Nel primo semestre del 2026 una nuova pubblicazione scientifica dedicata al Chemsex e agli interventi assistenziali rivolti alle persone che lo praticano ha richiamato un lavoro pubblicato sette anni prima da Susanna Marinelli, Paolo Berretta, Roberta Pacifici e Alessandro Del Rio.

Il collegamento è interessante perché consente di osservare in modo concreto come una riflessione farmacologica e di salute pubblica possa essere successivamente utilizzata all’interno di un modello assistenziale più ampio.

Il nuovo lavoro, pubblicato su Nure Investigación, è intitolato Motivación al cambio en usuarios de Chemsex: impacto de una terapia grupal ed è firmato da Israel Guillén Cabrera e Julio González Luis [1]. Si tratta, sotto il profilo metodologico, di un progetto di ricerca con disegno mixed methods, non di uno studio che nel testo pubblicato presenti già risultati definitivi di efficacia.

Gli autori progettano una fase quantitativa pre-post basata sulla University of Rhode Island Change Assessment – URICA, affiancata da una componente qualitativa costituita da racconti individuali, gruppo focale e note di campo.

Il campione previsto è compreso tra 15 e 30 utenti del servizio CASA dell’organizzazione Apoyo Positivo [1].

Ed è proprio nella ricostruzione farmacologica del fenomeno Chemsex che compare il lavoro ISS del 2019 Sex enhancers: challenges, threats and the need for targeted measures [2].

La citazione non è generica. È inserita nella tabella dedicata alle sostanze e sostiene specificamente l’inquadramento degli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 – PDE5, tra cui sildenafil, tadalafil e vardenafil, quando questi farmaci vengono utilizzati fuori dall’indicazione medica e inseriti nel policonsumo sessualizzato [1,2].

La novità del lavoro del 2026: intervenire sulla motivazione al cambiamento

Il progetto di Guillén Cabrera e González Luis parte da un presupposto clinico importante: il Chemsex non può essere ricondotto alla semplice assunzione di una determinata sostanza.

Il fenomeno nasce dall’interazione tra sostanze psicoattive, sessualità, aspettative, contesto relazionale, applicazioni digitali, vulnerabilità psicologiche e motivazioni individuali [1].

La letteratura precedente aveva già descritto motivazioni quali intensificazione del piacere, prolungamento dell’attività sessuale, maggiore sicurezza sessuale, disinibizione e ricerca di evasione da vissuti negativi [4-6].

Weatherburn e collaboratori, ad esempio, avevano evidenziato attraverso uno studio qualitativo come l’uso sessualizzato delle sostanze potesse essere associato tanto alla ricerca del piacere quanto alla gestione di insicurezza, stigma, difficoltà relazionali e altre componenti dell’esperienza personale [6].

La revisione sistematica di Maxwell et al. ha successivamente mostrato quanto il Chemsex costituisca un fenomeno eterogeneo, caratterizzato da differenti combinazioni di sostanze, comportamenti e livelli di rischio [5].

Il progetto del 2026 prova a trasferire questa complessità sul piano assistenziale attraverso sei sessioni di gruppo, dedicate rispettivamente a presentazione e costruzione del gruppo, dipendenze, abilità sociali, emozioni e autostima, sessuologia e conclusione dell’intervento [1].

La scelta è significativa. Se il consumo è funzionalmente connesso all’esperienza sessuale, alla regolazione emotiva e alle relazioni interpersonali, un intervento limitato alla sola informazione farmacologica rischia di essere insufficiente.

Ma vale anche il ragionamento contrario: un trattamento esclusivamente psicologico o motivazionale che ignorasse quali sostanze vengono assunte, in quali combinazioni e con quali interazioni rischierebbe di perdere una componente essenziale della valutazione.

Ed è precisamente in questo punto che il lavoro del 2019 assume interesse.

Il valore fondante della ricerca del 2019: i sex enhancers dentro il sistema Chemsex

Il Commentary di Marinelli, Berretta, Pacifici e Del Rio partiva da un concetto più ampio rispetto alla semplice disfunzione erettile: la ricerca farmacologica del sexual enhancement, cioè l’impiego di sostanze con l’obiettivo di modificare desiderio, prestazione o esperienza sessuale [2].

Il lavoro prendeva in considerazione differenti meccanismi farmacologici e sottolineava soprattutto una tendenza che gli autori definivano preoccupante: l’impiego di farmaci per la disfunzione erettile acquistati o utilizzati senza prescrizione e supervisione medica, non necessariamente per trattare una patologia ma come strumento di potenziamento dell’esperienza sessuale [2].

Questo passaggio è determinante perché sposta l’attenzione dalla classificazione amministrativa della sostanza alla sua funzione nel comportamento di consumo.

Sildenafil, tadalafil o vardenafil sono medicinali con indicazioni terapeutiche precise. La loro presenza in un contesto di Chemsex non li trasforma automaticamente in droghe d’abuso.

Il problema di sanità pubblica nasce dal pattern d’uso: assunzione non medica, possibile provenienza da circuiti non controllati, dosaggi non supervisionati e soprattutto combinazione con altre sostanze.

Il Commentary del 2019 collegava infatti i farmaci per la disfunzione erettile al contemporaneo uso di metanfetamina, GHB/GBL, ketamina, mefedrone, catinoni sintetici e cocaina [2].

Nello stesso lavoro il Chemsex veniva interpretato come un sistema nel quale sostanze differenti possono svolgere funzioni diverse ma complementari: stimolare, disinibire, prolungare l’attività sessuale o compensare effetti indesiderati prodotti da altri composti [2].

È una distinzione essenziale.

La metanfetamina e la mefedrone sono principalmente sostanze stimolanti; il GHB/GBL presenta caratteristiche farmacodinamiche completamente differenti; gli inibitori PDE5 intervengono invece sulla funzione erettile.

Valutare il Chemsex esclusivamente attraverso una categoria generica come “consumo di droghe” significa quindi perdere una parte importante dell’architettura farmacologica dell’esperienza.

La revisione di Giorgetti et al. aveva già descritto questo intreccio tra sostanze psicoattive e sostanze utilizzate per facilitare l’attività sessuale [4].

Un esempio particolarmente rilevante proveniva inoltre da un precedente lavoro di Pichini e collaboratori, che aveva documentato un’intossicazione in contesto Chemsex nella quale sildenafil era presente come adulterante del GHB [3].

Il dato mostra quanto la valutazione tossicologica possa diventare complessa quando il consumatore non conosce necessariamente l’intera composizione del prodotto assunto.

Questa osservazione mantiene una forte rilevanza preventiva: pericolo farmacologico e rischio individuale non sono sinonimi.

La presenza di una sostanza identifica un potenziale pericolo; il rischio concreto dipende invece da dose, combinazioni, condizioni cliniche, modalità di assunzione, frequenza, contesto e caratteristiche della persona.

Nel caso dei PDE5-inibitori, ad esempio, l’attenzione alle interazioni è particolarmente importante. L’associazione con nitrati o donatori di ossido nitrico può determinare una marcata amplificazione dell’effetto ipotensivo ed è considerata controindicata [10].

Questo punto diventa particolarmente pertinente nei contesti di consumo sessualizzato, nei quali possono essere contemporaneamente presenti più sostanze e nei quali l’anamnesi farmacologica tradizionale può non riuscire a ricostruire immediatamente l’intero pattern di utilizzo.

Dal rischio farmacologico al rischio biopsicosociale

Il lavoro del 2019 non si fermava alla farmacologia. Gli autori collegavano il Chemsex anche a possibili conseguenze fisiche, psicologiche e sociali, comprese intossicazioni, disturbi neuropsichiatrici, comportamenti sessuali ad alto rischio e difficoltà nell’accesso ai servizi [2].

Un ulteriore passaggio del Commentary appare oggi particolarmente significativo: la constatazione che i servizi tradizionali per le dipendenze e quelli dedicati alla salute sessuale possono trovarsi di fronte a un fenomeno situato esattamente all’intersezione delle rispettive competenze [2].

Da una parte, un servizio prevalentemente orientato alle dipendenze può non essere sufficientemente attrezzato per affrontare le dimensioni della sessualità, dello stigma e delle relazioni.

Dall’altra, un servizio di salute sessuale può possedere competenze molto avanzate su HIV e altre infezioni sessualmente trasmesse ma meno esperienza nel trattamento dei disturbi correlati all’uso di sostanze.

Gli autori del 2019 concludevano quindi sottolineando la necessità di forme di assistenza specializzate e adeguate alla complessità del Chemsex [2].

Sette anni dopo, il progetto pubblicato su Nure Investigación si muove esattamente all’interno di questa complessità, proponendo un programma nel quale educazione sulle dipendenze, gestione delle emozioni, abilità sociali e sessuologia vengono integrate nello stesso percorso [1].

Non è corretto sostenere che il programma del 2026 “derivi” dal Commentary del 2019. È però documentabile una continuità concettuale: il problema identificato a monte – interazione tra farmaci, droghe, sessualità e bisogni assistenziali – riappare a valle nella progettazione di un intervento multidimensionale.

Perché il lavoro passato modifica la lettura del presente

Il contributo più importante della prospettiva del 2019 consiste probabilmente nell’impedire una lettura troppo semplificata del Chemsex.

Un modello binario “droga/non droga” è poco informativo quando nella stessa sessione possono essere presenti sostanze illecite, medicinali regolarmente autorizzati utilizzati però fuori indicazione o senza supervisione, prodotti di composizione incerta e sostanze assunte per compensare gli effetti di altre.

Lo stesso vale per la distinzione tra uso e disturbo da uso. Non ogni persona che pratica Chemsex presenta necessariamente una dipendenza e il nuovo lavoro del 2026 riconosce implicitamente questa eterogeneità proponendo interventi orientabili tanto all’astinenza quanto alla riduzione del rischio [1].

Anche sul versante della salute mentale occorre prudenza. Le revisioni disponibili evidenziano associazioni tra Chemsex e sintomi depressivi, ansiosi o altre problematiche psicologiche, ma la direzione causale non è sempre ricostruibile dai disegni osservazionali disponibili [7].

Il corretto trasferimento delle conoscenze richiede quindi di evitare due estremi: minimizzare il fenomeno come semplice comportamento ricreativo oppure patologizzare automaticamente ogni comportamento sessualizzato associato all’uso di sostanze.

La risposta di sanità pubblica deve essere proporzionata al profilo individuale di rischio e bisogno.

Trasferimento di conoscenza e indicazioni operative

Dalla lettura congiunta dei due lavori emergono alcune conseguenze operative.

La valutazione clinico-assistenziale dovrebbe ricostruire non soltanto “quali droghe” vengono utilizzate, ma anche quali medicinali, in quali combinazioni e con quale funzione percepita.

L’inclusione di sildenafil, tadalafil e vardenafil nell’anamnesi non è secondaria proprio perché questi farmaci potrebbero non essere spontaneamente percepiti dall’utente come parte del consumo di sostanze.

In secondo luogo, la riduzione del rischio dovrebbe comprendere informazioni sulle interazioni farmacologiche, sulla possibile imprevedibilità dei prodotti provenienti da circuiti non controllati e sui rischi connessi al policonsumo.

Terzo elemento è l’integrazione tra competenze. Tossicologia, medicina delle dipendenze, salute sessuale, salute mentale e assistenza infermieristica non rappresentano discipline alternative ma differenti livelli della stessa risposta.

Infine, la motivazione al cambiamento dovrebbe essere interpretata in maniera individualizzata. Per alcune persone l’obiettivo può essere l’interruzione del consumo; per altre la riduzione della frequenza, l’eliminazione delle combinazioni più pericolose, la modifica della via di somministrazione o una maggiore capacità di riconoscere situazioni di rischio.

Il progetto del 2026 tenta di misurare proprio questo processo attraverso URICA e attraverso la raccolta qualitativa delle esperienze dei partecipanti [1].

Limiti da considerare

La lettura della citazione richiede alcune cautele.

Il lavoro del 2019 è un Commentary, non uno studio sperimentale, una coorte o una revisione sistematica. Il suo valore risiede soprattutto nell’inquadramento critico del fenomeno e nell’integrazione di evidenze precedenti. Non consente quindi di stimare prevalenze, rischi relativi o rapporti causali specifici [2].

Anche il lavoro del 2026 presenta limiti sostanziali. Il documento pubblicato descrive principalmente uno studio pianificato: utilizza frequentemente il futuro, prevede un campione iniziale di soli 15–30 partecipanti e non presenta nel manoscritto risultati finali dell’intervento [1]. Non è pertanto scientificamente corretto utilizzarlo, nella forma pubblicata, come prova dell’efficacia della terapia di gruppo.

Il disegno pre-post a gruppo singolo, inoltre, in assenza di un gruppo di controllo non permette da solo di attribuire eventuali variazioni esclusivamente all’intervento. La ridotta numerosità limita potenza statistica e generalizzabilità. L’eterogeneità dei pattern di Chemsex rappresenta un ulteriore elemento da considerare.

Infine, è importante delimitare correttamente la portata della citazione. Il riferimento al lavoro di Marinelli, Berretta, Pacifici e Del Rio compare direttamente nella caratterizzazione dei PDE5-inibitori. Non sarebbe metodologicamente corretto sostenere che esso rappresenti la fonte della scala URICA, del modello di Nola Pender o della scelta della terapia di gruppo.

Il valore della citazione è diverso e forse più interessante: dimostra che una riflessione del 2019 sulla necessità di comprendere congiuntamente sex enhancers, sostanze psicoattive, policonsumo e Chemsex continua a essere utilizzata nel 2026 quando il fenomeno viene trasferito dalla caratterizzazione farmacologica alla progettazione degli interventi.


 

Tabella sinottica delle fonti

Autori Titolo Rivista Contributo chiave
Guillén Cabrera, González Luis Motivación al cambio en usuarios de Chemsex Nure Inv., 2026 Progetto mixed methods per valutare motivazione al cambiamento dopo intervento di gruppo
Marinelli, Berretta, Pacifici, Del Rio Sex enhancers: challenges, threats and the need for targeted measures Clin Ter., 2019 Inquadramento dei sex enhancers, uso non medico dei farmaci per disfunzione erettile e relazione con Chemsex
Pichini et al. Chemsex intoxication involving sildenafil as an adulterant of GHB Drug Test Anal., 2017 Evidenza tossicologica di sildenafil associato al GHB
Giorgetti et al. When “Chems” Meet Sex Curr Neuropharmacol., 2017 Inquadramento farmacologico e tossicologico del Chemsex
Maxwell et al. Chemsex behaviours among men who have sex with men Int J Drug Policy, 2019 Revisione sistematica dei comportamenti Chemsex
Weatherburn et al. Motivations and values associated with combining sex and illicit drugs Sex Transm Infect., 2017 Analisi qualitativa delle motivazioni al consumo sessualizzato
Íncera-Fernández et al. Mental Health Symptoms Associated with Sexualized Drug Use IJERPH, 2021 Revisione sistematica sulla salute mentale
Dufayet et al. GHB, 1,4BD and GBL intoxication Regul Toxicol Pharmacol., 2023 Revisione aggiornata della tossicologia GHB/GBL

Bibliografia completa

[1] Guillén Cabrera I, González Luis J. Motivación al cambio en usuarios de Chemsex: impacto de una terapia grupal. Nure Inv. 2026;23(142). DOI: 10.58722/nure.v23i142.2695.

[2] Marinelli S, Berretta P, Pacifici R, Del Rio A. Sex enhancers: challenges, threats and the need for targeted measures. Clin Ter. 2019;170(3). DOI: 10.7417/CT.2019.2130. PMID non inserito perché non identificato con sufficiente certezza nella verifica bibliografica effettuata.

[3] Pichini S, Marchei E, Pacifici R, Marinelli E, Busardò FP. Chemsex intoxication involving sildenafil as an adulterant of GHB. Drug Test Anal. 2017;9(6):956-959. DOI: 10.1002/dta.2054. PubMed PMID: 27527498.

[4] Giorgetti R, Tagliabracci A, Schifano F, Zaami S, Marinelli E, Busardò FP. When “Chems” Meet Sex: A Rising Phenomenon Called “ChemSex”. Curr Neuropharmacol. 2017;15(5):762-770. DOI: 10.2174/1570159X15666161117151148. PubMed PMID: 27855594.

[5] Maxwell S, Shahmanesh M, Gafos M. Chemsex behaviours among men who have sex with men: A systematic review of the literature. Int J Drug Policy. 2019;63:74-89. DOI: 10.1016/j.drugpo.2018.11.014. PubMed PMID: 30513473.

[6] Weatherburn P, Hickson F, Reid D, Torres-Rueda S, Bourne A. Motivations and values associated with combining sex and illicit drugs (‘chemsex’) among gay men in South London: findings from a qualitative study. Sex Transm Infect. 2017;93(3):203-206. DOI: 10.1136/sextrans-2016-052695. PubMed PMID: 27519259.

[7] Íncera-Fernández D, Gámez-Guadix M, Moreno-Guillén S. Mental Health Symptoms Associated with Sexualized Drug Use (Chemsex) among Men Who Have Sex with Men: A Systematic Review. Int J Environ Res Public Health. 2021;18(24):13299. DOI: 10.3390/ijerph182413299. PubMed PMID: 34948907.

[8] Dufayet L, Bargel S, Bonnet A, et al. Gamma-hydroxybutyrate (GHB), 1,4-butanediol (1,4BD), and gamma-butyrolactone (GBL) intoxication: A state-of-the-art review. Regul Toxicol Pharmacol. 2023;142:105435. PubMed PMID: 37343712.

[9] Platteau T, Herrijgers C, Florence E, et al. Drug behaviors, sexually transmitted infection prevention, and sexual consent during chemsex: insights generated in the Budd app after each chemsex session. Front Public Health. 2023;11:1160087. DOI: 10.3389/fpubh.2023.1160087. PubMed PMID: 37275478.

[10] Kloner RA, Goggin P, Goldstein I, et al. A New Perspective on the Nitrate–Phosphodiesterase Type 5 Inhibitor Interaction. J Cardiovasc Pharmacol Ther. 2018;23(5):375-386. DOI: 10.1177/1074248418771896. PubMed PMID: 29739235.