Quando pensiamo alla “pace”, la nostra mente corre subito all’assenza di guerra, ai trattati firmati da leader mondiali e quando sentiamo parlare di “ricerca scientifica”, l’immagine è spesso quella di un’attività di nicchia, astratta e lontana dalle preoccupazioni della vita di tutti i giorni.
Ma se questi due mondi fossero intimamente connessi, e se entrambi avessero al loro centro la lotta per i diritti delle donne?
Il convegno organizzato da FIR CISL nell’ambito della “Maratona per la Pace”, intitolato “Violenza di genere e culture di guerra: La ricerca come via per la pace”, ha svelato connessioni sorprendenti e profonde tra questi ambiti apparentemente distanti.
L’evento, tenutosi oggi presso la sede dell’ISPRA a Roma, non ha solo parlato di grandi principi, ma ha messo a nudo verità scomode e offerto prospettive potenti. Delle verità che ridefiniscono il nostro modo di intendere la pace, il ruolo delle donne e il vero significato della scienza.
La pace non è assenza di guerra, ma assenza di violenza.
La prima, fondamentale rivelazione del convegno è una ridefinizione del concetto stesso di pace. Non si tratta di un semplice stato passivo di non-conflitto, ma di uno strumento attivo, il solo che permette di affermare il valore, la dignità e la libertà di ogni essere umano.
In questa prospettiva, la sua vera negazione non è solo il conflitto armato, ma ogni forma di violenza, in particolare quella sistematica e pervasiva contro le donne.
La pace è l’unico strumento che abbiamo per riconoscere il valore della persona umana, riconoscere la loro dignità e riconoscere la loro libertà.
Questa definizione è fragorosa perché sposta il concetto di pace dai grandi tavoli della diplomazia internazionale alla nostra realtà quotidiana.
Contestualmente, rende la lotta contro la violenza di genere non un tema separato, ma una condizione essenziale per la costruzione di una pace autentica e duratura. Costruire la pace diventa, così, una responsabilità di tutti.
Le grandi assenti ai tavoli della pace sono proprio le donne.
Eppure, se la pace si definisce attraverso l’assenza di violenza, emerge un paradosso sconcertante quando osserviamo chi è incaricato di costruirla.
Nonostante le Nazioni Unite, con documenti come l’Agenda 2030 e la storica Risoluzione 1325, riconoscano da decenni il ruolo insostituibile delle donne nei processi di pace, la realtà è drammaticamente diversa (il convegno ha messo in luce dati impietosi, tratti da un recente rapporto ONU).
I numeri sono scioccanti:
- Su 10 processi di pace analizzati, in ben 9 era presente una sola donna come negoziatrice.
- A livello mondiale, le donne rappresentano appena il 7% dei negoziatori.
- Le donne che ricoprono il ruolo di mediatrici nei processi di pace sono solo il 14%.
Queste cifre non sono solo statistiche: sono la misura di ciò che perdiamo. L’esclusione delle donne dai processi decisionali porta ad accordi di pace meno sostenibili, che spesso ignorano aspetti cruciali per la ricostruzione sociale, come la giustizia per la violenza di genere, la riconciliazione comunitaria e la sanità.
Si tratta di un enorme divario tra i principi dichiarati e le azioni concrete, una contraddizione che dibattiti come questo mirano a illuminare per spingere a un cambiamento reale.
La ricerca non è una nicchia per pochi, ma un motore di speranza.
Proprio dove la diplomazia formale mostra i suoi limiti, emergono forme di costruzione della pace più silenziose ma profondamente umane.
Spesso la ricerca viene percepita come un mondo chiuso, ma il convegno ha ribaltato questa visione attraverso un aneddoto toccante che ne rivela il volto più concreto.
È la storia di un team di ricerca in un paese africano come la Somalia o la Nigeria, una zona devastata da conflitti.
Lì, dove molte donne erano costrette alla prostituzione per sfamare le famiglie, contraendo malattie senza alcuna tutela, i ricercatori hanno compiuto un gesto tanto semplice quanto potente. Finito il loro lavoro scientifico, aprivano dei sacchi e distribuivano preservativi per aiutarle a proteggersi.
Non era un atto di ricerca, ma un atto di umanità reso possibile dalla ricerca.
Questo dimostra come l’intera comunità scientifica — non solo scienziati, ma anche tecnici e personale amministrativo — possa farsi veicolo di quello che è stato definito un “inequivocabile e incomparabile messaggio di umanità”.
questa è l’indice di una attività che può portare in zone devastate da conflitti e da scenari di violenza, un messaggio di non solo di pace, ma anche soprattutto di speranza.
La scienza ha una responsabilità radicale: può distruggere o salvare
La scienza non è intrinsecamente “buona” o “cattiva”; è uno strumento di una potenza inimmaginabile. La ricerca ha prodotto le armi nucleari, ma è la stessa forza che ogni giorno persegue la pace e combatte la violenza.
Nel dibattito è emersa una riflessione di Papa Francesco che, citando le Sacre Scritture, ha definito l’intelligenza e le capacità scientifiche un “dono dello Spirito Santo” da usare per il bene comune.
Questa consapevolezza etica trasforma il lavoro del ricercatore in un atto di profonda responsabilità sociale.
Ogni progetto può essere un passo verso la distruzione o verso un mondo migliore. La scelta di orientare la conoscenza verso la pace e la difesa della dignità umana è una decisione attiva, che conferisce alla comunità scientifica un ruolo cruciale nella costruzione del nostro futuro.
Il convegno non ha parlato di temi separati, ma ha svelato una singola e interconnessa missione: un mondo libero dalla violenza non può essere costruito senza la voce delle donne, e la più profonda espressione di questo impegno si trova spesso nei silenziosi atti di umanità della ricerca scientifica.
Ci ha lasciato con la consapevolezza che la pace si costruisce nell’assenza di violenza quotidiana, che non può esistere senza la leadership delle donne, e che la scienza, nel suo nucleo più profondo, è uno straordinario messaggio di speranza.
La domanda, quindi, resta sospesa, rivolta a ciascuno di noi: se la conoscenza è il nostro strumento più potente, come possiamo usarla ogni giorno, nel nostro piccolo, per costruire un mondo non solo senza guerra, ma anche senza violenza?

