Cosa dice l’EMA e quali sono le evidenze scientifiche

L’ossibato di sodio, commercializzato in Italia con il nome Alcover®, è un farmaco utilizzato nel trattamento dell’astinenza alcolica. Nel settembre 2026, l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha concluso una revisione sulla sua efficacia e sicurezza, confermando un rapporto beneficio-rischio favorevole per le indicazioni esaminate, ma chiedendo ulteriori studi clinici. Una conclusione che ha riacceso il confronto sul ruolo terapeutico di questa sostanza, chimicamente collegata al gamma-idrossibutirrato (GHB). Che cosa significa realmente la valutazione europea? Quanto sono solide le prove di efficacia? E quali rischi devono essere considerati nella pratica clinica? Per rispondere occorre distinguere le decisioni regolatorie dai risultati della ricerca, senza confondere l’uso medico controllato con quello non terapeutico.

Perché l’ossibato di sodio è tornato al centro dell’attenzione

Il dibattito sull’ossibato di sodio non è nuovo. Da una parte c’è il suo utilizzo come medicinale nel trattamento di specifiche condizioni legate alla dipendenza da alcol. Dall’altra ci sono le preoccupazioni per le proprietà psicoattive del GHB, una sostanza associata anche a episodi di intossicazione, abuso e somministrazione non consensuale.

Questi due aspetti vengono spesso contrapposti, come se il riconoscimento dell’utilità terapeutica di una sostanza dovesse necessariamente ridimensionarne i rischi, o viceversa.

In realtà, la farmacologia clinica richiede una valutazione più articolata. Una molecola può avere indicazioni terapeutiche documentate e, contemporaneamente, presentare un potenziale di abuso che impone precauzioni specifiche.

La recente posizione della Società Italiana Patologie da Dipendenza (SIPaD) richiama proprio l’esigenza di valutare i medicinali impiegati nella cura delle dipendenze sulla base delle evidenze scientifiche, dell’appropriatezza prescrittiva e dei risultati clinici.

Il comunicato costituisce uno spunto per approfondire la questione, ma la valutazione scientifica deve partire dai documenti originali dell’EMA e dagli studi clinici pubblicati.

Che cosa ha stabilito l’EMA nel settembre 2026

Il 17 settembre 2026, il Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’EMA ha adottato il proprio parere sulla revisione dei medicinali contenenti ossibato di sodio alla concentrazione di 175 mg/ml, autorizzati in Italia e Austria per specifiche indicazioni relative alla dipendenza da alcol.

La comunicazione pubblica è stata diffusa il giorno successivo, il 18 settembre [1].

La procedura era iniziata nel giugno 2025 su richiesta dell’autorità francese per i medicinali, che aveva sollevato interrogativi sull’efficacia del trattamento e sull’adeguatezza delle misure di prevenzione dell’abuso.

Dopo aver esaminato i dati clinici, la letteratura scientifica e le segnalazioni successive alla commercializzazione, il CHMP ha ritenuto che i benefici dei medicinali esaminati continuino a superare i rischi nelle condizioni di utilizzo autorizzate.

Il Comitato ha però evidenziato un problema sostanziale: diversi studi disponibili presentano limitazioni metodologiche che non consentono di definire con sufficiente precisione l’entità dell’effetto terapeutico.

Per questo ha raccomandato nuovi studi clinici, destinati a caratterizzare meglio l’efficacia dell’ossibato di sodio.

Un dettaglio regolatorio è fondamentale: alla data della documentazione consultata, la procedura risultava allo stadio di parere CHMP, da trasmettere alla Commissione europea per la decisione giuridicamente vincolante. Non sarebbe quindi corretto descrivere il parere come una nuova autorizzazione europea già definitiva [1].

Una conferma del beneficio-rischio non equivale a una nuova prova definitiva di efficacia

La differenza può sembrare sottile, ma è importante.

Il rapporto beneficio-rischio è una valutazione complessiva che considera efficacia, sicurezza, gravità della condizione trattata, alternative terapeutiche e misure disponibili per controllare i rischi.

Il mantenimento di un giudizio favorevole non implica che ogni incertezza sia stata risolta.

Nel caso dell’ossibato di sodio, il CHMP ha espresso entrambe le valutazioni: il medicinale conserva un rapporto beneficio-rischio favorevole, ma sono necessari ulteriori dati clinici.

È questa la conclusione che deve guidare una comunicazione scientificamente equilibrata.

Alcover in Italia: per quali condizioni è autorizzato?

L’ossibato di sodio è commercializzato come Alcover in Italia dal 1991 e in Austria dal 1999. Le autorizzazioni sono nazionali e non comprendono esattamente le stesse indicazioni.

In Italia, secondo la documentazione EMA, Alcover soluzione orale è autorizzato come trattamento aggiuntivo per il controllo della sindrome da astinenza alcolica acuta.

In Austria, invece, oltre all’impiego nell’astinenza acuta, è previsto anche come trattamento aggiuntivo per sostenere l’astinenza a lungo termine, sotto attenta supervisione medica e nell’ambito di un percorso che comprende psicoterapia e riabilitazione sociale [1].

Questa distinzione è particolarmente rilevante quando si interpretano gli studi scientifici.

Una sperimentazione sul mantenimento dell’astinenza può fornire informazioni importanti sul potenziale terapeutico della molecola, ma non modifica automaticamente le indicazioni autorizzate in Italia.

Occorre inoltre ricordare che la revisione EMA del 2026 non riguardava le formulazioni di ossibato di sodio da 500 mg/ml utilizzate per la narcolessia con cataplessia.

Ossibato di sodio e GHB: la stessa base farmacologica, contesti differenti

L’ossibato di sodio è il sale sodico dell’acido gamma-idrossibutirrico, comunemente indicato con la sigla GHB.

Non si tratta quindi di due sostanze farmacologicamente indipendenti. La relazione chimica è diretta e gli effetti dell’ossibato di sodio sono riconducibili all’attività del GHB nell’organismo.

Il GHB agisce sul sistema nervoso centrale attraverso meccanismi che coinvolgono specifici sistemi recettoriali, tra cui quelli GABAergici.

I suoi effetti dipendono anche dalla dose, dalle caratteristiche individuali e dall’eventuale assunzione contemporanea di altre sostanze.

È proprio questa attività farmacologica a rendere necessaria una particolare attenzione alla sicurezza.

In ambito terapeutico, la somministrazione avviene mediante un medicinale con composizione definita, indicazioni autorizzate e condizioni di prescrizione controllate.

Nell’uso non medico, invece, possono mancare garanzie sulla concentrazione, sulla quantità effettivamente assunta e sulla presenza di altre sostanze.

Questa distinzione ha un significato clinico importante, ma non cancella i rischi intrinseci della molecola.

Un farmaco non diventa privo di potenziale di abuso perché viene prescritto da un medico. È il contesto terapeutico, insieme alle misure di controllo, che può contribuire a rendere il suo impiego appropriato.

Quanto è efficace l’ossibato di sodio? I risultati degli studi clinici

La letteratura sull’ossibato di sodio comprende studi relativi sia alla gestione dell’astinenza acuta sia alla prevenzione delle ricadute dopo la disintossicazione.

Sono due obiettivi differenti e devono essere analizzati separatamente.

Nel primo caso si cerca di controllare i sintomi che compaiono quando una persona con dipendenza interrompe o riduce il consumo di alcol.

Nel secondo si cerca di favorire il mantenimento dell’astinenza nel tempo.

Confondere questi due risultati rischia di produrre conclusioni imprecise sull’efficacia del farmaco.

Lo studio GATE 1: il trattamento dell’astinenza acuta

Nel 2014, Caputo e collaboratori hanno pubblicato su CNS Drugs i risultati del trial GATE 1, uno studio multicentrico randomizzato, in doppio cieco, che ha confrontato l’ossibato di sodio con oxazepam, una benzodiazepina utilizzata nel trattamento dell’astinenza alcolica.

Lo studio ha coinvolto 126 pazienti ambulatoriali con sindrome da astinenza alcolica non complicata.

Per dieci giorni, 61 partecipanti hanno ricevuto ossibato di sodio e 65 oxazepam.

La gravità dei sintomi è stata valutata attraverso la scala CIWA-Ar, uno strumento clinico utilizzato per misurare le manifestazioni dell’astinenza alcolica.

In entrambi i gruppi è stata osservata una riduzione significativa dei sintomi. La differenza tra i due trattamenti non è risultata statisticamente significativa (p=0,21) [2].

Il risultato è favorevole alla possibilità di utilizzare l’ossibato di sodio in pazienti selezionati con astinenza non complicata. Occorre però una precisazione metodologica.

L’assenza di una differenza statisticamente significativa non dimostra automaticamente che due trattamenti siano equivalenti. Per dimostrare formalmente equivalenza o non inferiorità occorrono disegni sperimentali e margini statistici adeguatamente definiti.

Inoltre, lo studio non consente di stabilire che l’ossibato di sodio offra la stessa protezione delle benzodiazepine rispetto a complicanze gravi come convulsioni e delirium tremens.

Le benzodiazepine restano il riferimento nelle raccomandazioni OMS

Le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità indicano le benzodiazepine come trattamento farmacologico di prima linea per l’astinenza alcolica, anche per la prevenzione di convulsioni e delirium [3].

Si tratta di raccomandazioni storiche del programma mhGAP, che conservano rilevanza come riferimento istituzionale, ma non devono essere presentate come linee guida appena pubblicate nel 2026.

Questo significa che la disponibilità di Alcover non autorizza a considerarlo automaticamente intercambiabile con le benzodiazepine in ogni situazione clinica.

Il mantenimento dell’astinenza: risultati promettenti, ma non uniformi

Una parte importante della ricerca sull’ossibato di sodio riguarda la possibilità di favorire l’astinenza dopo la disintossicazione.

Qui il quadro scientifico diventa più complesso.

Il trial multicentrico del 2022

Nel 2022, Guiraud e collaboratori hanno pubblicato sul Journal of Psychopharmacology uno studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, condotto in 11 centri di quattro Paesi europei.

Sono stati randomizzati 314 pazienti con dipendenza da alcol, già sottoposti a disintossicazione.

Il trattamento è durato sei mesi, seguiti da ulteriori sei mesi senza somministrazione del farmaco.

L’obiettivo principale era valutare la durata cumulativa dell’astinenza, cioè il numero complessivo di giorni senza consumo di alcol durante il periodo di trattamento.

Pazienti randomizzati

314

154 ossibato, 160 placebo

Differenza media stimata

+43,1

Giorni di astinenza nell’analisi primaria

L’analisi primaria ha mostrato una differenza media di 43,1 giorni a favore dell’ossibato di sodio, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 17,6 e 68,5 giorni (p=0,001).

Gli autori hanno tuttavia riscontrato un’eterogeneità significativa tra i centri partecipanti. Un’analisi aggiuntiva a effetti casuali ha stimato una differenza di 32,4 giorni, anch’essa statisticamente significativa (p=0,014) [4].

Il risultato indica un possibile beneficio clinicamente rilevante nella popolazione studiata.

Non significa, però, che tutti i pazienti trattati guadagnino 43 giorni di astinenza. Si tratta di una differenza media stimata tra gruppi, osservata in specifiche condizioni sperimentali.

La variabilità tra centri suggerisce inoltre prudenza nella generalizzazione.

La revisione sistematica del 2025 ridimensiona alcune conclusioni

Nel 2025, Biso e collaboratori hanno pubblicato su Current Neuropharmacology una revisione sistematica con meta-analisi dedicata all’efficacia e alla sicurezza dell’ossibato di sodio nel trattamento a lungo termine del disturbo da uso di alcol.

Gli autori, affiliati alle Università di Pisa, Siena e L’Aquila, hanno identificato 13 studi relativi a trattamenti di durata superiore a 12 settimane, includendone sette nella meta-analisi quantitativa.

Il risultato principale è meno favorevole rispetto a quello del singolo trial del 2022.

Nell’analisi aggregata, dopo 12 settimane il tasso di astinenza non è risultato significativamente superiore nel gruppo trattato con ossibato di sodio rispetto al placebo.

È stato invece osservato un risultato favorevole all’ossibato di sodio nel confronto con naltrexone, mentre i tassi di completamento del trattamento erano simili [5].

Questi risultati non devono essere letti come una contraddizione insanabile.

La durata cumulativa dell’astinenza e il tasso di astinenza a un determinato momento non sono lo stesso endpoint. Anche la composizione dei campioni, le modalità di analisi e la durata del trattamento possono modificare i risultati.

La meta-analisi indica però che le prove disponibili non sono ancora sufficientemente uniformi per sostenere una superiorità generalizzata dell’ossibato di sodio rispetto al placebo nel trattamento cronico.

Questo è uno dei motivi per cui la richiesta EMA di ulteriori studi appare scientificamente giustificata.

Quali sono i rischi dell’ossibato di sodio?

La valutazione della sicurezza deve accompagnare quella dell’efficacia.

L’ossibato di sodio possiede proprietà depressive del sistema nervoso centrale. I rischi possono aumentare in presenza di alcol, sedativi o altri medicinali con effetti depressivi centrali.

Tra gli aspetti da considerare vi sono sedazione, alterazione dello stato di vigilanza, potenziali interazioni farmacologiche, uso improprio e sviluppo di dipendenza.

La valutazione individuale deve tenere conto anche della storia clinica e dell’eventuale uso concomitante di altre sostanze.

Nel settembre 2026, il CHMP non ha individuato nuovi problemi di sicurezza tali da richiedere una modifica delle misure aggiuntive già previste per ridurre il rischio di abuso e uso improprio [1].

Questa conclusione è rassicurante entro i limiti della valutazione effettuata, ma non equivale a dichiarare che il farmaco sia innocuo.

L’assenza di nuovi segnali non cancella quelli già conosciuti.

È quindi essenziale che prescrizione, dispensazione e monitoraggio seguano le condizioni autorizzate e le procedure di gestione del rischio.

Perché il parere EMA non risolve tutte le questioni scientifiche

La vicenda dell’ossibato di sodio mostra quanto sia complesso valutare un farmaco utilizzato nel trattamento delle dipendenze.

Gli studi clinici devono misurare risultati significativi per il paziente, ma devono anche affrontare problemi metodologici particolari: aderenza al trattamento, ricadute, abbandono dello studio, differenze nella gravità della dipendenza e concomitanti interventi psicosociali.

Nel trattamento dell’astinenza acuta è importante misurare non soltanto la riduzione dei sintomi, ma anche la prevenzione delle complicanze.

Nel mantenimento dell’astinenza, invece, bisogna capire se il beneficio persista, quanto sia consistente e quali pazienti possano trarne maggiore vantaggio.

Gli studi disponibili non rispondono ancora in modo definitivo a tutte queste domande.

Il CHMP ha riconosciuto proprio la necessità di produrre dati più robusti, in linea con gli standard metodologici attuali.

Il ruolo dei SerD e della medicina delle dipendenze

L’efficacia di un trattamento farmacologico non dipende soltanto dalla molecola utilizzata.

Nella pratica clinica, la gestione del disturbo da uso di alcol richiede una valutazione multidimensionale, che comprenda condizioni fisiche, salute mentale, storia della dipendenza, rischio di ricaduta e contesto sociale.

I Servizi per le Dipendenze svolgono un ruolo importante nella costruzione di percorsi terapeutici integrati, nei quali i farmaci possono essere associati a interventi psicologici, educativi e riabilitativi.

L’appropriatezza prescrittiva assume un significato particolare per medicinali come l’ossibato di sodio, nei quali il potenziale beneficio terapeutico deve essere continuamente bilanciato con le esigenze di sicurezza.

La complessità dei bisogni assistenziali è richiamata anche nell’approfondimento sulla Relazione 2026 al Parlamento e l’evoluzione delle dipendenze in Italia [PB1].

In questo contesto, la formazione specialistica rappresenta una componente importante della qualità assistenziale, come illustrato nei percorsi universitari dedicati alla prevenzione, diagnosi e trattamento delle dipendenze patologiche [PB2] e alla medicina delle dipendenze [PB3].

Cosa possiamo concludere sull’ossibato di sodio

La revisione EMA del settembre 2026 non rappresenta una promozione indiscriminata dell’ossibato di sodio, ma neppure una smentita del suo possibile valore terapeutico.

Il CHMP ha ritenuto favorevole il rapporto beneficio-rischio dei medicinali esaminati, riconoscendo contemporaneamente la necessità di nuove evidenze cliniche.

Gli studi randomizzati hanno documentato risultati favorevoli in specifiche popolazioni, ma le revisioni sistematiche mostrano che l’efficacia non è dimostrata con la stessa solidità per tutti gli obiettivi terapeutici.

La relazione farmacologica con il GHB impone attenzione alla sicurezza, senza costituire, da sola, una ragione per negare l’utilità di un impiego medico appropriato.

La prospettiva più corretta è quindi quella di una medicina delle dipendenze fondata sulle prove, capace di riconoscere il potenziale terapeutico di un farmaco senza sottovalutarne i limiti.

La domanda da porsi non è se l’ossibato di sodio sia un farmaco da difendere o da demonizzare, ma in quali pazienti, per quali indicazioni e con quali garanzie il suo utilizzo produca un beneficio clinico dimostrabile.

È su questa domanda che dovranno concentrarsi le prossime ricerche.


Bibliografia e fonti

Fonti scientifiche e istituzionali

[1] European Medicines Agency. Sodium oxybate-containing syrup and oral solution for alcohol dependence – referral. CHMP opinion, 17 settembre 2026; comunicazione pubblica, 18 settembre 2026. Documento ufficiale EMA.

[2] Caputo F, Skala K, Mirijello A, et al. Sodium oxybate in the treatment of alcohol withdrawal syndrome: a randomized double-blind comparative study versus oxazepam. The GATE 1 trial. CNS Drugs. 2014;28(8):743–752. DOI: 10.1007/s40263-014-0183-1. PubMed: 24996524.

[3] World Health Organization. Management of alcohol withdrawal. mhGAP Evidence Centre. Raccomandazioni del 2012. Fonte ufficiale OMS.

[4] Guiraud J, Addolorato G, Antonelli M, et al. Sodium oxybate for the maintenance of abstinence in alcohol-dependent patients: An international, multicenter, randomized, double-blind, placebo-controlled trial. J Psychopharmacol. 2022;36(10):1136–1145. DOI: 10.1177/02698811221104063. PubMed: 35796481.

[5] Biso L, Spini A, Petragnano F, Maggio R, Scarselli M, Carli M. Long-term Efficacy and Safety of Sodium Oxybate in Treating Alcohol Use Disorder: A Systematic Review and Meta-Analysis. Curr Neuropharmacol. 2025;23(5):579–593. DOI: 10.2174/1570159X22666240902100058. PubMed: 39225220.

Approfondimenti interni – paoloberretta.com

[PB1] Paolo Berretta. Dipendenze in Italia: la Relazione 2026.

[PB2] Paolo Berretta. Master di II livello in prevenzione, diagnosi e trattamento delle dipendenze patologiche.

[PB3] Paolo Berretta. Master di 2° livello in Medicina delle Dipendenze.