare soltanto gli indicatori favorevoli alla tesi che si vuole sostenere.

Si può scegliere il finanziamento nominale ignorando l’inflazione.

Si può mostrare la percentuale sul PIL senza spiegare la dinamica del denominatore.

Si può utilizzare la spesa complessiva comprendendo la componente privata e confrontarla con un valore precedente riferito soltanto alla componente pubblica.

Si può citare la rinuncia alle cure senza indicare come l’indicatore è costruito.

Si può mostrare il miglioramento di una classe di priorità delle liste d’attesa facendolo apparire come una misura dell’intero SSN.

Nessuno di questi comportamenti richiede necessariamente un dato falso.

Il problema riguarda l’architettura del racconto.

È un principio particolarmente importante nell’epoca dei social network, dove grafici, percentuali e slogan vengono frequentemente estratti dal contesto metodologico che permetterebbe di interpretarli.

Su questo stesso tema della necessità di una comunicazione sanitaria verificabile e comprensibile si colloca anche il ruolo dei sistemi istituzionali di informazione sanitaria, approfondito nella pagina dedicata a ISSalute e alla comunicazione scientifica rivolta ai cittadini [PB1].

I dati sanitari devono essere letti come un sistema

Un’analisi tecnicamente seria del SSN dovrebbe quindi utilizzare simultaneamente almeno quattro livelli.

Il primo è finanziario: finanziamento, spesa, dinamica reale delle risorse e composizione pubblico-privato.

Il secondo è strutturale: personale, strutture, tecnologie, assistenza territoriale, posti letto e organizzazione.

Il terzo è assistenziale: volumi di prestazioni, liste d’attesa, appropriatezza, accessibilità e rinuncia alle cure.

Il quarto riguarda gli esiti di salute.

Separare queste dimensioni significa esporsi al rischio di confondere la quantità di risorse con l’efficienza, l’efficienza con l’accessibilità e l’accessibilità con gli outcome.

La stessa necessità di leggere più indicatori contemporaneamente emerge in altri ambiti di sanità pubblica. Nell’analisi dei dati su tabagismo e Servizio sanitario nazionale, per esempio, la sola diminuzione del consumo esclusivo di sigarette tradizionali non è sufficiente a descrivere il fenomeno se contemporaneamente crescono o si diversificano altri prodotti contenenti nicotina [PB2].

Il principio metodologico è lo stesso: un indicatore isolato raramente descrive un sistema complesso.

Una questione che riguarda anche la qualità della comunicazione sanitaria

La comunicazione sulla salute non è un elemento accessorio.

Un dato mal contestualizzato può alterare la percezione del rischio, la fiducia nelle istituzioni e la capacità dei cittadini di valutare correttamente le politiche pubbliche.

Il Ministero della Salute ha richiamato nel 2026 il ruolo della comunicazione sanitaria come strumento di tutela della salute pubblica, di rafforzamento della fiducia e di contrasto alla disinformazione [9].

Ciò non significa che la comunicazione istituzionale debba essere sottratta alla verifica critica.

Al contrario: proprio perché proviene da istituzioni pubbliche, deve essere leggibile, verificabile e accompagnata dalla definizione degli indicatori utilizzati.

Lo stesso principio vale per medici, giornalisti, ricercatori, divulgatori e influencer.

La competenza professionale di chi parla non sostituisce la necessità di documentare una cifra.

Quando viene citato un dato sul SSN, la domanda dovrebbe essere sempre la stessa: qual è la fonte primaria?

Prima di condividere un numero sulla sanità, servono alcune verifiche

Un dato dovrebbe essere interpretato solo dopo avere stabilito che cosa misura, quale sia la popolazione o il perimetro economico cui si riferisce, quale sia l’anno di osservazione, se il valore sia nominale o reale, quale denominatore sia utilizzato e se il confronto temporale utilizzi definizioni omogenee.

Occorre inoltre distinguere una previsione da un consuntivo, uno stanziamento da una spesa effettiva, un aumento assoluto da una crescita relativa e un input finanziario da un risultato sanitario.

Sono controlli apparentemente semplici, ma sufficienti a smontare molte contrapposizioni artificiose.

Conclusioni: prima della propaganda dovrebbe venire il metodo

I dati disponibili non restituiscono l’immagine di un Servizio sanitario nazionale descrivibile attraverso una sola frase.

Il finanziamento nominale è cresciuto [1].

La spesa sanitaria complessiva italiana rimane inferiore alla media OECD sia in rapporto al PIL sia pro capite secondo la metodologia internazionale armonizzata [4].

La rinuncia alle prestazioni ha raggiunto livelli significativi nel 2024 [5].

Il più recente monitoraggio AGENAS documenta contemporaneamente un incremento delle prestazioni erogate entro i tempi previsti nel perimetro analizzato [6].

La dotazione professionale mostra una situazione eterogenea: relativamente elevata per i medici e inferiore alla media OECD per gli infermieri [4].

Nessuna di queste informazioni annulla le altre.

Sono parti differenti dello stesso sistema.

Per questo la questione più importante non consiste nello stabilire quale slogan sia politicamente più efficace.

Occorre chiedersi quale indicatore viene mostrato, che cosa misura, quale periodo viene scelto, quale denominatore viene utilizzato e soprattutto quali informazioni sono state escluse dalla rappresentazione.

Il dibattito politico sulla sanità è inevitabile e legittimo. Le priorità di finanziamento, l’organizzazione dei servizi, il rapporto tra pubblico e privato e le strategie per il personale appartengono alle scelte sulle quali maggioranza, opposizione e società possono avere posizioni differenti.

La lettura di una statistica dovrebbe invece precedere quella contrapposizione.

I dati del Servizio sanitario nazionale non hanno un colore politico. La loro interpretazione richiede definizioni, serie storiche confrontabili e metodo.

Ed è proprio quando il metodo viene sacrificato alla necessità di sostenere una narrazione che un dato vero può cominciare a raccontare una storia incompleta.

 


Fonti istituzionali

[1] Ministero della Salute. Il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale. Serie storica del finanziamento a carico dello Stato, anni 2011-2024. Aggiornamento 13 gennaio 2025. Fonte ufficiale – Ministero della Salute

[2] Ragioneria Generale dello Stato. OpenBDAP – Finanza degli Enti del Servizio Sanitario Nazionale. Dati di consuntivo 2024. Fonte ufficiale – OpenBDAP/RGS

[3] ISTAT. Audizione sul Disegno di legge di bilancio 2026. Sistema dei conti della sanità: spesa sanitaria 2024. Roma: Istituto Nazionale di Statistica; 2025. Documento ufficiale ISTAT

[4] OECD. Health at a Glance 2025: Italy. Paris: OECD Publishing; 2025. doi:10.1787/8f9e3f98-en. Scheda Italia – OECD

[5] ISTAT. Rapporto annuale 2025. La situazione del Paese. Roma: Istituto Nazionale di Statistica; 2025. Rapporto annuale 2025 – ISTAT

[6] AGENAS. Primo Bollettino sul monitoraggio delle Liste di Attesa. Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa; confronto primo semestre 2025-primo semestre 2026. Fonte ufficiale – AGENAS

[7] Ministero della Salute. Legge di bilancio 2025, le misure per la sanità. 30 dicembre 2024. Fonte ufficiale – Ministero della Salute

[8] Ministero della Salute. Legge di bilancio 2026, le misure per la sanità. 2 gennaio 2026. Fonte ufficiale – Ministero della Salute

[9] Ministero della Salute. La comunicazione diventa leva di governo del SSN. Alleanza per la comunicazione sanitaria. 20 aprile 2026. Fonte ufficiale – Ministero della Salute

Approfondimenti interni – paoloberretta.com

[PB1] Paolo Berretta. ISSalute: informazione sanitaria, evidenze e comunicazione istituzionale. Un approfondimento sul ruolo dell’informazione verificata nella comunicazione della salute. Leggi su paoloberretta.com

[PB2] Paolo Berretta. XXVIII Convegno Nazionale 2026 “Tabagismo e Servizio Sanitario Nazionale”. Un esempio di lettura integrata di indicatori epidemiologici e assistenziali. Leggi su paoloberretta.com

[PB3] Paolo Berretta. Stagione influenzale 2025-2026: oltre il sensazionalismo, analisi epidemiologica e prospettive vaccinali. Approfondimento sul rapporto tra dati epidemiologici, comunicazione e rischio di semplificazione mediatica. Leggi su paoloberretta.com