Per fronteggiare la sfida di una criminalità sempre più indifferente alle frontiere occorrono, tra i vari Stati, il dialogo e l’intesa non essendo più sostenibile l’autarchia nelle scelte di politica criminale. Nei rapporti di assistenza tra gli Stati è il principio di affidamento e non quello di indifferenza e tanto meno di ostilità a dover prevalere. Di qui la necessità di armonizzare la legge penale per ridurre i gap normativi tra i vari Paesi, con la previsione di standard sanzionatori conseguenti e di procedere ad un deciso miglioramento della cooperazione tra polizie, procuratori e giudici dei vari Stati che vuol dire anche superamento delle “gelosie” che ciascun Paese riserva sulla gestione del proprio sistema di giustizia penale. Temi complessi in un momento storico caratterizzato da spinte sovraniste e nazionaliste che si rilevano in diversi Stati europei ed extraeuropei. “La vera nuova frontiera dell’antimafia” è la dimensione internazionale come sottolineava la Commissione parlamentare Antimafia nella sua relazione conclusiva del febbraio 2018. Deve, tuttavia, crescere, a tutti i “livelli”, la consapevolezza che la sola risposta repressiva – per quanto necessaria – non basta. Il che equivale a dire che non basta aggredire le manifestazioni del fenomeno criminale.
E’ necessario aggredire anche le radici del fenomeno. Perché si può sperare di sconfiggerlo quando non ci si limita alle dichiarazioni di guerra ( e negli anni ne abbiamo sentite molte) ma si cerca anche di sradicare l’ingiustizia che può essere l’elemento scatenante. Invece, oggi, la tendenza prevalente è nel senso di privilegiare i temi della sicurezza nella sua accezione di “ordine pubblico” (sia sul piano internazionale che interno dei singoli Stati) rispetto alla tutela e alla pratica dei diritti. Senza preoccupasi più di tanto del fatto che se il tema della sicurezza ( sicuramente importante) si fa esclusivo, i diritti diventano ostaggio della sicurezza. Con il rischio concreto di introdurre poteri così assoluti e stringenti da costituire un problema per le libertà, nel momento stesso in cui si avviano azioni che vengono prospettate come tutela delle libertà. Risulta, allora, di straordinaria utilità costruire quell’impegno sociale e stimolare le varie forme di cittadinanza partecipata che sono indispensabili per recuperare una dimensione etica della convivenza.
Per passare dalla rassegnata passività all’impegno, spinti da interessi collettivi. Occorre, insomma, ampliare la dimensione partecipativa e culturale della lotta alle mafie perché lottare contro le mafie non vuol dire solo reprimere ma “..anche bonificare, trasformare,costruire..” agendo sul livello politico “attraverso la correzione o la cancellazione di quei meccanismi che generano ovunque disuguaglianze e povertà”( dall’intervento di Papa Francesco nell’udienza del 21 settembre 2017 ai componenti della Commissione parlamentare Antimafia). E questo lo debbono comprendere bene tutti i Paesi dell’UE i quali scoprono l’esistenza delle mafie solo in occasione di azioni eclatanti. L’Italia, che pure nella lotta ala criminalità organizzata “è il Paese che più di ogni altro al mondo ha sviluppato metodologie di contrasto al fenomeno e che presenta nel settore una delle normative più efficaci..” (cfr. la relazione della Commissione parlamentare Antimafia del 17 giugno 2014), continua ad essere, paradossalmente, il “Paese più appetibile per i criminali”.
Per “paoloberretta.com” – Dott. Piero Innocenti
(Dirigente generale della Polizia di Stato a riposo, Questore in alcune importanti città italiane ha avuto una pluriennale esperienza nella Direzione Centrale per i Servizi Antidroga svolgendo anche servizio in Colombia come esperto).