Un filone di ricerca sempre più solido indica che l’ecosistema microbico dell’intestino può essere coinvolto nello sviluppo del cancro del colon-retto, ma i legami osservati non dipendono necessariamente dalla semplice presenza o assenza di una specie batterica.

Un recente studio ha affrontato proprio questo punto: alcuni microrganismi risultano spesso associati alla malattia, pur essendo comuni anche nelle persone sane.

Tra questi compare Bacteroides fragilis, un batterio frequente nel microbiota umano che, da solo, non spiega perché alcuni individui sviluppino un tumore e altri no.

Per chiarire il “paradosso”, un gruppo di ricerca con sedi in Danimarca e Australia ha adottato un approccio che va oltre l’identificazione della specie.

Invece di chiedersi soltanto se B. fragilis sia presente, gli autori hanno confrontato differenze genetiche tra ceppi e hanno valutato anche un ulteriore livello biologico: i virus che possono vivere dentro i batteri, noti come batteriofagi (o fagi).

Alcuni fagi si integrano nel genoma del batterio come profagi e possono influenzare caratteristiche del loro ospite, inclusa l’espressione di geni e la capacità di adattarsi a specifiche condizioni intestinali.

Nello studio, l’analisi genetica di isolati selezionati di B. fragilis (provenienti da persone con e senza cancro del colon-retto) ha evidenziato un’associazione tra i ceppi legati alla malattia e la presenza di specifici profagi appartenenti a gruppi virali descritti come Caudoviricetes.

Questo segnale, inizialmente individuato in un set mirato di campioni, è stato poi verificato in una coorte indipendente più ampia basata su metagenomica fecale (877 individui).

Nel complesso, i dati indicano che i pazienti con cancro del colon-retto avevano probabilità maggiori (circa raddoppiate) di mostrare tracce rilevabili di questi fagi associati a B. fragilis.

Gli autori riportano inoltre che i virus osservati non corrisponderebbero in modo diretto a sequenze già catalogate, suggerendo la presenza di varianti o entità finora poco descritte.

È importante sottolineare che un’associazione, anche forte, non dimostra automaticamente un nesso causale.

La presenza del batterio e del suo profago potrebbe contribuire al processo patologico, ma potrebbe anche rappresentare un indicatore di un ambiente intestinale già alterato (ad esempio infiammazione, cambiamenti dietetici, terapie, o modifiche della barriera mucosa) che favorisce certi ceppi batterici e i loro virus.

Per questo, gli autori interpretano il risultato come un passo utile per generare ipotesi: non sarebbe solo “il batterio” a contare, ma la combinazione batterio–fago e le differenze tra ceppi all’interno della stessa specie.

Questa prospettiva si integra con quanto già noto su B. fragilis in ambito oncologico.

Una parte della letteratura distingue infatti ceppi potenzialmente più problematici, come quelli definiti enterotossigeni, capaci di produrre una tossina (spesso indicata come BFT) che, in modelli sperimentali e in studi osservazionali, è stata collegata a infiammazione mucosale, alterazioni della barriera intestinale e segnali cellulari coerenti con la progressione tumorale.

In parallelo, altre ricerche sul cancro del colon-retto hanno evidenziato il ruolo di ulteriori batteri “tumorigeni” o pro-infiammatori e di fattori microbici che danneggiano il DNA o modulano l’immunità locale.

L’idea emergente è che la carcinogenesi possa essere favorita da reti microbiche e dalle loro molecole, più che da un singolo agente.

L’attenzione ai fagi amplia ulteriormente lo scenario: il cosiddetto viroma intestinale (in gran parte composto proprio da batteriofagi) può influenzare la composizione del microbiota, trasferire geni tra batteri e, potenzialmente, rimodellare funzioni metaboliche e immunologiche.

Studi precedenti hanno già mostrato che firme virali e interazioni fago-batterio differiscono tra persone con cancro del colon-retto e controlli, e che alcune “impronte” del viroma potrebbero avere valore diagnostico o prognostico. In questa linea, i profagi associati a B. fragilis descritti nello studio recente vengono proposti come candidati biomarcatori, con l’ipotesi che, in futuro, test su campioni fecali possano includere anche bersagli virali oltre a quelli batterici.

Dal punto di vista applicativo, l’idea di usare segnali microbici o virali per lo screening non invasivo è promettente, ma richiede passaggi rigorosi:

  • validazione in popolazioni diverse,
  • controllo di fattori confondenti (dieta, farmaci, antibiotici, comorbidità),
  • valutazione della stabilità del segnale nel tempo,
  • confronto con i test già in uso.

In sintesi, lo studio aggiunge un tassello: per comprendere perché una specie comune possa essere associata al cancro solo in alcuni casi, può essere necessario considerare la variabilità tra ceppi e gli elementi virali integrati che ne modulano il comportamento.


Fonti scientifiche

Foto di Ramón Inciarte da Pixabay