Simona Pichini e Paolo Berretta
Centro Nazionale Dipendenze e Doping – Istituto Superiore di Sanità, Roma.
L’etilglucuronide è un metabolita specifico dell’alcol etilico. La sua presenza nelle matrici biologiche convenzionali quali sangue o urina dimostra una assunzione recente, nelle 24-48 ore di alcol. Tale metabolita si accumula nei capelli dei consumatori e l’analisi segmentale consente la storia pregressa del consumo con dei cut-off che ne attestano l’assoluta astinenza (7 pg/mg capelli), il consumo ricreazionale (8-29 pg/mg capelli) o un consumo cronico eccessivo (>30 pg/mg capelli).
L’analisi dell’etilglucuronide nei capelli è un procedimento noto da moltissimi anni, utile per determinare il grado di astinenza dal consumo di alcolici nei conducenti di veicoli.
Solo recentemente questo sistema si è applicato alle donne in gravidanza per misurare il loro uso di alcol.
Ovviamente si tratta di individuare non solo consumi cronici eccessivi, visto che sovente non si tratta di abusatrici ma di consumatrici che possiamo definire “ricreazionali” con valori di etilglucuronide da 8 a 29 pg/mg capello (condizione che già si può rivelare rischiosa per il neonato).
Differentemente, la misura dell’etilglucuronide del meconio, le prime feci che il neonato espelle, è stata applicata per la prima volta nel 2008, dal gruppo di ricerca del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con il Dipartimento di Medicina Legale dell’Università di Pavia (Morini et al. 2008).
Un gruppo di ricercatori guidati dal dott. Luca Morini e dalla dott.ssa Simona Pichini ha messo a punto l’analisi di questo biomarcatore, insieme all’etilsolfato, proprio nel meconio dei neonati nel passato 2008.
Dopo questi primi studi, sono cominciate delle ricerche più approfondite sulla popolazione, effettuate, nello specifico, su una corte di madre-neonato della città di Barcellona in parallelo con una corte della città di Reggio Emilia.
La scelta di queste due aree è stata fatta in virtù di alcune affinità, la principale il numero di migranti (circa il 40%) rispetto agli abitanti; ciò proprio per studiare la presenza dell’etilglucuronide nel meconio neonatale in comparazione con gli esteri etilici degli acidi grassi nel meconio, che fino a quel momento erano i biomarcatori di riferimento per misurare l’esposizione prenatale all’alcol.
Chiaramente, questi due biomarcatori non erano lineari fra loro, poiché gli esteri etilici degli acidi grassi sono formati esclusivamente dal feto a partire dall’alcol etilico, mentre l’etilglucuronide in parte transita per la placenta attraverso il sangue materno, in parte viene prodotto dal feto stesso (Pichini et al. 2009).
Dallo studio è emersa una differenza statisticamente significativa tra i valori di etilglucuronide quando gli esteri etilici deli acidi grassi sono al disotto del cut-off del consumo materno (2 nmaol/g meconio) e quando sono al di sopre di atle cut-off. eRiguar, venne accantonato presto come biomarcatore, perché si palesava nel meconio solamente in occasione di concentrazioni molto elevate di etilglucuronide.
Inoltre, si osservò che questo biomarcatore nel meconio era positivo quando, nello stesso momento, i capelli dei neonati non davano indicazioni per valutarne l’esposizione prenatale all’alcol.
Ciò si verifica perché l’etilglucuronide si concentrava troppo poco nei capelli dei bambini, rispetto al meconio. La motivazione risiede nel fatto che i capelli si formano soltanto nell’ultimo trimestre di gestazione, a differenza del meconio che inizia a formarsi nel secondo trimestre di gestazione, quindi è da un conto di un accumulo di circa sei mesi.
Nel 2014 un gruppo di ricercatori italiani assieme ad un team di colleghi statunitensi cominciò i primi studi per mettere a punto un test rapido (saggio immunologico) per misurare l’etilglucuronide nel meconio. Purtroppo, a questo primo studio pilota non si diede seguito per mancanza di fondi.
In Italia nel corso del 2011 fu condotto uno studio su sette diverse città italiane dal nord-est al sud-ovest dove si osservò, proprio misurando l’etilglucuronide nel meconio, che l’8% dei bambini nasceva prenatalmente esposto all’alcol bevuto dalla madre durante la gravidanza.
I dati raccolti evidenziarono dei numeri molto bassi nel nord-est del paese mentre risultarono elevati nella capitale; il trend rifletteva ciò che era stato fatto precedentemente osservato in Spagna, dove i numeri più alti erano riconducibili a Barcellona, capitale della Catalogna.
La ragione di una mancata esposizione prenatale all’alcol nel Nord est italiano risiede nelle politiche di comunicazione alle madri in gravidanza. Difatti, da alcuni anni le amministrazioni regionali di quei territori dove il consumo di alcol nella popolazione adulta è il più alto della Nazione (es. Veneto, Friuli) investono su una corretta informazione alle donne in gravidanza dei danni dell’alcol, in controtendenza con quanto avviene nel resto dello stivale.
Solo nel 2019 il Ministero della Salute ha attribuito all’ Istituto Superiore di Sanità, con una serie di partner e in diverse regioni italiane, la possibilità di effettuare uno studio proprio sul consumo di alcol in gravidanza attraverso la misura dell’etilglucuronide nei capelli delle madri e l’esposizione prenatale a questo metabolita misurando esso stesso nel meconio dei bambini. È prevista un’analisi di circa 2.000 casi, dei quali vedremo presto i risultati nello studio che verrà pubblicato.
Pubblicazioni di riferimento:
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