Ictus nei giovani adulti: l’incidenza aumenta e l’ictus ischemico quasi raddoppia
L’ictus continua a essere associato, nell’immaginario comune, soprattutto all’età avanzata. Eppure i dati epidemiologici degli ultimi anni stanno mostrando un quadro più complesso. Un nuovo studio population-based pubblicato online il 23 settembre 2026 su Neurology ha rilevato che, nell’area di Cincinnati e del Northern Kentucky, l’incidenza del primo ictus tra gli adulti di 20–54 anni è aumentata in modo marcato nell’arco di quasi trent’anni. L’incremento è stato trainato soprattutto dall’ictus ischemico, la cui incidenza è quasi raddoppiata [1].
La notizia, ripresa anche da Medscape Medical News, merita attenzione. Ma merita soprattutto di essere interpretata correttamente: lo studio documenta un trend epidemiologico, non identifica una singola causa dell’aumento.
Ed è proprio questa distinzione a rendere i risultati particolarmente interessanti.
Un aumento che va nella direzione opposta rispetto agli anziani
Il lavoro di Emily R. Fisher e colleghi, intitolato Stroke in the Young: Incidence, 30-Day Case Fatality Rates, and Risk Factors Over Time in a Population-Based Study, è stato pubblicato online su Neurology il 23 settembre 2026 ed è assegnato al fascicolo del 27 ottobre 2026 [1].
I ricercatori hanno utilizzato i dati del Greater Cincinnati/Northern Kentucky Stroke Study, un programma di sorveglianza epidemiologica che studia da decenni gli eventi cerebrovascolari in una regione composta da cinque contee.
Sono stati considerati sei distinti periodi di rilevazione:
1993–1994, 1999, 2005, 2010, 2015 e 2020.
Per questa analisi, lo “stroke in the young” è stato definito come un ictus verificatosi tra 20 e 54 anni.
Complessivamente sono stati identificati 2.076 primi ictus in questa fascia di età [1].
Il dato principale è netto.
L’incidenza è passata da:
33,90 casi per 100.000 persone-anno nel 1993–1994
a:
62,18 casi per 100.000 persone-anno nel 2020 [1].
Nello stesso periodo, negli adulti più anziani l’incidenza si è invece ridotta da 618,78 a 453,04 casi per 100.000 persone-anno [1].
È dunque la divergenza tra le fasce di età uno degli aspetti epidemiologicamente più rilevanti del lavoro.
Non significa che l’ictus sia diventato più frequente nei giovani che negli anziani: l’incidenza assoluta rimane molto superiore nelle età avanzate. Significa però che l’andamento temporale sta procedendo in direzioni differenti.
È soprattutto l’ictus ischemico ad aumentare
Quando gli autori hanno separato i diversi tipi di ictus, il segnale è diventato ancora più evidente.
L’incidenza dell’ictus ischemico è passata da:
23,8 casi per 100.000 persone-anno
a:
47,3 per 100.000 persone-anno [1].
Si tratta quindi di un valore praticamente raddoppiato nell’arco temporale considerato.
Non è stata osservata un’analoga crescita per l’emorragia intracerebrale o per l’emorragia subaracnoidea [1].
Questo elemento è importante perché suggerisce che l’incremento complessivo degli ictus nella popolazione giovane dello studio non sia distribuito uniformemente tra tutti i sottotipi cerebrovascolari.
Il fenomeno sembra concentrarsi soprattutto sull’occlusione ischemica dei vasi cerebrali.
Nel frattempo diminuisce leggermente la mortalità a 30 giorni
Il secondo risultato può apparire, a prima vista, paradossale.
Mentre gli ictus aumentavano, la case fatality a 30 giorni nei giovani adulti diminuiva modestamente:
dall’11,7% nel 1993–1994
al 9,4% nel 2020 [1].
La riduzione risultava principalmente associata ai pazienti con emorragia intracerebrale ed emorragia subaracnoidea [1].
I dati devono però essere letti con attenzione.
Non possiamo dedurne direttamente che sia aumentata la disabilità post-ictus, perché il nuovo studio non ha misurato questo outcome come risultato principale.
Possiamo invece affermare che, se aumenta il numero di ictus in persone relativamente giovani e contemporaneamente una maggiore quota di pazienti sopravvive alla fase iniziale, aumenta anche il numero potenziale di persone chiamate ad affrontare per molti anni le possibili conseguenze neurologiche, cognitive, psicologiche e professionali dell’evento.
Una meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Journal of the American Heart Association ha mostrato, ad esempio, che il ritorno al lavoro dopo un ictus ischemico in giovane età non coincide necessariamente con il recupero dell’autonomia funzionale: nella sintesi quantitativa, il 63,2% dei pazienti tornava al lavoro, mentre la proporzione con recupero funzionale raggiungeva l’84,7% [7].
Questa differenza aiuta a comprendere perché l’ictus giovanile abbia un impatto che va molto oltre la mortalità.
Il fenomeno non nasce nel 2026
Il nuovo lavoro di Cincinnati non rappresenta un segnale epidemiologico isolato.
Nel 2022 Catherine Scott, Linxin Li e Peter Rothwell dell’Università di Oxford hanno pubblicato su JAMA Neurology una revisione sistematica e meta-analisi dei trend temporali dell’ictus nei Paesi ad alto reddito [2].
Tra i 50 studi analizzati, i trend assoluti nei giovani risultavano eterogenei. Tuttavia, nelle analisi che consentivano un confronto diretto tra persone con meno di 55 anni e fasce più anziane, emergeva con notevole coerenza un andamento meno favorevole nei giovani [2].
Una revisione più recente di Nehme e Li, pubblicata sull’International Journal of Stroke, ha ulteriormente ricostruito il fenomeno: in diversi studi population-based dei Paesi ad alto reddito, l’incidenza dell’ictus sotto i 55 anni non ha seguito la riduzione osservata alle età superiori e, in alcune popolazioni, è aumentata [3].
Analogamente, una review del 2026 di Rasing, Hilkens e de Leeuw evidenzia come l’aumento dell’ictus ischemico nelle fasce più giovani rappresenti ormai un problema riconosciuto della neurologia vascolare, accompagnato dalla necessità di considerare sia i fattori vascolari tradizionali sia esposizioni e condizioni meno convenzionali [4].
Il nuovo studio di Cincinnati aggiunge quindi un nuovo punto temporale a una tendenza che la letteratura internazionale osserva già da diversi anni.
Perché stanno aumentando gli ictus nei giovani?
Questa è probabilmente la domanda più importante.
Ed è anche quella alla quale il nuovo studio non può fornire una risposta definitiva.
Tra i giovani che avevano avuto un ictus, nel corso degli anni sono diventati più frequenti diversi fattori o condizioni associate al rischio cerebrovascolare, tra cui:
ipertensione arteriosa, diabete, fibrillazione atriale e uso di sostanze [1].
Tutte queste variazioni erano statisticamente significative nel confronto temporale [1].
La spiegazione più immediata sarebbe quindi attribuire l’aumento degli ictus alla maggiore diffusione di questi fattori.
Ma metodologicamente sarebbe un passaggio eccessivo.
Lo studio non disponeva infatti di un gruppo comparabile di persone senza ictus nel quale valutare la variazione temporale degli stessi fattori di rischio. Gli autori non potevano quindi stabilire se l’aumento di ipertensione, diabete, fibrillazione atriale o uso di sostanze osservato tra i pazienti fosse responsabile dell’aumento dell’incidenza nella popolazione [1].
Correlazione temporale e spiegazione causale sono due cose diverse.
I tradizionali fattori cardiovascolari contano anche a 30 o 40 anni
Pensare all’ictus del giovane esclusivamente come conseguenza di condizioni rare sarebbe un errore.
Le cause dell’ictus in giovane età sono certamente più eterogenee rispetto alla popolazione anziana e possono comprendere, tra le altre, dissezioni delle arterie cervicali, alterazioni cardiache emboligene, vasculopatie, trombofilie e altre condizioni specifiche [4].
Ma questo non riduce l’importanza dei fattori vascolari tradizionali.
Le revisioni più recenti richiamano in particolare ipertensione, diabete, obesità, dislipidemia e tabagismo, la cui presenza nelle popolazioni più giovani può contribuire alla trasformazione dell’epidemiologia cerebrovascolare [3,4].
Il Ministero della Salute italiano identifica inoltre, specificamente nel giovane adulto, il tabagismo, il consumo rischioso di alcol, l’assunzione di droghe, la sedentarietà, la cattiva alimentazione e il sovrappeso/obesità tra i fattori modificabili da considerare insieme alle cause vascolari e cardiache caratteristiche di questa età [9].
Questo significa che la prevenzione cardiovascolare non dovrebbe cominciare quando una persona diventa anziana.
Il dato sulle sostanze merita attenzione, ma senza scorciatoie causali
Uno dei risultati maggiormente ripresi nella comunicazione dello studio riguarda l’uso di sostanze.
Secondo la sintesi istituzionale dell’University of Cincinnati, la quota di giovani pazienti con ictus nei quali risultava documentato l’uso di sostanze è passata dal 4,6% nel 1993–1994 al 40,2% nel 2020, e gran parte dell’incremento più recente riguardava la marijuana [10].
È un cambiamento molto ampio.
Ma sarebbe scientificamente scorretto trasformarlo nella frase:
“la cannabis sta causando l’aumento degli ictus nei giovani”.
Lo studio non dimostra questo.
Non sappiamo quanto del cambiamento rifletta una reale crescita delle esposizioni, quanto differenze nella loro documentazione clinica e, soprattutto, quale quota dell’aumento dell’incidenza cerebrovascolare possa eventualmente essere attribuita alle diverse sostanze.
Esistono tuttavia evidenze indipendenti che rendono il tema meritevole di attenzione.
Nel 2026 Ritson, Markus e Harshfield dell’University of Cambridge hanno pubblicato sull’International Journal of Stroke una revisione sistematica e meta-analisi integrata con randomizzazione mendeliana. Nella componente osservazionale, cannabis, cocaina e anfetamine risultavano associate rispettivamente a OR 1,37, 1,96 e 2,22 per ictus [6].
Il lavoro è stato analizzato in dettaglio anche nell’approfondimento già pubblicato su Cannabis, cocaina, anfetamine e rischio di ictus [PB1].
Anche qui la prudenza resta necessaria.
L’associazione osservazionale non equivale automaticamente a causalità individuale; inoltre le esposizioni, le modalità d’uso, la dose, la frequenza, il consumo concomitante di tabacco o altre sostanze e le caratteristiche cliniche delle popolazioni possono differire considerevolmente.
Per cocaina e stimolanti, la plausibilità vascolare è comunque particolarmente rilevante e lo stesso Ministero della Salute include cocaina, metanfetamina, ecstasy e anfetamine tra i fattori modificabili da considerare nella prevenzione cerebrovascolare [9].
Non esiste un solo “ictus del giovane”
Un altro rischio della divulgazione è trattare tutti gli ictus che avvengono prima dei 55 anni come se fossero la stessa patologia.
Non è così.
Anche la definizione di “giovane” varia tra gli studi: alcuni utilizzano il limite dei 45 anni, altri 49, 50 o 55 anni.
E soprattutto le eziologie possono cambiare in modo sostanziale con l’età.
Un ictus a 23 anni richiede spesso un percorso eziologico differente rispetto a un evento a 53 anni in una persona con ipertensione, diabete, fumo e dislipidemia.
Le revisioni contemporanee sottolineano per questo la necessità, nel giovane adulto, di una valutazione diagnostica estesa e personalizzata, che consideri simultaneamente cause vascolari, cardiache, ematologiche e fattori convenzionali [4].
L’aumento epidemiologico osservato non deve quindi essere interpretato come l’emergere di una nuova singola causa, ma probabilmente come il risultato di fenomeni molteplici e sovrapposti.
Un problema di sanità pubblica che va oltre il numero degli eventi
Nel 2021 il Global Burden of Disease ha stimato nel mondo circa 11,9 milioni di nuovi ictus, 93,8 milioni di persone che vivevano dopo un ictus e 7,3 milioni di decessi attribuibili alla malattia [5].
L’OMS considera ipertensione, fumo, glicemia elevata, dislipidemia, sovrappeso, inattività fisica, alimentazione non salutare, consumo dannoso di alcol, inquinamento atmosferico e alcune droghe tra i principali fattori modificabili del rischio cerebrovascolare [8].
Quando un ictus avviene a 35, 40 o 50 anni, però, il suo peso sociale assume caratteristiche particolari.
Alla disabilità neurologica possono aggiungersi perdita o modifica dell’attività lavorativa, difficoltà economiche, cambiamenti nelle relazioni familiari, disturbi cognitivi, depressione, ansia e fatigue [4,7].
Per questo, anche un aumento relativamente contenuto dell’incidenza nelle fasce più giovani può tradursi in un numero importante di anni di vita vissuti con disabilità e anni di produttività compromessi.
Ambiente, stili di vita e rischio cerebrovascolare
La ricerca moderna sta inoltre ampliando il concetto stesso di prevenzione dell’ictus.
Accanto ai classici fattori cardiovascolari, vengono studiati inquinamento atmosferico, disturbi del sonno, stress psicosociale ed esposizioni ambientali [3,4].
Sul sito è stato recentemente approfondito, ad esempio, il possibile rapporto tra rumore dei trasporti e recidiva di ictus, sulla base di uno studio population-based statunitense [PB2].
Anche l’esposizione al fumo passivo contribuisce al burden cardiovascolare e cerebrovascolare globale ed è stata recentemente analizzata utilizzando i dati del GBD 2023 [PB3].
Questi elementi non devono essere sommati meccanicamente per costruire un “profilo di rischio” individuale, ma mostrano come l’ictus derivi dall’interazione di determinanti biologici, comportamentali, ambientali e sociali.
I principali limiti dello studio di Cincinnati
Il nuovo lavoro presenta diversi punti di forza.
È uno studio basato sulla popolazione, utilizza procedure validate, comprende quasi trent’anni di osservazione e gli eventi sono stati valutati da medici con formazione specifica nell’ictus [1].
Esistono però limiti importanti.
Innanzitutto, non è uno studio nazionale statunitense. I dati provengono da cinque contee dell’area Greater Cincinnati–Northern Kentucky. La popolazione è stata scelta perché presenta caratteristiche utili alla sorveglianza epidemiologica, ma non può essere automaticamente equiparata all’intera popolazione degli Stati Uniti.
Secondo, l’analisi riguarda periodi di rilevazione selezionati e non una sorveglianza annuale continua dal 1993 al 2020.
Terzo, l’aumento dei fattori di rischio rilevati tra le persone con ictus non permette di determinare quali di essi abbiano causato il trend, proprio perché manca un confronto temporale equivalente nella popolazione senza ictus [1].
Infine, in quasi trent’anni sono inevitabilmente cambiate diagnostica per immagini, sensibilità clinica e capacità di riconoscere eventi cerebrovascolari di minore gravità. Studi longitudinali di così lunga durata devono sempre confrontarsi con la possibilità di cambiamenti nell’ascertainment.
La coerenza con altri studi internazionali riduce però la probabilità che l’intero fenomeno sia spiegabile soltanto da un miglioramento diagnostico [2–4].
Cosa possiamo realmente concludere
Il messaggio dello studio pubblicato su Neurology non dovrebbe essere ridotto allo slogan “sempre più giovani hanno un ictus”.
Il dato più rilevante è più preciso.
In una popolazione statunitense sorvegliata con metodologia population-based, tra il 1993–1994 e il 2020 l’incidenza del primo ictus tra 20 e 54 anni è aumentata nettamente, mentre quella negli adulti più anziani è diminuita. L’incremento nei giovani è stato determinato soprattutto dall’ictus ischemico [1].
Questo risultato si inserisce in una letteratura internazionale che da alcuni anni documenta una divergenza dei trend cerebrovascolari tra generazioni [2–4].
Non conosciamo ancora completamente le ragioni.
L’aumento dei fattori vascolari tradizionali è probabilmente parte del problema; sostanze psicoattive, fattori ambientali e altri determinanti emergenti possono contribuire, ma il loro peso relativo e la loro eventuale causalità devono essere chiariti.
La conclusione più solida è quindi anche quella più utile sul piano della sanità pubblica: la prevenzione dell’ictus deve iniziare molto prima della vecchiaia.
Controllare pressione arteriosa, diabete e lipidi, evitare il fumo e le sostanze associate a rischio cerebrovascolare, mantenere attività fisica e peso adeguati e riconoscere precocemente condizioni cardiache o vascolari non sono interventi riservati alle persone anziane.
L’ictus rimane fortemente associato all’età. Ma i nuovi dati ricordano che essere giovani non significa esserne immuni.
Bibliografia e fonti
Fonti scientifiche e istituzionali
[1] Fisher ER, Ding L, Stanton RJ, et al. Stroke in the Young: Incidence, 30-Day Case Fatality Rates, and Risk Factors Over Time in a Population-Based Study. Neurology. 2026;107(8). PMID: 42777185. DOI: 10.1212/WNL.0000000000218622. Neurology – articolo originale
[2] Scott CA, Li L, Rothwell PM. Diverging Temporal Trends in Stroke Incidence in Younger vs Older People: A Systematic Review and Meta-analysis. JAMA Neurol. 2022;79(10):1036-1048. PMID: 35943738. DOI: 10.1001/jamaneurol.2022.1520. PubMed
[3] Nehme A, Li L. The rising incidence of stroke in the young: Epidemiology, causes and global impact. Int J Stroke. 2026;21(1):14-23. PMID: 40682212. DOI: 10.1177/17474930251362583. PubMed
[4] Rasing A, Hilkens NA, de Leeuw FE. Young stroke: An update on epidemiology, emerging risk factors, and future research directions. Int J Stroke. 2026;21(1):6-13. PMID: 41482721. DOI: 10.1177/17474930251400524. PubMed
[5] GBD 2021 Stroke Risk Factor Collaborators. Global, regional, and national burden of stroke and its risk factors, 1990-2021: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2021. Lancet Neurol. 2024;23(10):973-1003. PMID: 39304265. DOI: 10.1016/S1474-4422(24)00369-7. PubMed
[6] Ritson M, Markus HS, Harshfield EL. Does illicit drug use increase stroke risk? A systematic review, meta-analyses, and Mendelian randomization analysis. Int J Stroke. 2026;21(6):788-800. PMID: 41566428. DOI: 10.1177/17474930261418926. PubMed
[7] Kwok GYR, Yeong N, Law M, et al. Return to Work After Ischemic Stroke in Young Adults: A Multicenter Cohort Study, Systematic Review, and Meta-Analysis. J Am Heart Assoc. 2025;14(8). PMID: 40178096. DOI: 10.1161/JAHA.124.036427. PubMed
[8] World Health Organization. Stroke. Fact sheet. 19 December 2025. WHO – Stroke
[9] Ministero della Salute. La prevenzione nel giovane adulto (19-29 anni). Malattie cardio-cerebrovascolari. Ministero della Salute
[10] University of Cincinnati. More young adults are having strokes than three decades ago. 23 September 2026. University of Cincinnati
Approfondimenti interni – paoloberretta.com
[PB1] Paolo Berretta. Cannabis, cocaina, anfetamine e rischio di ictus: nuove evidenze da oltre 100 milioni di persone. Cannabis, cocaina, anfetamine e rischio di ictus
[PB2] Paolo Berretta. Rumore dei trasporti e recidiva di ictus: una nuova associazione da uno studio statunitense. Rumore dei trasporti e recidiva di ictus
[PB3] Paolo Berretta. Fumo passivo: 1,66 milioni di morti nel mondo nel 2023. Fumo passivo e carico globale di malattia