Bere caffè in quantità moderate è generalmente compatibile con la salute cardiovascolare della maggior parte degli adulti.

Questo è il messaggio centrale del nuovo scientific statement dell’American Heart Association, pubblicato il 20 luglio 2026 su Circulation.

Il documento, tuttavia, non afferma che tutti dovrebbero bere cinque tazze al giorno e non considera il caffè una terapia per prevenire ictus, diabete, scompenso cardiaco o aritmie [1].

Quattrocento milligrammi, non cinque tazze universali

Secondo l’American Heart Association, un’assunzione complessiva fino a 400 milligrammi di caffeina al giorno è generalmente sicura per la maggior parte degli adulti.

Lo statement traduce questa quantità in circa tre-cinque tazze da otto once, equivalenti a circa 240 millilitri ciascuna [1].

Il numero delle tazze, però, è un indicatore impreciso. Il contenuto di caffeina cambia sensibilmente in base alla miscela, alla quantità di caffè utilizzata, alla preparazione e alle dimensioni della bevanda.

I 400 milligrammi comprendono inoltre tutte le fonti assunte nella giornata: caffè, tè, cola, cioccolato, energy drink, integratori e alcuni farmaci.

La soglia indicata dall’AHA è coerente con la valutazione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, secondo la quale assunzioni fino a 400 milligrammi al giorno non sollevano problemi di sicurezza negli adulti sani.

Non rappresenta però una dose da raggiungere. Per le donne in gravidanza l’EFSA indica un limite più prudente, pari a 200 milligrammi al giorno. Anche 100 milligrammi assunti vicino all’orario del riposo possono modificare la durata e la qualità del sonno in persone sensibili [2].

Le prove mostrano associazioni, non una cura

La maggior parte delle ricerche sui rapporti tra caffè e malattie cardiovascolari è costituita da studi osservazionali.

Questi studi possono individuare associazioni statistiche, ma non dimostrano che sia il caffè a produrre direttamente il beneficio.

Chi beve caffè può differire da chi non lo consuma per alimentazione, attività fisica, fumo, condizioni economiche, patologie, farmaci e numerose altre variabili.

Anche quando le analisi statistiche correggono questi fattori, non è possibile escludere completamente il confondimento residuo.

Un’ampia umbrella review pubblicata sul BMJ ha esaminato oltre 200 meta-analisi di studi osservazionali.

Rispetto all’assenza di consumo, tre-quattro tazze al giorno erano associate a un rischio relativo inferiore del 17% per la mortalità generale, del 19% per la mortalità cardiovascolare e del 15% per gli eventi cardiovascolari.

Gli stessi autori hanno però sottolineato la necessità di studi randomizzati prima di interpretare tali dati come effetti causali [3].

Una revisione cardiometabolica più recente conferma che il quadro più favorevole emerge soprattutto per consumi moderati.

La solidità delle prove non è però uguale per tutti gli esiti: è relativamente consistente per il diabete di tipo 2, mentre rimane più incerta per coronaropatia, scompenso cardiaco e alcune aritmie [4].

Malattie cardiovascolari, ictus e scompenso

Una meta-analisi di studi prospettici ha rilevato una relazione non lineare tra consumo di caffè e rischio cardiovascolare, con il rischio più basso osservato intorno a tre-cinque tazze al giorno.

I consumi più elevati non risultavano associati a un chiaro incremento complessivo del rischio, ma i risultati non autorizzano a considerare cinque tazze una prescrizione preventiva [5].

Per lo scompenso cardiaco, una meta-analisi di cinque coorti, comprendente oltre 140.000 partecipanti, aveva riscontrato un’associazione a forma di J: il rischio più basso compariva intorno a quattro porzioni al giorno, mentre quantità superiori potevano perdere il vantaggio o mostrare una tendenza sfavorevole [7].

Studi successivi non hanno prodotto risultati completamente uniformi. Lo stesso statement AHA considera quindi favorevole il consumo basso-moderato, ma invita alla prudenza oltre le quattro bevande quotidiane [1,7].

Il modo scientificamente corretto di esprimere questi risultati è quindi: il consumo moderato di caffè è associato a una minore incidenza di alcuni eventi cardiovascolari.

Non è ancora dimostrato che iniziare a bere caffè riduca direttamente il rischio individuale.

Diabete di tipo 2: l’associazione più consistente

Il rapporto inverso tra consumo abituale di caffè e diabete di tipo 2 è uno dei risultati più riprodotti nella letteratura epidemiologica.

Una meta-analisi pubblicata su Diabetes Care ha rilevato una relazione dose-risposta sia per il caffè con caffeina sia per quello decaffeinato [6].

Questo elemento è rilevante perché suggerisce che le associazioni metaboliche non dipendano esclusivamente dalla caffeina.

Il caffè contiene acidi clorogenici, polifenoli e numerosi altri composti bioattivi che potrebbero intervenire sul metabolismo del glucosio, sull’infiammazione e sullo stress ossidativo.

Resta una distinzione essenziale: nel breve periodo la caffeina può ridurre la sensibilità insulinica e determinare risposte glicemiche transitorie; nel lungo periodo, invece, il consumo abituale di caffè è associato a una minore incidenza di diabete.

Questi dati apparentemente discordanti dimostrano perché non sia corretto attribuire ogni possibile beneficio alla sola caffeina [1,4,6].

Pressione arteriosa: effetti acuti e rischio a lungo termine

La caffeina antagonizza i recettori dell’adenosina e aumenta transitoriamente l’attività simpatica.

Dopo l’assunzione possono quindi verificarsi aumenti temporanei della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca e dello stato di allerta [1].

La risposta tende a ridursi nei consumatori abituali per lo sviluppo di tolleranza. Le meta-analisi prospettiche non mostrano, nella popolazione generale, un aumento stabile del rischio di ipertensione associato al consumo moderato.

Alcune analisi rilevano persino una relazione inversa a partire da circa tre tazze al giorno, ma si tratta ancora di dati osservazionali [8].

La situazione cambia in presenza di ipertensione grave. In una coorte giapponese, bere almeno due tazze al giorno era associato a una mortalità cardiovascolare più elevata nelle persone con ipertensione di grado 2 o 3. L’hazard ratio era 2,05 rispetto ai non consumatori.

L’associazione non compariva nei soggetti normotesi o con ipertensione di grado 1 [9].

Il risultato proviene da un singolo studio osservazionale e non può essere generalizzato automaticamente.

È però sufficiente per escludere formule assolute come “il caffè fa bene al cuore di tutti”.

Chi presenta valori pressori molto elevati o non controllati dovrebbe discutere il consumo di caffeina con il medico.

Fibrillazione atriale: che cosa significa il 39%

Il dato più citato nel video deriva dal trial DECAF, pubblicato su JAMA. Lo studio ha incluso 200 persone con fibrillazione atriale persistente, o flutter atriale con precedente fibrillazione, dopo il ripristino del ritmo sinusale mediante cardioversione.

I partecipanti sono stati assegnati al consumo quotidiano di caffè con caffeina oppure all’astensione da caffè e caffeina per sei mesi [10].

La recidiva di fibrillazione atriale o flutter è stata documentata nel 47% del gruppo assegnato al caffè e nel 64% del gruppo in astensione.

L’hazard ratio era 0,61, corrispondente a una riduzione relativa del 39% dell’hazard di recidiva [10].

Il risultato è interessante, ma non significa che il caffè riduca del 39% la recidiva di qualsiasi “problema cardiaco”.

Lo studio riguardava una popolazione selezionata, era in aperto, comprendeva soltanto 200 pazienti e valutava in media circa una tazza al giorno.

Dimostra soprattutto che, in questa specifica situazione clinica, l’astensione sistematica dal caffè non appare necessaria e potrebbe non offrire vantaggi.

Non dimostra che il caffè debba essere prescritto come trattamento antiaritmico.

Il caffè può influire diversamente sulle aritmie

I risultati non sono uniformi per tutte le alterazioni del ritmo. Nel trial randomizzato CRAVE, il caffè con caffeina non ha aumentato significativamente le contrazioni atriali premature, considerate un possibile indicatore del rischio di fibrillazione atriale.

È stato però associato a un aumento delle contrazioni ventricolari premature: 154 al giorno durante il consumo contro 102 durante l’astensione, con un rate ratio di 1,51 [11].

Nei giorni di consumo i partecipanti dormivano inoltre circa 36 minuti in meno. Il dato conferma che una bevanda può essere neutra o potenzialmente favorevole per un determinato esito e contemporaneamente sfavorevole per un altro [11].

Le persone che avvertono palpitazioni riproducibili dopo il caffè non dovrebbero ignorare il sintomo soltanto perché le medie degli studi epidemiologici risultano rassicuranti.

Il cafestolo non protegge il cuore

L’affermazione secondo cui i benefici cardiovascolari dipenderebbero dal cafestolo è errata. Il cafestolo è un diterpene presente sia nel caffè con caffeina sia nel decaffeinato e può aumentare il colesterolo LDL.

Una meta-analisi di studi clinici randomizzati ha rilevato che il consumo di caffè era associato, in media, a incrementi del colesterolo totale, del colesterolo LDL e dei trigliceridi, con effetti più marcati per il caffè non filtrato e per quantità elevate [12].

La concentrazione di cafestolo dipende soprattutto dal sistema di preparazione. Il caffè bollito, quello turco, la French press e, in misura variabile, l’espresso trattengono più diterpeni rispetto al caffè passato attraverso un filtro di carta.

Il filtro trattiene una parte rilevante della componente lipidica che contiene cafestolo e kahweol.

Una grande coorte norvegese ha inoltre osservato una mortalità inferiore tra i consumatori di caffè filtrato rispetto a quelli che bevevano prevalentemente caffè non filtrato.

Anche questo è un dato osservazionale, ma è coerente con gli effetti dei diterpeni sui lipidi plasmatici [13].

Non è corretto concludere che una singola tazzina di espresso sia pericolosa. Il volume della porzione, la frequenza, la miscela e il metodo di preparazione determinano l’esposizione complessiva.

È però altrettanto scorretto presentare il cafestolo come principio cardioprotettivo.

Gli energy drink non sono equivalenti al caffè

I risultati ottenuti sul caffè non possono essere trasferiti agli energy drink. Questi prodotti possono contenere caffeina molto concentrata, zuccheri, taurina, guaranà e altri ingredienti, assunti spesso rapidamente e in grandi volumi.

In un trial randomizzato crossover su giovani adulti sani, il consumo di circa 950 millilitri di energy drink nell’arco di un’ora ha determinato un prolungamento significativo dell’intervallo QT corretto e un aumento della pressione arteriosa rispetto al placebo [14].

Lo studio documenta effetti elettrici ed emodinamici acuti, ma non dimostra che ogni lattina provochi necessariamente un’aritmia.

I case report e gli studi sperimentali giustificano comunque una particolare cautela, soprattutto in presenza di cardiopatie, predisposizione alle aritmie, ipertensione, assunzione concomitante di alcol, altri stimolanti o attività fisica intensa [1,14].

Il caffè fa bene anche al cervello?

Lo statement dell’American Heart Association riguarda principalmente gli esiti cardiovascolari e non dimostra che il caffè “faccia bene al cervello” in senso generale.

Esistono studi osservazionali che associano il consumo moderato a un minor rischio di alcune patologie neurologiche o di declino cognitivo, ma la causalità e la dose ottimale non sono definite.

Estendere automaticamente i risultati cardiovascolari alla salute cerebrale trasformerebbe un’associazione epidemiologica in una promessa clinica non dimostrata.

Il messaggio scientificamente corretto

Per la maggior parte degli adulti sani, il consumo moderato di caffè è generalmente sicuro e non sembra aumentare il rischio cardiovascolare.

Quantità moderate sono associate a una minore incidenza di diabete di tipo 2, ictus, alcune malattie cardiovascolari e, in alcuni studi, scompenso cardiaco.

Queste osservazioni non dimostrano che il caffè sia la causa del beneficio e non giustificano l’invito ad aumentare il consumo.

Il caffè non è un farmaco, non sostituisce il controllo della pressione, l’attività fisica, l’astensione dal fumo, una dieta equilibrata o le terapie prescritte.

La formula più rigorosa è quindi meno enfatica di “il caffè fa bene al cuore, al cervello e al metabolismo”: chi beve caffè e lo tollera può generalmente continuare a consumarlo con moderazione, preferendo preparazioni filtrate e senza eccessi di zuccheri; chi presenta ipertensione grave, palpitazioni, insonnia o particolare sensibilità alla caffeina deve adottare un approccio individualizzato.


Bibliografia

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