Il caso Onana riaccende il dibattito, cosa dice davvero la scienza

Un corpo quasi interamente ricoperto di coppette di vetro, alcune associate all’uso della fiamma. Le immagini diffuse sui social da André Onana, portiere camerunese del Trabzonspor ed ex Inter e Manchester United, sono diventate virali nel giro di poche ore il 23 settembre 2026.

La tecnica è la coppettazione, o cupping therapy: una pratica utilizzata da secoli in differenti sistemi di medicina tradizionale e diventata particolarmente visibile nel mondo dello sport. Ma la sua popolarità non risolve la domanda più importante: la coppettazione funziona davvero?

La risposta della ricerca è meno netta di quanto suggeriscano sia i suoi sostenitori sia i suoi detrattori. Alcuni studi riportano una riduzione del dolore, soprattutto a breve termine, ma la qualità complessiva delle evidenze è spesso bassa o molto bassa, con problemi di eterogeneità, rischio di bias e difficoltà nel costruire un placebo credibile. Per il recupero e la performance sportiva, poi, le prove sono ancora più limitate. [1–6]

Il caso Onana: quando un trattamento diventa virale

Nel video pubblicato sui social, Onana appare disteso mentre numerose coppette vengono applicate su un’ampia superficie corporea. Le immagini hanno immediatamente attirato l’attenzione dei media anche per la presenza delle fiamme. Non si tratta, tuttavia, di un elemento estraneo alla tecnica tradizionale: il calore può essere utilizzato per creare la pressione negativa all’interno della coppetta prima dell’applicazione sulla pelle.

Il caso è interessante soprattutto per un altro motivo. Quando un trattamento viene mostrato da un atleta professionista, la sua visibilità può facilmente trasformarsi, nella percezione del pubblico, in una sorta di certificazione implicita di efficacia.

Ma l’utilizzo da parte di un atleta non costituisce una prova scientifica.

La stessa distinzione tra popolarità, aspettative e dimostrazione sperimentale è importante anche quando si valutano prodotti e interventi destinati agli sportivi, come già discusso nell’approfondimento dedicato a doping, integratori ed evidenze scientifiche nello sport [PB1].

Il punto non è stabilire se un atleta abbia ragione o torto a ricorrere personalmente a un trattamento. La domanda scientifica è un’altra: quando la coppettazione viene sottoposta a sperimentazione controllata, quali benefici rimangono misurabili?

Che cos’è la coppettazione

Il National Center for Complementary and Integrative Health (NCCIH), organismo dei National Institutes of Health statunitensi dedicato allo studio degli approcci complementari alla salute, descrive la coppettazione come una pratica nella quale vengono applicate sulla cute coppette di vetro, ceramica, bambù o plastica creando al loro interno una pressione negativa [1].

Questa aspirazione solleva la cute e i tessuti superficiali.

Esistono diverse modalità di trattamento. Nella dry cupping, o coppettazione a secco, la pelle rimane integra. Nella wet cupping, invece, la cute viene perforata o incisa superficialmente e il sangue può entrare nella coppetta. Il vuoto può essere generato meccanicamente mediante un dispositivo di aspirazione oppure attraverso il calore [1].

La cosiddetta fire cupping, quindi, non rappresenta una nuova terapia inventata per gli sportivi. Il fuoco viene utilizzato per modificare la pressione dell’aria all’interno della coppetta; la coppetta viene poi applicata sulla cute producendo la caratteristica suzione [1].

I segni circolari rossastri o violacei che rimangono sulla pelle non dimostrano che siano state eliminate “tossine” né che il trattamento abbia funzionato. Sono conseguenze locali dell’azione meccanica della pressione negativa sui tessuti superficiali.

Cosa dovrebbe fare la coppettazione?

Alla coppettazione vengono attribuiti numerosi effetti: riduzione del dolore, diminuzione della rigidità muscolare, miglioramento della circolazione, recupero dopo l’esercizio e, in alcuni contesti, benefici per condizioni molto diverse tra loro.

È proprio qui che occorre separare plausibilità, esperienza individuale ed efficacia clinicamente dimostrata.

Il NCCIH sintetizza lo stato delle conoscenze in modo piuttosto prudente: la coppettazione è stata oggetto di ricerca, ma gran parte degli studi disponibili è di bassa qualità. Potrebbe contribuire a ridurre alcune forme di dolore, ma la forza dell’evidenza non è elevata; per molte altre condizioni non esistono studi di qualità sufficiente per arrivare a conclusioni affidabili [1].

Questo significa anche che sarebbe scientificamente scorretto sostenere semplicemente che “la coppettazione non funziona”.

Esistono risultati positivi.

Il problema è capire quanto siano affidabili, specifici e riproducibili.

Coppettazione e dolore: risultati interessanti, ma qualità delle prove limitata

Una delle valutazioni più utili per comprendere il problema è l’evidence mapping pubblicato nel 2023, che ha esaminato 14 meta-analisi relative a cinque differenti condizioni dolorose [2].

Il dato metodologicamente più importante non riguarda soltanto la direzione degli effetti osservati, ma la qualità delle evidenze.

Utilizzando AMSTAR 2, gli autori hanno classificato il 36% delle meta-analisi come di qualità metodologica criticamente bassa e il 50% come bassa; soltanto il 7% raggiungeva una qualità moderata e un altro 7% una qualità alta. Con il sistema GRADE, soprattutto, non è stata individuata evidenza di alta qualità che dimostrasse l’efficacia della coppettazione sugli outcome relativi al dolore [2].

Questo passaggio è fondamentale.

Un risultato statisticamente significativo non equivale automaticamente a una prova clinica robusta. Se gli studi di partenza hanno campioni piccoli, elevato rischio di bias, protocolli differenti o gruppi di controllo inadeguati, anche una meta-analisi può produrre una stima quantitativa la cui certezza rimane limitata.

Il problema del placebo: cosa succede quando si usa la sham cupping?

Una meta-analisi pubblicata sul Journal of Pain ha esaminato 18 trial randomizzati comprendenti complessivamente 1.172 partecipanti con dolore cronico [3].

Rispetto all’assenza di trattamento, la coppettazione mostrava un effetto importante a breve termine sull’intensità del dolore. Ma il quadro cambiava quando il confronto diventava metodologicamente più rigoroso.

Rispetto alla sham cupping, cioè una procedura simulata costruita per assomigliare al trattamento reale, la differenza sull’intensità del dolore non risultava statisticamente significativa (SMD −0,27; IC 95% −0,58–0,05). Analogamente, non emergeva una differenza statisticamente significativa rispetto ad altri trattamenti attivi (SMD −0,24; IC 95% −0,57–0,09) [3].

È uno dei risultati più interessanti dell’intera letteratura sulla coppettazione.

Non significa che una persona che riferisce di stare meglio dopo il trattamento “si sia inventata” il beneficio. Il dolore è un’esperienza reale e multidimensionale sulla quale possono intervenire aspettative, contesto terapeutico, attenzione ricevuta, decorso spontaneo della sintomatologia e numerosi altri fattori.

Significa invece che diventa più difficile attribuire con certezza il miglioramento all’effetto specifico della suzione esercitata dalla coppetta.

Le evidenze più recenti non chiudono la questione

La letteratura successiva ha continuato a produrre risultati apparentemente favorevoli.

Una revisione e meta-analisi pubblicata nel 2025 ha raccolto 72 trial randomizzati e 5.720 partecipanti. Molti studi riportavano benefici sul dolore e su alcuni outcome associati [4].

Ma c’è un dato che impedisce di trasformare questi risultati in una dimostrazione definitiva: tutti i trial inclusi sono stati valutati come ad alto rischio di bias. La certezza delle evidenze risultava prevalentemente bassa o molto bassa [4].

Un’altra meta-analisi del 2025 sul dolore muscoloscheletrico cronico ha esaminato trial randomizzati reperiti attraverso PubMed, Web of Science, EBSCO, Cochrane Library e CNKI, confermando che la questione dell’efficacia rimane controversa [5].

Per il dolore lombare, una revisione del 2024 ha trovato risultati favorevoli rispetto ad alcuni comparatori e un possibile miglioramento della disabilità in determinati follow-up. Gli autori hanno però riscontrato un’elevata eterogeneità tra gli studi e sottolineato la necessità di standardizzare tipo di coppettazione, frequenza, numero delle sedute, sede di applicazione e durata del trattamento [6].

Anche una revisione del 2026 sul dolore cervicale cronico ha riportato miglioramenti del dolore e della funzione, ma ha esplicitamente riconosciuto limitazioni metodologiche in parte dei trial inclusi [7].

La conclusione scientificamente più proporzionata, quindi, non è né “funziona” né “è completamente inefficace”.

È più precisa: esistono segnali di efficacia per alcuni outcome dolorosi, prevalentemente a breve termine, ma la certezza delle evidenze rimane insufficiente per sostenere molte delle affermazioni terapeutiche associate alla coppettazione.

Coppettazione nello sport: il passaggio che non possiamo dare per dimostrato

Ed è proprio qui che torniamo a Onana.

Dimostrare un possibile effetto sull’intensità del dolore in persone con lombalgia o cervicalgia cronica non equivale a dimostrare un miglioramento del recupero atletico.

E tanto meno dimostra un aumento della performance.

Sono outcome differenti.

Nel mondo dello sport sarebbe necessario verificare parametri come recupero della forza, danno muscolare, delayed onset muscle soreness (DOMS), fatica, range of motion, performance neuromuscolare e tempi di ritorno alla prestazione.

La letteratura sulla dry cupping in ambito muscoloscheletrico ha trovato alcuni segnali favorevoli per dolore e funzione, ma una revisione sistematica comprendente 21 RCT e 1.049 partecipanti concludeva che non era possibile formulare conclusioni definitive sull’efficacia e sulla sicurezza, proprio per la qualità bassa-moderata delle evidenze disponibili [8].

Perciò l’immagine di un atleta professionista che utilizza la coppettazione non deve essere trasformata in questa equazione:

atleta d’élite → utilizza la terapia → la terapia migliora la performance.

Dal punto di vista scientifico quel passaggio non è giustificato.

Sul sito abbiamo affrontato un problema metodologicamente simile parlando del Tribulus terrestris e delle evidenze sulla performance sportiva [PB2]: diffusione, testimonianze e utilizzo nel mondo dello sport non costituiscono automaticamente dimostrazioni di efficacia. Lo stesso principio vale per un dispositivo, una tecnica manuale o una terapia complementare.

I segni sulla pelle non sono la prova che il trattamento “sta funzionando”

Uno degli elementi che rendono la coppettazione particolarmente convincente sul piano visivo sono proprio i cerchi lasciati sulla cute.

Sono visibili. Possono essere molto marcati. E sembrano fornire una conferma tangibile del fatto che “qualcosa è accaduto”.

Qualcosa, effettivamente, è accaduto: la pressione negativa ha agito meccanicamente sulla cute e sui tessuti superficiali.

Ma da questo non consegue automaticamente un beneficio clinico.

È particolarmente importante evitare interpretazioni pseudofisiologiche come l’idea che il colore delle ecchimosi dimostri la quantità di “tossine” eliminate dall’organismo. Le fonti istituzionali consultate non forniscono una base scientifica per una simile interpretazione [1].

La coppettazione può avere effetti indesiderati

Anche l’idea secondo cui una terapia tradizionale o “naturale” sia necessariamente innocua deve essere valutata criticamente.

Il NCCIH riporta tra i possibili effetti indesiderati della coppettazione alterazioni persistenti della pigmentazione cutanea, cicatrici, ustioni e infezioni. Il trattamento può inoltre peggiorare eczema e psoriasi [1].

Sono stati descritti anche eventi avversi gravi, seppure rari.

La wet cupping introduce ulteriori problemi perché comporta la lesione della barriera cutanea e il contatto con sangue. Strumentazione contaminata e non correttamente sterilizzata può costituire un veicolo di patogeni trasmissibili per via ematica, compresi i virus dell’epatite B e C [1].

Con le tecniche basate sul calore si aggiunge evidentemente il rischio di ustioni.

Questo non significa che ogni seduta di coppettazione sia pericolosa. Significa che “non farmacologico” non equivale a “privo di rischio”.

Il problema non è Onana: è il modo in cui interpretiamo ciò che vediamo sui social

Il video di Onana offre infine uno spunto che va oltre la coppettazione.

La medicina basata sulle evidenze si trova oggi a competere in uno spazio comunicativo nel quale una fotografia, un reel o la testimonianza di un personaggio famoso possono raggiungere milioni di persone molto più rapidamente di una revisione sistematica.

Il testimonial, inoltre, esercita una forma di persuasione intuitivamente molto potente: se una tecnica viene utilizzata da un atleta che compete ai massimi livelli, è naturale chiedersi se possa funzionare anche per noi.

Ma questa è un’associazione, non una dimostrazione.

Un atleta può utilizzare contemporaneamente decine di strategie di allenamento, recupero, alimentazione e assistenza sanitaria. Dal fatto che utilizzi una determinata pratica non possiamo stabilire quale contributo quella pratica abbia fornito alla sua prestazione, né possiamo escludere che non ne abbia fornito alcuno.

Il principio vale anche nell’altra direzione: una terapia non diventa inefficace perché appartiene alla medicina tradizionale. Se produce un beneficio specifico, riproducibile e clinicamente significativo, questo può essere verificato sperimentalmente.

È precisamente ciò che deve fare la ricerca.

La stessa attenzione alla gerarchia e alla qualità delle prove è stata discussa su paoloberretta.com nell’analisi dedicata alla verifica critica degli studi scientifici sulle sigarette elettroniche [PB3]: la presenza di una pubblicazione scientifica non basta, da sola, a stabilire la solidità di una conclusione.

Cosa possiamo concludere sulla coppettazione

La coppettazione non dovrebbe essere liquidata con l’affermazione semplicistica che “non esiste alcuna evidenza”. L’evidenza esiste, e alcuni risultati sono favorevoli.

Il problema è la sua certezza.

Per alcune condizioni dolorose, soprattutto muscoloscheletriche, revisioni sistematiche e meta-analisi indicano possibili benefici, prevalentemente nel breve periodo [2–8]. Ma gli studi sono frequentemente caratterizzati da rischio di bias, eterogeneità dei protocolli, campioni limitati e difficoltà nella scelta di gruppi di controllo appropriati. Particolarmente significativo è il fatto che, in una meta-analisi sul dolore cronico, il vantaggio osservato rispetto all’assenza di trattamento non sia stato confermato in modo statisticamente significativo nel confronto con la sham cupping [3].

Per molte altre indicazioni terapeutiche, le prove sono insufficienti. E non disponiamo di evidenze solide per trasformare la coppettazione in una tecnica dimostrata di miglioramento della performance o del recupero sportivo.

Il caso Onana, allora, è interessante proprio perché mostra la distanza che può esistere tra visibilità di un trattamento e forza delle prove che lo sostengono.

Non occorre demonizzare una pratica perché è antica, né accreditarla perché viene utilizzata da un campione.

In medicina il criterio dovrebbe rimanere lo stesso per tutti: formulare un’ipotesi, sottoporla a sperimentazione controllata, confrontarla con un placebo o con il miglior trattamento disponibile e valutare benefici, rischi, dimensione dell’effetto e qualità complessiva delle evidenze.

È molto meno spettacolare di un corpo ricoperto di coppette e fiamme. Ma è il metodo che permette di distinguere ciò che sembra funzionare da ciò che possiamo ragionevolmente affermare che funzioni.


Bibliografia e fonti

Fonti scientifiche e istituzionali

[1] National Center for Complementary and Integrative Health (NCCIH). Cupping. National Institutes of Health. NCCIH – Cupping

[2] Wang L, et al. Efficacy of cupping therapy on pain outcomes: an evidence-mapping study. Front Neurol. 2023;14:1266712. PMID: 37965178. PubMed | Articolo completo

[3] Cramer H, et al. Cupping for Patients With Chronic Pain: A Systematic Review and Meta-Analysis. J Pain. 2020. DOI: 10.1016/j.jpain.2020.01.002. PMID: 31982686. PubMed

[4] Update evidence of effectiveness on pain relieving of cupping therapy: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. 2025. PMID: 40151111. PubMed

[5] Jia Y, Dong X, Chai Y, et al. Effects of cupping therapy on chronic musculoskeletal pain and collateral problems: a systematic review and meta-analysis. BMJ Open. 2025;15:e087340. DOI: 10.1136/bmjopen-2024-087340. PubMed | Full text PMC

[6] Zhang Z, Pasapula M, Wang Z, Edwards K, Norrish A. The effectiveness of cupping therapy on low back pain: A systematic review and meta-analysis of randomized control trials. Complement Ther Med. 2024;80:103013. DOI: 10.1016/j.ctim.2024.103013. PMID: 38184285. PubMed

[7] Effect of cupping therapy on chronic neck pain: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. 2026. PMID: 42105092. PubMed

[8] Wood S, et al. Dry cupping for musculoskeletal pain and range of motion: A systematic review and meta-analysis. J Bodyw Mov Ther. 2020. PMID: 33218554. PubMed

Fonte per il caso Onana: il video e la sua diffusione il 23 settembre 2026 sono stati documentati, tra gli altri, da Sky Sport. Questa fonte viene utilizzata esclusivamente per documentare l’episodio mediatico, non per valutare l’efficacia clinica della coppettazione.

Approfondimenti interni – paoloberretta.com

[PB1] Paolo Berretta. Doping e chiarezza sugli integratori: l’impegno dell’Istituto Superiore di Sanità. Leggi su paoloberretta.com

[PB2] Paolo Berretta. Il Tribulus terrestris, efficacia e controindicazioni: il nuovo Progetto dell’Istituto Superiore di Sanità. Leggi su paoloberretta.com

[PB3] Paolo Berretta. Verifica degli studi sulle E-Cig. Leggi su paoloberretta.com

[PB4] Paolo Berretta. Sport: il monitoraggio biomeccanico. Leggi su paoloberretta.com