Un recente rapporto congiunto dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo aggiorna il quadro epidemiologico nazionale relativo al virus del Nilo Occidentale, confermando un incremento del numero di casi umani riscontrati.
Oggi, le segnalazioni complessive raggiungono quota 173, con 72 di queste classificazioni come forme neuroinvasive, ovvero in grado di coinvolgere il sistema nervoso centrale.
L’aumento proporzionale dei casi non neuroinvasivi – generalmente più lievi e spesso confondibili con comuni sindromi febbrili – potrebbe indicare un miglioramento nel riconoscimento e nella diagnosi precoce dell’infezione, segnale di un sistema di monitoraggio più reattivo e capillare.
La distribuzione geografica dei casi evidenzia una concentrazione particolare nel centro-sud Italia.
Il Lazio risulta la regione più colpita per quanto riguarda le forme gravi, con 37 casi neuroinvasivi registrati, seguita dalla Campania, che ne segnala 21.
Il Veneto, pur essendo storicamente una delle aree più interessate, mostra un numero contenuto di forme gravi, con 4 casi segnalati.
Complessivamente, nove regioni italiane hanno comunicato almeno un caso umano di infezione. Tra i decessi documentati, sei sono avvenuti in Campania e quattro nel Lazio, sottolineando la gravità clinica dell’infezione in specifiche aree del Paese.
Un aspetto rilevante è che la circolazione virale è stata rilevata anche in due regioni che non hanno ancora segnalato casi umani, suggerendo una diffusione silenziosa del patogeno in animali o vettori (principalmente zanzare del genere Culex ), che potrebbe anticipare futuri focolai umani.
L’andamento generale dell’epidemia appare coerente con le previsioni stagionali, anche se si osserva una progressiva espansione delle aree coinvolte, con nuovi focolai che emergono anche al di fuori delle tradizionali zone ad alta endemicità.
La Pianura Padana continua a mostrare segnali di circolazione virale, nonostante il numero di casi umani sia relativamente contenuto.
La presenza del virus è stata confermata in diversi capi bovini, equini e in campioni di zanzare in numerose province settentrionali, indicando una trasmissione attiva anche in contesti non ancora allarmati da casi clinici.
La segnalazione di un primo caso umano nell’area sud di Roma – precisamente nell’Infernetto, quartiere periferico compreso tra la capitale e Ostia – ha acceso un campanello d’allarme.
Tale episodio conferma la possibilità di focolai anche in contesti urbani o periurbani, dove la presenza di ambienti umidi, ristagni d’acqua e fauna sinantropica (come gabbiani e cornacchie, che possono fungere da serbatoi naturali) favorisce la proliferazione dei vettori.
Fin dall’inizio della stagione estiva, gli esperti avevano sottolineato il rischio di trasmissione in aree ad elevata densità abitativa, richiamando l’attenzione sulla necessità di potenziare il monitoraggio entro e intorno alle città.
Nonostante in Italia sia attivo un sistema integrato di sorveglianza sanitaria umana e animale (approccio “One Health”), spesso l’allerta scatta solo a seguito della diagnosi di un caso grave, in particolare neuroinvasivo.
Tuttavia, si stima che tali casi rappresentino solo una piccola frazione del totale delle infezioni, poiché la maggior parte delle persone infette non sviluppa sintomi o manifesta forme lievi, spesso non diagnosticate.
Alla luce dell’invecchiamento della popolazione italiana – un fattore di rischio per complicanze – potrebbe essere opportuno rivedere i modelli di sorveglianza e valutare l’adozione
Con le temperature ancora elevate e la stagione delle zanzare destinata a protrarsi per diverse settimane, è fondamentale intensificare le misure di prevenzione.
Ciò include il controllo delle larve nei ristagni d’acqua, l’informazione ai cittadini sui comportamenti da adottare (come l’uso di repellenti e zanzariere), e il coordinamento tra autorità sanitarie, veterinarie e ambientali.
Sebbene il picco epidemiologico non sia necessariamente legato a una data simbolica come Ferragosto, il virus rimane attivo e non mostra segni di rallentamento.
La sua persistenza richiede un impegno continuo e strutturato, non solo per affrontare l’emergenza in corso, ma anche per preparare il sistema sanitario a scenari futuri di maggiore diffusione e potenziale stabilizzazione del virus su nuovi territori.
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Video di Engin Akyurt da Pixabay