Prima o poi si dovrà affrontare, con rinnovato impegno, il problema della presenza nel nostro Paese di gruppi della criminalità sudamericana. Non è, sia chiaro, quella più “ingombrante” tra le diverse gang straniere che hanno trovato la “pacchia” in Italia e tra queste annoveriamo la criminalità albanese, quella romena, cinese, nigeriana e nordafricana.  E, tuttavia, segnali di allarme continuano ad arrivare anche da affidabilissime istituzioni come la DIA (Direzione Investigativa  Antimafia) che nell’ultima relazione,presentata alcuni giorni fa ( i dati sono relativi al primo semestre del 2018), annota come “..resta alta la pericolosità delle “gang” dei latinos, le cosiddette pandillas, diffuse soprattutto nelle aree metropolitane di Genova e Milano..”.

Ora, che il nostro sia ( ancora) un Paese accogliente e generoso è ben noto, che, però, sia diventato quello, tra i paesi democratici, il più appetibile per i delinquenti, come sottolineava la Commissione parlamentare Antimafia nelle sua relazione conclusiva di un anno fa, è particolare inquietante che avrebbe dovuto indurre a serie riflessioni. Da parte di tutti, a cominciare dai parlamentari cui la relazione era diretta ( in quanti l’hanno letta o soltanto sfogliata?), alla attuale classe politica dirigente, ai cittadini. Nulla di tutto questo si è notato e così si va avanti, fino alle prossime relazioni istituzionali (DIA, DNAA, DCSA) che continuano a disegnare drammatici scenari criminali (anche risultati investigativi) in continua evoluzione. Come per le mafie nostrane che, silenziosamente, hanno aperto uffici di rappresentanza per i loro “affari” in ben quindici regioni italiane, dodici paesi europei (Spagna, Francia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania,Austria, Slovacchia, Albania, Romania, Malta), otto extraeuropei (Canada, Stati Uniti d’America, Messico, Colombia, Argentina, Federazione Russa, Giappone, Australia) come segnala l’ultima relazione DIA.

Sono le nostre mafie che si avvalgono per i traffici di droga dei sodalizi sudamericani nei quali vanno ricompresi “..componenti di origine boliviana, colombiana, venezuelana, dominicana, peruviana ed ecuadoriana..”. E sono proprio questi ultimi ad aver costituito, in particolare nelle aree metropolitane di Genova e Milano, le “pandillas”, vere bande ( composte da 30-40 elementi) che “..si dedicano allo spaccio di stupefacenti, a scippi ed aggressioni, danneggiando anche beni pubblici e privati”. La nascita di queste bande, favorita dalle “..condizioni di disagio gravitanti intorno ad immigrati con un retroterra di esperienze criminali maturate i madrepatria..” ( in particolare in Ecuador, El Salvador), ha determinato, nel tempo, una conflittualità tra le stesse formazioni malavitose per acquisire “il controllo delle attività criminali nel territorio di insediamento”.

Si tratta di bande formate da giovani sudamericani “gerarchicamente strutturate e con figure apicali di riferimento..” come segnalavano gli esperti della DIA sin dal 2013, con reclutamenti anche di giovani nordafricani ed italiani ai quali vengono imposti riti di affiliazione e prove di coraggio particolarmente cruenti come emergeva nella relazione DIA di due anni dopo. Modalità di reclutamento che, secondo risultanze investigative, sono state ulteriormente ampliate per acquisire nuove risorse umane aprendo anche a  slavi, asiatici e nord africani “..purché capaci di dimostrare le proprie capacità delinquenziali”. Una sorta di “casting criminale” per poter entrare a far parte della pandilla che non è una novità se si pensa alle dure prove da superare per entrare in una delle “associazioni” criminali nigeriane insediatesi in alcune regioni italiane. Un quadro generale, dunque, molto pericoloso per la sicurezza dei cittadini e delle stesse istituzioni che necessiterebbe della massima attenzione politica e di iniziative straordinarie. Tutte cose che non si vedono all’orizzonte.

 

 

Per il sito paoloberretta.com – Dott. Piero Innocenti
(Dirigente generale della Polizia di Stato a riposo, Questore in alcune importanti città italiane ha avuto una pluriennale esperienza nella Direzione Centrale per i Servizi Antidroga svolgendo anche servizio in Colombia come esperto).