Cosa i social non spiegano
Un semplice prelievo di sangue capace di fornire informazioni sulla presenza della malattia di Alzheimer è una prospettiva che fino a pochi anni fa sembrava lontana dalla pratica clinica. Oggi alcuni test del sangue per l’Alzheimer, in particolare quelli basati sulla tau fosforilata p-tau217, hanno raggiunto livelli di accuratezza diagnostica molto elevati. Ma proprio mentre la tecnologia diventa più solida, sui social network il messaggio rischia di diventare troppo semplice: fare il test prima possibile, magari anche senza sintomi, per sapere in anticipo se si svilupperà la malattia.
Una nuova ricerca pubblicata sul Journal of the American Geriatrics Society mostra quanto questa rappresentazione possa allontanarsi dalle reali indicazioni cliniche [1].
Quando un progresso diagnostico diventa un messaggio promozionale
Lo studio, realizzato da ricercatori della University of Sydney, ha analizzato come Facebook, Instagram e TikTok parlano dei test ematici per la malattia di Alzheimer e per le demenze.
Gli autori hanno inizialmente esaminato 342 post. Dopo le esclusioni previste dal protocollo, l’analisi finale ha riguardato 188 contenuti, pubblicati tra marzo 2014 e maggio 2025. Gli account coinvolti raggiungevano complessivamente oltre 114 milioni di follower [1].
Quest’ultimo numero richiede però una precisazione: si tratta della somma dei follower degli account che avevano pubblicato i contenuti, non del numero effettivo di persone che hanno visto quei post. Lo studio non ha misurato l’esposizione reale della popolazione né gli effetti dei messaggi sui comportamenti sanitari.
Il risultato principale è comunque significativo.
Il 36% dei post presentava il test come potenzialmente utile per lo screening di persone senza sintomi. Soltanto 8 dei 68 contenuti di questo gruppo, pari al 12%, menzionavano anche possibili conseguenze negative come falsi positivi, sovradiagnosi, ansia o confusione [1].
Il 59% dei post attribuiva invece al test la capacità di consentire una diagnosi più precoce o migliore. Ma solamente circa un terzo di questi contenuti specificava chiaramente che l’utilità riguardava persone con un declino cognitivo già presente, mentre meno di uno su cinque ricordava il ruolo del medico nella prescrizione, nell’interpretazione o nel counselling [1].
Molta promozione, poca evidenza direttamente verificabile
Lo studio mostra anche qualcosa di interessante sul modo in cui una tecnologia medica complessa viene trasformata in contenuto social.
Dei 188 post analizzati, 141, pari al 75%, avevano un tono promozionale. Il 35% utilizzava richiami alla paura o alla speranza e il 13% invitava esplicitamente il pubblico a sottoporsi al test [1].
Sessantotto post, il 36%, facevano riferimento genericamente a evidenze scientifiche. Tuttavia, solo 16 contenuti dell’intero campione citavano uno studio specifico e identificabile [1].
Non significa che tutti gli altri post contenessero informazioni false. Significa qualcosa di diverso: molto spesso il pubblico riceveva un’affermazione sulla potenziale utilità del test senza avere gli elementi necessari per verificare quale evidenza scientifica la sostenesse.
Un ulteriore dato merita attenzione. Trentacinque account, pari al 19% del campione, presentavano un interesse finanziario esplicito. Questi account avevano probabilità significativamente maggiori di descrivere il test come utile per lo screening degli asintomatici: odds ratio 3,38, intervallo di confidenza al 95% 1,59–7,22 [1].
Il risultato indica un’associazione statistica. Non dimostra che l’interesse economico sia la causa del messaggio promozionale, ma segnala un elemento che nella comunicazione sanitaria dovrebbe essere reso trasparente.
Il punto fondamentale: i test ematici per l’Alzheimer funzionano davvero?
Qui occorre evitare l’errore opposto.
Lo studio australiano non dimostra che i test del sangue per l’Alzheimer siano inutili o inattendibili.
Al contrario, negli ultimi anni questo settore ha compiuto progressi notevoli. Tra i biomarcatori studiati, particolare attenzione è rivolta alla tau fosforilata in posizione 217, o p-tau217, e ad alcuni rapporti tra p-tau217 e proteine beta-amiloidi.
Le Clinical Practice Guidelines dell’Alzheimer’s Association pubblicate nel 2025 hanno valutato biomarcatori plasmatici come p-tau217, p-tau181, p-tau231, %p-tau217 e il rapporto Aβ42/Aβ40 confrontandoli con standard diagnostici consolidati quali PET amiloide, biomarcatori nel liquido cerebrospinale o neuropatologia [2].
Le linee guida riguardano però un contesto preciso: persone con compromissione cognitiva oggettiva, come mild cognitive impairment (MCI) o demenza, sottoposte a una valutazione specialistica nella quale la malattia di Alzheimer rappresenta una possibile causa del quadro clinico [2].
Questa precisazione cambia radicalmente il significato del test.
Un biomarcatore non equivale a uno screening della popolazione
Esiste infatti una differenza fondamentale tra utilizzare un biomarcatore all’interno di un percorso diagnostico e proporre lo stesso esame come screening di persone sane.
La probabilità che un risultato positivo corrisponda realmente alla condizione cercata dipende anche dalla probabilità pre-test, cioè da quanto fosse plausibile la malattia prima ancora di eseguire l’esame.
In una persona con disturbi cognitivi documentati, valutazione neurologica compatibile e sospetto clinico di Alzheimer, un risultato positivo può avere un significato diagnostico importante.
Lo stesso risultato ottenuto in una persona perfettamente asintomatica appartiene a un contesto completamente diverso.
È uno dei motivi per cui un test con ottime sensibilità e specificità non diventa automaticamente un buon programma di screening per l’intera popolazione.
Cosa dicono gli specialisti italiani
Su questo punto è particolarmente rilevante un documento pubblicato nel marzo 2026 su Neurological Sciences: il position paper congiunto della Società Italiana di Neurologia (SIN), della Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica – Medicina di Laboratorio (SIBioC) e di SINdem [3].
Il documento rappresenta un riferimento particolarmente utile perché affronta direttamente l’introduzione dei biomarcatori ematici nel percorso diagnostico italiano.
Secondo il panel multidisciplinare, tra i biomarcatori attualmente disponibili p-tau217, da sola o nel rapporto con Aβ42, presenta le prestazioni diagnostiche più elevate, in alcuni contesti vicine a quelle ottenibili mediante biomarcatori liquorali o PET [3].
La raccomandazione, tuttavia, è altrettanto chiara: l’indicazione attuale riguarda principalmente soggetti con deficit cognitivo oggettivo, MCI o demenza, nei quali l’Alzheimer sia una delle possibili cause [3].
Per le persone cognitivamente sane o che riferiscono esclusivamente un declino cognitivo soggettivo, le evidenze sono invece ancora controverse e l’indicazione clinica al test rimane incerta [3]. Prima di richiedere biomarcatori specifici, il documento italiano raccomanda una valutazione specialistica comprendente almeno quadro neurologico, comorbidità, fragilità, imaging strutturale ed esami ematochimici di routine.
Perché p-tau217 è così interessante
La p-tau217 è una forma della proteina tau fosforilata a livello dell’amminoacido treonina 217.
Numerosi studi hanno mostrato che le sue concentrazioni plasmatiche cambiano in relazione alla patologia di Alzheimer e che alcuni assay raggiungono un’elevata capacità di distinguere soggetti con e senza patologia amiloide.
Il position paper italiano riporta per p-tau217 valori di area sotto la curva ROC, a seconda delle tecniche e delle popolazioni analizzate, nell’ordine di 0,92–0,98 per l’identificazione della positività amiloide [3].
In alcuni studi, l’impiego del rapporto p-tau217/Aβ42 e di strategie basate su due cut-off — uno destinato a massimizzare la sensibilità e uno la specificità — consente inoltre di separare risultati negativi, intermedi e positivi, limitando le classificazioni eccessivamente nette nei casi incerti [3].
Ma anche un biomarcatore eccellente deve essere interpretato nel paziente reale.
Età e funzione renale possono modificare l’interpretazione
Il documento italiano richiama esplicitamente alcuni potenziali confondenti.
L’età è uno dei più importanti. Negli adulti cognitivamente normali tra 80 e 89 anni la positività amiloide può superare il 40%. Identificare amiloide in una persona molto anziana senza deficit cognitivo può quindi indicare un incremento del rischio biologico senza significare che quella persona svilupperà inevitabilmente una demenza [3].
È proprio in questa fascia di popolazione che la trasformazione di un risultato biologico in una previsione individuale può diventare particolarmente problematica.
Anche la funzione renale conta. La malattia renale cronica può aumentare le concentrazioni plasmatiche di p-tau181 e, in misura inferiore, di p-tau217 indipendentemente dalla patologia amiloide o tau presente nel cervello. Nei casi di insufficienza renale significativa o di risultati borderline può quindi essere necessario ricorrere a conferme mediante liquido cerebrospinale o PET [3].
Sono dettagli difficili da condensare in un video di trenta secondi. Ma sono proprio i dettagli che distinguono un biomarcatore clinico da un test fai-da-te.
La FDA ha davvero autorizzato un test del sangue
Negli Stati Uniti un passaggio regolatorio importante è avvenuto il 16 maggio 2025, quando la Food and Drug Administration ha autorizzato la commercializzazione del Lumipulse G pTau217/β-Amyloid 1-42 Plasma Ratio, il primo dispositivo diagnostico in vitro basato sul sangue autorizzato dalla FDA per contribuire alla diagnosi della malattia di Alzheimer [4].
Anche in questo caso, però, l’indicazione va letta fino in fondo.
Il test è destinato ad adulti di almeno 55 anni che presentano segni e sintomi della malattia. Non è stato autorizzato dalla FDA come screening indiscriminato di adulti sani e asintomatici [4].
È una distinzione sostanziale che nei messaggi promozionali può facilmente scomparire.
Un’altra apparente contraddizione: i nuovi criteri biologici dell’Alzheimer
La questione diventa ancora più complessa perché i criteri rivisti dell’Alzheimer’s Association del 2024 hanno rafforzato la definizione biologica della malattia.
Secondo questo framework, la malattia di Alzheimer è un processo biologico che può iniziare prima della comparsa dei sintomi clinici. Un biomarcatore Core 1 sufficientemente accurato — categoria nella quale rientrano PET amiloide, determinati biomarcatori liquorali e biomarcatori plasmatici accurati, in particolare p-tau217 — può essere sufficiente per definire biologicamente la presenza della patologia [5].
Ma definire biologicamente una malattia e decidere chi sottoporre al test non sono la stessa cosa.
Gli stessi criteri del 2024 non costituiscono una guida operativa passo per passo per lo screening della popolazione. Le successive linee guida cliniche sui biomarcatori ematici restringono infatti il contesto d’impiego alle persone con compromissione cognitiva oggettiva valutate in setting specialistici [2,5].
Questa distinzione è essenziale per evitare che l’espressione “l’Alzheimer può essere diagnosticato prima dei sintomi” venga trasformata nell’invito “tutti dovrebbero fare un esame del sangue per sapere se avranno l’Alzheimer”.
Le due affermazioni non sono equivalenti.
Il problema della sovradiagnosi
Quando un test viene utilizzato in persone con probabilità molto bassa di malattia clinicamente significativa, aumenta anche il rischio di identificare alterazioni biologiche il cui significato individuale è difficile da prevedere.
Da qui nasce il tema della sovradiagnosi: individuare una condizione biologica reale che, tuttavia, potrebbe non diventare clinicamente rilevante durante la vita della persona.
Non è un problema esclusivo dell’Alzheimer.
Una precedente analisi pubblicata su JAMA Network Open aveva studiato quasi mille post relativi a diversi test medici — tra cui risonanze magnetiche total-body e test multicancro — mostrando una comunicazione fortemente sbilanciata verso i benefici e molto meno attenta a sovradiagnosi, falsi positivi e trattamenti non necessari [6].
Il nuovo studio sull’Alzheimer sembra inserirsi nello stesso fenomeno comunicativo: una tecnologia diagnostica potenzialmente utile viene presentata separandola dalle condizioni che ne determinano la reale utilità clinica.
Sapere prima non è sempre automaticamente meglio
L’idea di individuare una malattia il prima possibile è intuitivamente rassicurante. Nella pratica clinica, però, il principio “prima è sempre meglio” non è universale.
Occorre chiedersi almeno tre cose: quanto è accurato il test nella popolazione considerata, cosa significa realmente un risultato positivo e quale decisione clinica può essere presa sulla base di quell’informazione.
Un commento pubblicato su JAMA Internal Medicine nel 2025 ha sottolineato proprio le limitazioni dell’impiego indiscriminato dei biomarcatori ematici dell’Alzheimer nell’assistenza primaria e il rischio di utilizzarli come primo o unico strumento per investigare un disturbo cognitivo [7].
Anche un’analisi pubblicata sul BMJ nello stesso anno ha richiamato l’attenzione sul divario ancora esistente tra accuratezza diagnostica dei biomarcatori e dimostrazione del beneficio di un loro impiego esteso nella popolazione [8].
Dal sangue al cervello: perché questo campo resta comunque rivoluzionario
La necessità di prudenza non riduce l’importanza della ricerca sui biomarcatori ematici.
Al contrario.
La possibilità di ricavare informazioni sulla patologia neurodegenerativa attraverso un semplice prelievo potrebbe rendere il percorso diagnostico meno invasivo, ampliare l’accesso alla valutazione specialistica e ridurre in alcuni contesti la necessità di procedure più complesse come puntura lombare o PET.
È un cambiamento che si inserisce in una trasformazione molto più ampia della ricerca sull’Alzheimer, dove sangue, immunità, genetica e neurodegenerazione stanno diventando sempre più interconnessi.
Su paoloberretta.com questo tema è stato affrontato anche nell’analisi dedicata alla CHIP, alle mutazioni clonali del sangue e alla possibile relazione con il rischio di Alzheimer [PB1].
Allo stesso modo, il ruolo di beta-amiloide e tau può essere approfondito nell’articolo dedicato a sonno, salute cerebrale e rischio di demenza [PB2].
Cosa possiamo concludere
La conclusione più importante dello studio sui social non è che i test ematici per l’Alzheimer siano una moda priva di fondamento.
È quasi il contrario.
La tecnologia sta diventando abbastanza valida da avere un ruolo reale nella medicina clinica. Proprio per questo deve essere comunicata con maggiore precisione.
p-tau217 e alcuni rapporti plasmatici rappresentano oggi biomarcatori estremamente promettenti e, in contesti selezionati, già utilizzabili all’interno del percorso diagnostico. Il loro valore, però, dipende da chi viene sottoposto al test, perché viene eseguito, quale assay viene utilizzato e come il risultato viene integrato con sintomi, valutazione neurologica, imaging, altre patologie e probabilità pre-test [2,3].
Lo studio pubblicato nel 2026 non dimostra inoltre che i post analizzati abbiano provocato direttamente diagnosi inappropriate, ansia o sovratrattamento. È una content analysis trasversale: fotografa il modo in cui il test viene raccontato, non le conseguenze cliniche dei messaggi [1].
Il problema, quindi, non è il prelievo di sangue.
È trasformare un biomarcatore complesso in una promessa semplice: fai il test e saprai se avrai l’Alzheimer.
La scienza, oggi, non dice questo.
Dice qualcosa di più utile ma anche più difficile da comunicare: i test del sangue stanno diventando strumenti molto potenti per riconoscere la biologia dell’Alzheimer, purché vengano utilizzati nella persona giusta, nel momento giusto e all’interno di un percorso clinico appropriato.
Bibliografia
Fonti scientifiche e istituzionali
[1] Sujana RS, McCaffery KJ, Nickel B, Fox R, Naganathan V, Cumming RG, Smith J. Social Media Claims About Blood Tests for Alzheimer’s Disease and Dementia: A Cross-Sectional Content Analysis. J Am Geriatr Soc. 2026. DOI: 10.1111/jgs.70692. PMID: 42742271. PubMed | Articolo originale
[2] Palmqvist S, Whitson HE, Allen LA, et al. Alzheimer’s Association Clinical Practice Guideline on the use of blood-based biomarkers in the diagnostic workup of suspected Alzheimer’s disease within specialized care settings. Alzheimers Dement. 2025;21:e70535. DOI: 10.1002/alz.70535. PMID: 40729527. PubMed | Linee guida complete
[3] Gaetani L, Agnello L, Pilotto A, et al. Blood-based biomarkers for Alzheimer’s disease diagnosis: a joint position paper from the Italian Societies of Neurology (SIN), SIBioC and SINdem. Neurol Sci. 2026;47(4):355. DOI: 10.1007/s10072-026-08931-7. PMID: 41862751. PubMed | Full text Springer Nature
[4] U.S. Food and Drug Administration. FDA Clears First Blood Test Used in Diagnosing Alzheimer’s Disease. 16 May 2025. FDA
[5] Jack CR Jr, Andrews JS, Beach TG, et al. Revised criteria for diagnosis and staging of Alzheimer’s disease: Alzheimer’s Association Workgroup. Alzheimers Dement. 2024;20(8):5143-5169. DOI: 10.1002/alz.13859. PMID: 38934362. PubMed
[6] Nickel B, et al. Social Media Posts About Medical Tests With Potential for Overdiagnosis. JAMA Netw Open. 2025. JAMA Network Open
[7] Widera E, Covinsky K. The Limited Role of Alzheimer Disease Blood-Based Biomarkers in Primary Care. JAMA Intern Med. 2025;185(7):755-757. DOI: 10.1001/jamainternmed.2025.0976. PMID: 40354075. PubMed
[8] Van Gool WA, Siebrand JAF, Brayne C, Larson EB, Richard E. Evidence gap in blood biomarkers for Alzheimer’s disease. BMJ. 2025;390:e084781. DOI: 10.1136/bmj-2025-084781. PMID: 40763957. PubMed
Approfondimenti interni – paoloberretta.com
[PB1] Paolo Berretta. CHIP e Alzheimer: mutazioni del sangue e rischio demenza. Articolo su paoloberretta.com
[PB2] Paolo Berretta. Sonno, salute cerebrale e rischio demenza. Articolo su paoloberretta.com