Nel maggio 2025, durante un’intervista ad ANSA, Paolo Berretta, Primo Ricercatore del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, aveva richiamato l’attenzione sul crescente utilizzo del Tribulus terrestris negli ambienti sportivi e del fitness. In quella occasione spiegava che l’ISS aveva avviato una ricerca per studiarne gli effetti ormonali e metabolici in uomini e donne, utilizzando un’espressione volutamente forte per descriverne la diffusione: «ormai fuori controllo» [1].

Quell’intervento, ripreso nel 2025 anche su [paoloberretta.com come approfondimento sull’attività antidoping e sugli integratori] [PB1], rappresentava soprattutto un segnale di attenzione scientifica. A distanza di oltre un anno, però, il quadro è cambiato: il progetto si è concluso, sono stati pubblicati nuovi dati italiani e sono comparse ulteriori ricerche internazionali. È quindi possibile tornare sulla questione non più soltanto con domande, ma con risultati scientifici che consentono una valutazione molto più precisa.

Perché nel 2025 il Tribulus terrestris era diventato un tema da approfondire

Il Tribulus terrestris è una pianta presente da tempo nella medicina tradizionale di differenti aree geografiche e successivamente entrata nel mercato degli integratori alimentari. Nel settore sportivo viene commercializzata soprattutto con riferimenti all’aumento del testosterone, della massa muscolare, della forza o della performance.

Il problema scientifico nasce proprio qui.

L’esistenza di sostanze biologicamente attive all’interno di una pianta non dimostra automaticamente che un estratto assunto per via orale produca nell’uomo gli effetti attribuitigli dalla pubblicità. Per dimostrarlo servono studi controllati, dosaggi caratterizzati, prodotti standardizzati e outcome clinicamente rilevanti.

Già prima dell’intervento del 2025 la letteratura non aveva fornito prove convincenti dell’effetto ergogenico del Tribulus terrestris. Una revisione sistematica pubblicata nel 2022 sui soggetti maschi fisicamente attivi concludeva che non vi fossero evidenze chiare di effetti favorevoli sui marcatori di danno muscolare o sul comportamento ormonale [2].

Era quindi scientificamente giustificato chiedersi non soltanto se il Tribulus funzionasse, ma anche chi lo utilizzasse, con quali aspettative e quali eventuali modificazioni biologiche potessero essere rilevate dopo l’assunzione.

Proprio su questi interrogativi si era concentrato il progetto dell’Istituto Superiore di Sanità dedicato all’“Uso e abuso di integratori contenenti Tribulus terrestris”, condotto dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche. Il progetto era stato illustrato anche in un precedente [approfondimento sul Tribulus terrestris e sulla ricerca ISS] [PB2], che costituisce il naturale antecedente scientifico del presente aggiornamento.

Un anno dopo: che cosa ha trovato il progetto ISS

Il cambiamento più importante rispetto al 2025 è rappresentato dalla disponibilità dei risultati.

Nel settembre 2025 è stato pubblicato online, e successivamente inserito nel volume 267 del Journal of Pharmaceutical and Biomedical Analysis del gennaio 2026, lo studio “Impact of Tribulus terrestris supplementation on urinary steroid profiles: a short term pilot study” [3]. Il lavoro coinvolge ricercatori del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’ISS, della Sapienza Università di Roma e dell’Università Politecnica delle Marche.

Lo studio ha seguito 15 atleti amatoriali, otto uomini e sette donne, che dichiaravano di assumere quotidianamente un estratto di Tribulus terrestris. Nell’arco di circa due mesi sono stati raccolti campioni urinari e analizzati numerosi steroidi endogeni e relativi rapporti metabolici mediante una metodica validata di gascromatografia accoppiata a spettrometria di massa tandem, GC-MS/MS [3].

Tra i composti analizzati figuravano testosterone, epitestosterone, androsterone, etiocolanolone, diidrotestosterone e altri marcatori utilizzati per caratterizzare il profilo steroideo urinario.

Nessuna modificazione statisticamente significativa del profilo steroideo

Negli uomini sono state osservate nel tempo variazioni di alcuni steroidi, compresi testosterone, epitestosterone e 4-androstene-3,17-dione. Nelle donne sono state osservate altre oscillazioni temporali. Tuttavia, il risultato centrale dello studio è che nessuna di queste variazioni raggiungeva una differenza statisticamente significativa confrontando i campioni precedenti e quelli raccolti durante la supplementazione con Tribulus [3].

In altri termini, nelle condizioni sperimentali studiate, la supplementazione a breve termine non ha prodotto una modificazione misurabile e statisticamente significativa del profilo degli steroidi urinari.

È un risultato importante soprattutto perché ridimensiona una delle ipotesi commerciali più frequentemente associate al prodotto: quella di una marcata stimolazione della componente androgenica.

Ma è altrettanto importante non trasformare un risultato negativo in una conclusione assoluta.

Lo studio coinvolge soltanto 15 persone, ha natura pilota, riguarda un periodo relativamente breve e presenta una considerevole variabilità interindividuale. Non può quindi dimostrare che tutti gli estratti di Tribulus terrestris, a qualsiasi dose e per qualsiasi durata di assunzione, siano biologicamente inattivi [3].

C’è inoltre una distinzione metodologica fondamentale: lo studio ha misurato profili steroidei urinari, non forza massimale, crescita della massa muscolare o performance atletica attraverso un trial specificamente progettato per questi endpoint.

Per questo motivo, anche se il Notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità ha sintetizzato la conclusione del progetto con il titolo “nessun effetto su aumento testosterone e prestazioni sportive”, dal punto di vista strettamente sperimentale il lavoro peer-reviewed dimostra soprattutto l’assenza di modificazioni statisticamente significative del profilo steroideo nelle condizioni osservate [3,4].

Questa distinzione è importante per evitare di attribuire allo studio più di quanto abbia realmente misurato.

Il secondo risultato italiano: chi usa realmente il Tribulus terrestris?

Nel gennaio 2026 è arrivato un altro tassello molto interessante.

Un gruppo dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Università Politecnica delle Marche ha pubblicato su Nutrients uno studio specificamente dedicato alla diffusione del Tribulus terrestris, alle motivazioni del consumo e ai comportamenti associati negli ambienti del fitness italiano [5].

L’indagine era stata condotta tra maggio e ottobre 2024 attraverso un questionario anonimo distribuito in palestre e fitness club. Delle 696 persone che avevano iniziato la compilazione, dopo l’esclusione delle risposte duplicate, incomplete o non eleggibili sono stati analizzati 510 questionari [5].

I risultati permettono finalmente di quantificare il fenomeno:

  • il 7,8% dei partecipanti dichiarava di utilizzare Tribulus terrestris al momento dell’indagine;
  • il 10,5% riferiva di aver utilizzato almeno una volta un prodotto contenente Tribulus terrestris [5].

Il dato forse più interessante riguarda però le motivazioni.

Nell’analisi multivariata, l’età e il sesso non risultavano predittori significativi dell’utilizzo. Era invece la ricerca di un miglioramento della performance a mostrare l’associazione più forte: chi dichiarava questa motivazione presentava probabilità significativamente maggiori di essere un consumatore corrente, con un adjusted odds ratio di circa 18,5 rispetto a chi utilizzava integratori per altre ragioni [5].

È un’associazione molto marcata, ma deve essere letta correttamente.

Lo studio è trasversale e basato su dichiarazioni dei partecipanti: può evidenziare associazioni, non dimostrare causalità. Non possiamo cioè concludere che il desiderio di migliorare la performance “causi” l’assunzione di Tribulus terrestris. Possiamo però affermare che, nel campione esaminato, l’aspettativa prestazionale era strettamente associata al consumo.

Ed è probabilmente questo uno dei risultati di sanità pubblica più interessanti dell’intero progetto.

Il vero problema: la distanza tra aspettative ed evidenze

Il dato italiano acquista particolare significato quando viene confrontato con la letteratura clinica.

Nell’aprile 2025 è stata pubblicata una revisione sistematica dedicata agli effetti del Tribulus terrestris sul testosterone e sulla funzione sessuale maschile. Sono stati inclusi dieci studi, nove trial clinici e uno studio quasi sperimentale, per un totale di 483 partecipanti [6].

Otto studi su dieci non hanno riportato modificazioni significative del profilo androgenico. Due studi hanno osservato aumenti del testosterone in soggetti con ipogonadismo, ma l’entità dell’aumento era contenuta e gli autori hanno giudicato complessivamente non robuste le evidenze a favore di un aumento del testosterone [6].

Questa conclusione è particolarmente rilevante quando il prodotto viene proposto a uomini sani o sportivi proprio come “testosterone booster”.

Il risultato del progetto italiano sul profilo steroideo non nasce quindi isolato: si inserisce in una letteratura internazionale che, nel complesso, continua a non documentare un effetto androgenico consistente e riproducibile.

Un recente studio sulla performance invita a essere ancora più prudenti

Nel 2025 è stato pubblicato anche un piccolo studio randomizzato crossover su 20 giocatori maschi di basket di livello elevato, nel quale il Tribulus terrestris è stato valutato in un protocollo molto specifico che combinava supplementazione acuta, esercizi pliometrici, restrizione del flusso ematico e post-activation potentiation [7].

Alcuni parametri relativi allo sviluppo precoce della forza hanno mostrato variazioni favorevoli dopo il Tribulus, ma nelle fasi successive diversi parametri di potenza risultavano migliori con placebo. Gli stessi risultati non descrivono quindi un semplice e generalizzato “aumento della performance” [7].

Soprattutto, si tratta di un protocollo acuto, con appena 20 partecipanti e condizioni sperimentali molto particolari.

Utilizzare questo lavoro per sostenere che il Tribulus terrestris aumenti normalmente forza o prestazioni sportive sarebbe scientificamente scorretto.

Il suo interesse è semmai un altro: mostrare che alcuni effetti neuromuscolari possono meritare ulteriori ricerche, ma che la fisiologia della performance è molto più complessa della formula commerciale “Tribulus = più testosterone = più forza”.

Funzione sessuale e testosterone non sono la stessa cosa

Un altro sviluppo recente merita di essere chiarito perché potrebbe generare interpretazioni apparentemente contraddittorie.

Una meta-analisi di otto studi randomizzati, pubblicata online nel 2025 e nel fascicolo 2026 dell’International Journal of Impotence Research, ha riscontrato miglioramenti statisticamente significativi degli score IIEF-5 e IIEF-15 nei pazienti con disfunzione erettile trattati con Tribulus terrestris rispetto al placebo [8].

Nella stessa analisi, però, i livelli di testosterone totale non differivano significativamente tra Tribulus e placebo [8].

I due risultati non sono necessariamente incompatibili.

La funzione erettile dipende da numerosi meccanismi vascolari, neurologici, endocrini e psicologici e non può essere ridotta alla sola concentrazione di testosterone. Un eventuale beneficio osservato in pazienti con disfunzione erettile non costituisce quindi la prova di un effetto androgenico e, soprattutto, non può essere trasferito automaticamente alla performance sportiva di persone sane.

È un esempio particolarmente utile di quanto sia importante definire con precisione quale outcome venga effettivamente studiato.

E sul piano della sicurezza?

Anche qui è necessario evitare due estremi: considerare automaticamente sicuro un prodotto perché è di origine vegetale oppure, al contrario, attribuirgli rischi che non siano adeguatamente documentati.

I piccoli trial clinici disponibili non hanno generalmente mostrato un’elevata frequenza di eventi avversi. La meta-analisi sulla disfunzione erettile non ha rilevato differenze significative nell’incidenza degli eventi avversi rispetto al placebo [8]. Ma questi dati riguardano numeri relativamente contenuti di partecipanti e periodi limitati.

Il National Institutes of Health – Office of Dietary Supplements continua infatti a sottolineare che gli studi sul Tribulus terrestris come ergogenico sono pochi, piccoli e di breve durata e che le informazioni disponibili non consentono una caratterizzazione completa della sicurezza degli integratori contenenti questa pianta [9].

Un’ulteriore revisione bibliometrica pubblicata nel 2026, dedicata specificamente alla sicurezza del Tribulus terrestris, ha evidenziato che gran parte della letteratura tossicologica rimane preclinica e che gli studi clinici di sicurezza e la sorveglianza post-marketing sono ancora relativamente scarsi [10].

Questo non significa che il Tribulus terrestris sia necessariamente pericoloso. Significa qualcosa di molto più preciso: l’assenza di prove robuste di tossicità non equivale a una dimostrazione definitiva di sicurezza, soprattutto per dosi elevate, prodotti concentrati, formulazioni differenti o assunzioni prolungate.

Tribulus terrestris nel 2026: che cosa possiamo affermare davvero?

A più di un anno dall’intervista rilasciata ad ANSA, il quadro è molto più definito rispetto a quello disponibile nel maggio 2025.

Oggi sappiamo che l’utilizzo di Tribulus terrestris negli ambienti italiani del fitness è un fenomeno misurabile: nel campione studiato dall’ISS e dall’Università Politecnica delle Marche il 7,8% riferiva un consumo corrente e il 10,5% almeno un utilizzo nella propria esperienza [5].

Sappiamo inoltre che l’aspettativa di migliorare la performance è fortemente associata al consumo [5].

Sul piano biologico, invece, lo studio pilota italiano non ha osservato modificazioni statisticamente significative del profilo steroideo urinario dopo supplementazione a breve termine [3].

Le revisioni sistematiche più recenti arrivano a una conclusione sostanzialmente compatibile: non esistono attualmente evidenze robuste che il Tribulus terrestris aumenti in maniera clinicamente significativa il testosterone nell’uomo [6,8].

Sul miglioramento della performance atletica, le prove rimangono insufficienti e non consentono di attribuire al prodotto un effetto ergogenico dimostrato [2,7,9].

Esistono invece alcuni segnali di possibile interesse in ambiti clinici differenti, come la disfunzione erettile, che richiedono però di essere interpretati nel loro specifico contesto e non utilizzati per sostenere claim relativi alla crescita muscolare o alla performance [8].

L’allarme del 2025, riletto alla luce dei dati

Quando nel maggio 2025 Paolo Berretta richiamava attraverso ANSA l’attenzione sulla crescente diffusione del Tribulus terrestris, i risultati del progetto non erano ancora disponibili. L’obiettivo era sottolineare la necessità di studiare un prodotto molto presente negli ambienti del fitness ma ancora accompagnato da numerose incertezze scientifiche [1].

Un anno dopo, quel richiamo può essere riletto in maniera più precisa.

Il problema principale che emerge dalle nuove evidenze non è che il Tribulus terrestris sia diventato improvvisamente una “nuova sostanza dopante”. Non è questo ciò che dimostrano i dati.

Il punto è piuttosto la distanza che può crearsi tra aspettative dei consumatori, comunicazione commerciale ed evidenza scientifica.

Da una parte, una quota non trascurabile di frequentatori di palestre dichiara di utilizzarlo soprattutto con finalità prestazionali [5]. Dall’altra, la ricerca continua a non dimostrare in maniera convincente proprio uno dei meccanismi più frequentemente evocati per promuoverlo: l’aumento significativo del testosterone [3,6,8].

In questo senso il percorso iniziato con il monitoraggio, passato attraverso la comunicazione pubblica del 2025 e arrivato alle pubblicazioni scientifiche del 2026 offre un esempio concreto di ciò che dovrebbe fare la ricerca in sanità pubblica: partire da un comportamento reale, misurarlo, sottoporre le ipotesi a verifica e distinguere infine ciò che è dimostrato da ciò che rimane soltanto plausibile o pubblicizzato.

La conclusione, oggi, deve quindi rimanere equilibrata. Il Tribulus terrestris continua a essere un prodotto interessante per la ricerca farmacologica e nutrizionale, ma le evidenze disponibili non giustificano la sua rappresentazione come testosterone booster o come integratore capace di aumentare in modo dimostrato la performance sportiva. Allo stesso tempo, la base di dati sulla sicurezza a lungo termine e sull’impiego di differenti formulazioni resta ancora incompleta.

Ed è proprio questa combinazione — ampia diffusione, aspettative elevate e certezze scientifiche ancora limitate — che continua a giustificare monitoraggio, ricerca e informazione corretta.


Bibliografia e fonti

Fonti scientifiche e istituzionali

[1] ANSA. Iss in campo contro il doping con le scuole, video e fumetti. Una campagna sui rischi e uno studio sui pericoli del Tribulus. 19 maggio 2025.
Intervista e approfondimento ANSA

[2] Fernández-Lázaro D, Fernandez-Lazaro CI, Seco-Calvo J, et al. Effects of Tribulus terrestris L. on sport and health biomarkers in physically active adult males: a systematic review. Int J Environ Res Public Health. 2022;19(15):9533. doi:10.3390/ijerph19159533. PMID: 35954909.
PubMed

[3] Minotti L, Marchei E, Biava M, et al. Impact of Tribulus terrestris supplementation on urinary steroid profiles: a short term pilot study. J Pharm Biomed Anal. 2026;267:117160. doi:10.1016/j.jpba.2025.117160. PMID: 41005195.
PubMed

[4] Istituto Superiore di Sanità. Tribulus terrestris, concluso il Progetto pilota: nessun effetto su aumento testosterone e prestazioni sportive. Notiziario ISS. 2025;38(12). Pubblicato online 8 gennaio 2026.
Istituto Superiore di Sanità

[5] Minutillo A, Taoussi O, Pichini S, Busardò FP, Bambagiotti G. Awareness and risk behaviors associated with Tribulus terrestris (Tt), dietary supplements, and anabolic steroids: evidence from an Italian questionnaire-based study. Nutrients. 2026;18(2):253. doi:10.3390/nu18020253. PMID: 41599865.
PubMed

[6] Vilar Neto JDO, Monteiro de Moraes WMA, Pinto DV, et al. Effects of Tribulus (Tribulus terrestris L.) supplementation on erectile dysfunction and testosterone levels in men: a systematic review of clinical trials. Nutrients. 2025;17(7):1275. doi:10.3390/nu17071275. PMID: 40219032.
PubMed

[7] Kong J, Li J, Xu M, et al. Dietary Tribulus terrestris as a functional food combined with blood flow restriction to enhance the jump performance of basketball athletes: a randomized crossover study. Front Nutr. 2025;12:1648796. doi:10.3389/fnut.2025.1648796. PMID: 40880746.
PubMed

[8] Suharyani S, Amanda B, Angellee J, et al. Tribulus terrestris for management of patients with erectile dysfunction: a systematic review and meta-analysis of randomized trials. Int J Impot Res. 2026;38(1):11-18. doi:10.1038/s41443-025-01086-7. PMID: 40360723.
PubMed

[9] National Institutes of Health, Office of Dietary Supplements. Dietary Supplements for Exercise and Athletic Performance – Health Professional Fact Sheet.
NIH Office of Dietary Supplements

[10] Thaliyil Poduval A, Tapaswi J, Urkude A, et al. Mapping global scientific evidence on the safety of Gokshura (Tribulus terrestris L.): a bibliometric review. Toxicologie Analytique et Clinique. 2026. doi:10.1016/j.toxac.2026.06.003.

Approfondimenti interni – paoloberretta.com

[PB1] Paolo Berretta. Campagne antidoping e chiarezza sugli integratori: l’impegno dell’Istituto Superiore di Sanità.
Articolo del 2025 su paoloberretta.com

[PB2] Paolo Berretta. Il Tribulus terrestris, efficacia e controindicazioni: il nuovo Progetto dell’Istituto Superiore di Sanità.
Progetto ISS sul Tribulus terrestris

[PB3] Paolo Berretta. Exercise addiction, dieta muscolare e integratori: il ruolo ISS.
Exercise addiction, dieta muscolare e integratori