Il consumo quotidiano di caffè è associato, in numerosi studi epidemiologici, a una minore incidenza di alcune patologie cardiovascolari e metaboliche e a una riduzione della mortalità complessiva. Tuttavia, bere caffè non equivale necessariamente a prevenire una malattia: quantità, modalità di preparazione, orario di assunzione, sensibilità individuale alla caffeina e condizioni cliniche possono modificare il rapporto tra benefici e rischi. Le ricerche più recenti hanno ampliato il dibattito, passando dalla semplice domanda su quante tazze consumare a una valutazione più articolata delle abitudini quotidiane. Questo approfondimento esamina le evidenze disponibili su PubMed, confrontandole con i precedenti articoli dedicati al caffè, alla salute cardiovascolare e al rischio oncologico pubblicati su questo sito.

Cosa sappiamo sul consumo quotidiano di caffè

Il caffè è una bevanda chimicamente complessa, che contiene caffeina, acidi clorogenici, altri composti fenolici e sostanze la cui concentrazione varia in funzione della specie botanica, della tostatura e del metodo di preparazione.

Per questo motivo, gli effetti del caffè non possono essere ricondotti esclusivamente alla caffeina. Alcune associazioni epidemiologiche favorevoli sono state osservate anche per il caffè decaffeinato, suggerendo un possibile contributo di componenti non stimolanti [1,2].

Una delle analisi più ampie della letteratura è stata pubblicata nel 2017 sul BMJ da Poole e colleghi. Si tratta di una umbrella review, cioè una revisione sistematica di meta-analisi, che ha esaminato numerosi esiti sanitari associati al consumo di caffè.

Gli autori hanno identificato 201 meta-analisi di studi osservazionali, riguardanti 67 differenti esiti di salute, e 17 meta-analisi di studi di intervento. Complessivamente, il consumo di caffè risultava più frequentemente associato a esiti favorevoli che sfavorevoli, pur con importanti differenze tra condizioni cliniche e popolazioni [1].

Il risultato non deve essere interpretato come una dimostrazione di efficacia preventiva. Gli studi osservazionali possono identificare associazioni, ma non eliminano completamente il possibile ruolo di fattori confondenti, come fumo, alimentazione, attività fisica e condizioni di salute preesistenti.

Quante tazze di caffè al giorno sono associate a benefici?

La stessa umbrella review del BMJ ha identificato una relazione non lineare tra consumo di caffè e diversi esiti sanitari.

In particolare, confrontando un consumo abituale di tre-quattro tazze quotidiane con l’assenza di consumo, sono state osservate le seguenti associazioni:

Queste percentuali descrivono differenze statistiche tra gruppi di popolazione e non consentono di prevedere il beneficio individuale di una determinata quantità di caffè.

Inoltre, la definizione di tazza non è omogenea tra gli studi: un espresso italiano, un caffè americano e una preparazione filtrata possono contenere quantità diverse di caffeina, anche a parità di numero di porzioni.

Tre o quattro tazze non rappresentano quindi una prescrizione sanitaria, né una quantità che chi non beve caffè dovrebbe iniziare a consumare.

Caffè e salute cardiovascolare: cosa aggiungono gli studi recenti?

Il rapporto tra caffè e apparato cardiovascolare è stato approfondito nel precedente articolo Caffè e cuore: cosa dice davvero la scienza [PB1].

La letteratura successiva alle prime grandi meta-analisi ha contribuito a chiarire che il consumo moderato non risulta generalmente associato a un peggioramento degli esiti cardiovascolari nella popolazione adulta, pur non dimostrando un effetto terapeutico.

Uno studio pubblicato nel 2022 sull’European Journal of Preventive Cardiology, basato su 449.563 partecipanti della UK Biobank, ha esaminato l’associazione tra diverse tipologie di caffè, aritmie, malattie cardiovascolari e mortalità. I risultati hanno mostrato associazioni favorevoli per diversi livelli di consumo, con differenze tra caffè macinato, solubile e decaffeinato [3].

Un’ulteriore analisi prospettica della UK Biobank, pubblicata nel 2024 su Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases, ha considerato 185.112 partecipanti e la progressione verso la multimorbilità cardiometabolica, definita dalla coesistenza di almeno due condizioni tra diabete di tipo 2, cardiopatia coronarica e ictus [4].

Gli autori hanno osservato associazioni tra consumo di caffè e minore rischio di alcune transizioni verso condizioni cardiometaboliche, con risultati coerenti anche per il caffè non zuccherato.

Anche in questo caso, tuttavia, il disegno osservazionale non permette di concludere che il caffè abbia direttamente impedito lo sviluppo delle patologie [4].

Il contributo degli studi randomizzati

Un elemento importante emerge dal trial clinico randomizzato DECAF, pubblicato su JAMA nel 2025.

Lo studio ha arruolato 200 pazienti con fibrillazione atriale persistente, o flutter atriale con storia di fibrillazione, candidati a cardioversione elettrica.

Durante sei mesi di osservazione, la recidiva di fibrillazione o flutter atriale è stata rilevata nel 47% dei pazienti assegnati al consumo di caffè con caffeina e nel 64% di quelli assegnati all’astensione. L’hazard ratio è risultato pari a 0,61 (IC 95%: 0,42–0,89) [5].

Il risultato è significativo perché deriva da un disegno sperimentale, ma riguarda una popolazione clinica selezionata e un consumo mediamente vicino a una tazza al giorno.

Non dimostra che aumentare liberamente la caffeina prevenga le aritmie nella popolazione generale, né sostituisce le indicazioni del cardiologo.

Conta anche l’orario in cui si beve il caffè?

Un filone di ricerca più recente riguarda la distribuzione del consumo nell’arco della giornata.

Nel 2025, Wang e colleghi hanno pubblicato sull’European Heart Journal uno studio osservazionale che ha analizzato 40.725 adulti del National Health and Nutrition Examination Survey statunitense, identificando differenti abitudini temporali di consumo [6].

Rispetto ai non consumatori, le persone che bevevano caffè prevalentemente al mattino presentavano:

  • un’associazione con una minore mortalità totale (HR 0,84; IC 95%: 0,74–0,95);

  • un’associazione con una minore mortalità cardiovascolare (HR 0,69; IC 95%: 0,55–0,87).

Un’analoga associazione statisticamente significativa non è stata osservata per il consumo distribuito durante l’intera giornata [6].

Questo risultato apre un’interessante prospettiva sul possibile ruolo dei ritmi circadiani, del sonno e delle abitudini alimentari.

Occorre tuttavia evitare una sovrainterpretazione: lo studio non dimostra che spostare il caffè dal pomeriggio alla mattina riduca causalmente la mortalità. Le persone che adottano differenti orari di consumo possono differire anche per caratteristiche comportamentali e cliniche difficili da controllare completamente.

Caffeina: quali quantità sono considerate sicure?

Per interpretare correttamente le evidenze epidemiologiche è necessario distinguere il numero di tazze dalla dose effettiva di caffeina.

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) considera un’assunzione fino a 400 mg quotidiani di caffeina, da tutte le fonti e distribuita durante la giornata, generalmente non problematica per gli adulti sani, con l’eccezione della gravidanza [7].

Valori di riferimento per la caffeina

Adulti sani, nell’arco della giornata Fino a 400 mg
Dose singola negli adulti sani Fino a 200 mg
Gravidanza, da tutte le fonti Fino a 200 mg/die
Possibili effetti sul sonno in soggetti sensibili Già da 100 mg

Valori di riferimento EFSA, non obiettivi di consumo né garanzia di assenza di effetti individuali [7].

Tali quantità devono comprendere tutte le fonti di caffeina, inclusi tè, energy drink, integratori e alcuni medicinali.

Il consumo può richiedere ulteriori precauzioni in presenza di insonnia, disturbi d’ansia, palpitazioni, sensibilità individuale alla caffeina o specifiche condizioni cardiovascolari.

In gravidanza, il limite di riferimento è più prudente e il consumo deve essere discusso nel contesto delle indicazioni cliniche individuali.

Il metodo di preparazione può modificare gli effetti metabolici

Un aspetto spesso trascurato è la differenza tra caffè filtrato e non filtrato.

Il caffè contiene diterpeni, tra cui cafestolo e kahweolo, che possono influenzare le concentrazioni dei lipidi ematici. Il loro contenuto nella bevanda dipende anche dalle modalità di estrazione.

Una meta-analisi di sperimentazioni cliniche randomizzate ha rilevato che il consumo di caffè non filtrato, a differenza di quello filtrato con carta, può aumentare le concentrazioni di colesterolo totale e LDL [8].

Questo dato suggerisce che la preparazione sia una variabile importante da considerare, soprattutto nei soggetti con dislipidemia.

Non significa che ogni preparazione priva di filtro cartaceo determini lo stesso aumento del colesterolo: l’esposizione dipende dalla quantità consumata, dalla concentrazione dei diterpeni e dalla tecnica utilizzata.

Caffè e rischio oncologico: perché bisogna distinguere le evidenze

Il possibile rapporto tra consumo di caffè e rischio oncologico richiede una lettura particolarmente attenta.

Le revisioni della letteratura hanno individuato associazioni tra consumo di caffè e minore rischio di alcune neoplasie, ma l’intensità e la consistenza delle evidenze variano significativamente in funzione della sede tumorale, delle caratteristiche della popolazione e dei fattori confondenti [1,2].

Non è quindi scientificamente corretto affermare in termini generali che il caffè prevenga il cancro.

Il collegamento con il carcinoma mammario

Nel precedente approfondimento Un nuovo studio su caffè e tumore al seno [PB2] è stato discusso uno studio del 2026 sul rapporto tra assunzione alimentare di polifenoli e prognosi del carcinoma mammario.

Il punto metodologico è rilevante: il fatto che il caffè costituisca una fonte importante dei polifenoli studiati non permette di attribuire automaticamente alla bevanda gli esiti osservati.

Questa distinzione evita di confondere l’esposizione a una classe di composti alimentari con un effetto clinico specifico del consumo di caffè.

La temperatura della bevanda è una variabile distinta

Un ulteriore collegamento riguarda l’articolo Bevande molto calde e tumore dell’esofago [PB3].

Le evidenze epidemiologiche sul consumo abituale di bevande a temperature molto elevate devono essere considerate separatamente dalle associazioni tra caffè, caffeina e salute generale.

Il potenziale rischio associato alla temperatura non dimostra che il caffè sia intrinsecamente cancerogeno.

È un esempio concreto di come una corretta valutazione tossicologica ed epidemiologica debba distinguere la composizione di una bevanda dalle condizioni nelle quali viene consumata.

I principali limiti della ricerca sul caffè

Nonostante l’elevato numero di pubblicazioni disponibili, la letteratura presenta limiti metodologici ricorrenti.

Il primo è il predominio degli studi osservazionali, nei quali il consumo viene spesso dichiarato dagli stessi partecipanti mediante questionari alimentari.

Il secondo riguarda l’eterogeneità delle esposizioni. Una tazza può rappresentare volumi e contenuti di caffeina molto differenti; inoltre, non sempre vengono registrati tostatura, metodo di preparazione e aggiunta di zucchero.

Il terzo è rappresentato dal possibile confondimento residuo. Anche analisi statistiche molto articolate non possono escludere che una parte delle associazioni osservate dipenda da altri comportamenti o caratteristiche dei partecipanti.

Un ulteriore problema è la causalità inversa: alcune persone possono ridurre o interrompere il consumo di caffè perché hanno già sviluppato sintomi o condizioni cliniche. Questo può influenzare il confronto tra consumatori e non consumatori.

Infine, i risultati medi di popolazione non descrivono necessariamente la risposta del singolo individuo, che può variare in funzione della sensibilità alla caffeina, del metabolismo, dei farmaci assunti e delle patologie concomitanti.

Cosa possiamo concludere sul consumo quotidiano di caffè?

Le evidenze scientifiche disponibili sostengono una conclusione equilibrata: il consumo moderato di caffè è generalmente compatibile con uno stile di vita sano nella maggior parte degli adulti, e numerosi studi hanno osservato associazioni favorevoli con differenti esiti cardiovascolari e metabolici.

Tuttavia, non esiste una dose universalmente ottimale e non è dimostrato che iniziare a bere caffè, o aumentarne il consumo, determini automaticamente un beneficio clinico.

Le ricerche recenti indicano che il numero di tazze rappresenta soltanto una parte del problema. Anche l’orario, il metodo di preparazione, la presenza di caffeina, le caratteristiche individuali e il contesto alimentare meritano attenzione.

Il significato complessivo di questi risultati non è trasformare il caffè in uno strumento terapeutico, ma riconoscere che la valutazione dei suoi possibili benefici e rischi deve essere proporzionata alla qualità delle prove disponibili.

 


Bibliografia

Fonti scientifiche e istituzionali

[1] Poole R, Kennedy OJ, Roderick P, et al. Coffee consumption and health: umbrella review of meta-analyses of multiple health outcomes. BMJ. 2017;359:j5024. DOI: 10.1136/bmj.j5024. PMID: 29167102.

[2] Grosso G, Godos J, Galvano F, Giovannucci EL. Coffee, Caffeine, and Health Outcomes: An Umbrella Review. Annual Review of Nutrition. 2017;37:131–156. DOI: 10.1146/annurev-nutr-071816-064941. PMID: 28826374.

[3] Chieng D, et al. The impact of coffee subtypes on incident cardiovascular disease, arrhythmias, and mortality: long-term outcomes from the UK Biobank. European Journal of Preventive Cardiology. 2022. PubMed – PMID 36162818.

[4] Sun D, Gao Y, Xu B, et al. Association of coffee consumption with cardiometabolic multimorbidity: A prospective cohort study in the UK biobank. Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases. 2024;34(12):2779–2788. DOI: 10.1016/j.numecd.2024.08.004. PMID: 39277537.

[5] Caffeinated Coffee Consumption or Abstinence to Reduce Atrial Fibrillation: The DECAF Randomized Clinical Trial. JAMA. 2025. PubMed – PMID 41206802.

[6] Wang X, Ma H, Sun Q, et al. Coffee drinking timing and mortality in US adults. European Heart Journal. 2025;46(8):749–759. DOI: 10.1093/eurheartj/ehae871. PMID: 39776171.

[7] European Food Safety Authority (EFSA). Caffeina: valutazione della sicurezza e livelli di assunzione. Pagina istituzionale EFSA.

[8] Coffee consumption and serum lipids: a meta-analysis of randomized controlled clinical trials. PubMed – PMID 11207153.

Approfondimenti interni – paoloberretta.com

[PB1] Paolo Berretta. Caffè e cuore: cosa dice davvero la scienza. 2026.

[PB2] Paolo Berretta. Un nuovo studio su caffè e tumore al seno. 2026.

[PB3] Paolo Berretta. Bevande molto calde e tumore dell’esofago. 2026.