In questi giorni si è acceso sui social un aspro dibattito fra medici impegnati nella divulgazione scientifica sul tema melanoma, esposizione al sole e creme protettive. Proviamo a fare chiarezza “ed erigere un muro contro la disinformazione” (cit. Dott. Paolo Antonio Ascierto – Oncologo e ricercatore italiano).
Il rapporto tra esposizione solare, melanoma, fotoprotezione e vitamina D viene spesso raccontato attraverso affermazioni nette: il sole causerebbe sempre il melanoma oppure, all’opposto, sarebbe protettivo; le creme solari impedirebbero il tumore oppure lo favorirebbero; la vitamina D rappresenterebbe una difesa decisiva oppure non avrebbe alcuna rilevanza.
Nessuna di queste semplificazioni descrive adeguatamente le evidenze.
Il melanoma cutaneo è una neoplasia biologicamente ed epidemiologicamente eterogenea. Il rischio dipende dall’interazione tra radiazioni ultraviolette, fototipo, predisposizione genetica, numero e caratteristiche dei nevi, familiarità, età, immunosoppressione, sede anatomica e modalità di esposizione al sole.
Questa complessità non modifica però un dato acquisito: la radiazione ultravioletta solare e quella emessa dai dispositivi abbronzanti sono cause riconosciute di tumori cutanei, compreso il melanoma.
La questione scientificamente corretta non è quindi stabilire se il sole sia “buono” o “cattivo”, ma comprendere quali esposizioni producano danno, quali associazioni derivino da studi osservazionali e quali interventi abbiano dimostrato un beneficio preventivo.
Gli UV sono una causa accertata di melanoma
La International Agency for Research on Cancer, agenzia oncologica dell’Organizzazione mondiale della sanità, classifica la radiazione solare e i dispositivi abbronzanti a emissione ultravioletta come cancerogeni per l’uomo.
Una stima pubblicata nel 2025 da ricercatori della IARC ha attribuito alle radiazioni UV oltre l’80% dei melanomi cutanei diagnosticati globalmente nel 2022, corrispondenti a circa 267.000 casi su 332.000. Il calcolo ha tenuto conto anche del melanoma acrale lentigginoso, sottotipo generalmente non associato agli UV e relativamente più frequente nelle popolazioni con pelle scura [1].
Questa percentuale è una stima epidemiologica di popolazione, non uno strumento per attribuire la causa del tumore al singolo paziente. Non significa che ogni melanoma derivi dal sole né che sia possibile quantificare individualmente la quota di responsabilità degli UV.
Dimostra però che l’affermazione secondo cui sarebbe “falso che il sole faccia venire il melanoma” è incompatibile con il complesso delle conoscenze disponibili.
Una formulazione più precisa è la seguente:
La radiazione ultravioletta è una causa importante e prevenibile della maggior parte dei melanomi cutanei, ma il melanoma è una malattia multifattoriale e alcuni sottotipi non presentano una relazione significativa con l’esposizione solare.
Il melanoma non è una sola malattia
Differenti vie patogenetiche possono condurre allo sviluppo del melanoma.
Alcune forme si manifestano più frequentemente sul tronco o su aree esposte in modo occasionale e sembrano maggiormente associate a esposizioni intense e intermittenti. Altre, come il lentigo maligna melanoma, interessano soprattutto testa e collo di persone anziane e sono più strettamente collegate al danno solare cronico.
Il melanoma acrale, localizzato prevalentemente su palmi, piante dei piedi e apparato ungueale, presenta invece una relazione molto meno evidente con gli UV.
Questa eterogeneità spiega perché studi condotti su popolazioni, sedi anatomiche o sottotipi differenti possano produrre risultati apparentemente discordanti. Non giustifica tuttavia la conclusione che il sole sia protettivo.
Conta la modalità di esposizione
L’epidemiologia del melanoma indica da decenni un’associazione particolarmente consistente con:
- esposizioni solari intense e intermittenti;
- scottature;
- attività ricreative ad alta esposizione;
- soggiorni improvvisi in località molto soleggiate;
- esposizione di aree corporee normalmente coperte;
- uso di lettini e lampade abbronzanti.
Una metanalisi di 57 studi osservazionali ha rilevato un aumento del rischio associato alle esposizioni intermittenti e alle scottature, mentre l’esposizione professionale cronica appariva inversamente associata al melanoma in alcune analisi [2].
Quest’ultimo risultato viene talvolta utilizzato per sostenere che il lavoro all’aperto protegga dal melanoma. È un’interpretazione impropria.
Un’associazione statistica inversa non prova che l’esposizione abbia prodotto biologicamente una protezione. Può dipendere da differenze tra i gruppi, errori nella misurazione dell’esposizione, selezione dei lavoratori o comportamenti non adeguatamente considerati.
Che cosa mostrava lo studio del 1986
Lo studio pubblicato nel 1986 sul Journal of the National Cancer Institute confrontava 507 persone con melanoma e 507 controlli dell’Australia occidentale [3].
Gli autori esaminarono diversi aspetti dell’esposizione:
- ore trascorse all’aperto;
- attività lavorative e ricreative;
- abitudine intenzionale ad abbronzarsi;
- attività nautiche;
- esposizione del tronco;
- scottature;
- uso di prodotti solari;
- esposizioni avvenute durante differenti periodi della vita.
Lo studio rilevò che una bassa esposizione complessiva nella prima età adulta era associata, in alcune analisi, a un maggiore rischio di melanoma a diffusione superficiale.
Nello stesso lavoro, tuttavia, risultavano associate a un rischio maggiore l’abitudine di prendere il sole, alcune attività nautiche, l’esposizione del tronco e le esposizioni ricreative durante la giovinezza.
Lo studio non concludeva quindi che l’esposizione solare fosse protettiva in generale. Evidenziava piuttosto che differenti modalità di esposizione potevano associarsi in modo diverso a specifici sottotipi di melanoma.
Si trattava inoltre di uno studio caso-controllo basato sulla ricostruzione retrospettiva delle abitudini. Questo disegno è vulnerabile al bias di memoria: i partecipanti devono ricordare esposizioni avvenute molti anni prima e le persone già diagnosticate possono ricostruirle diversamente dai controlli.
Il presunto rischio inferiore del 40–50%
Lo studio pubblicato nel 2014 sull’International Journal of Cancer analizzò due studi caso-controllo condotti in Australia, Canada, Stati Uniti e Italia, valutando l’esposizione solare professionale e la sede anatomica del melanoma [4].
Nel complesso, gli autori non rilevarono un aumento significativo del rischio associato all’esposizione professionale. In una specifica analisi relativa ai melanomi di testa e collo, uno dei gruppi maggiormente esposti presentava un odds ratio di circa 0,56 rispetto al gruppo meno esposto.
Da questa stima deriva probabilmente l’affermazione secondo cui i lavoratori all’aperto avrebbero un rischio inferiore del 40–50%.
Il dato non può però essere generalizzato. Riguardava:
- una specifica sede anatomica;
- una determinata categoria di esposizione;
- una delle popolazioni considerate;
- un confronto osservazionale;
- un numero relativamente limitato di casi.
Gli stessi autori conclusero che l’esposizione occupazionale non sembrava aumentare il rischio nella popolazione studiata. Non affermarono che lavorare al sole fosse preventivo o che aumentare l’esposizione riducesse il melanoma.
Perché un’associazione inversa non dimostra protezione
Diversi fattori possono far apparire i lavoratori all’aperto meno esposti al rischio di alcuni melanomi.
Selezione professionale
Le persone con pelle molto chiara, elevata fotosensibilità o precedenti problemi cutanei potrebbero essere meno propense a intraprendere o mantenere occupazioni all’aperto.
Il gruppo professionalmente esposto potrebbe quindi includere una maggiore proporzione di individui capaci di pigmentarsi e meno soggetti a scottature.
Abbigliamento e sede corporea
Un lavoratore all’aperto può proteggere tronco e arti con indumenti, ricevendo soprattutto radiazioni su volto, collo e avambracci. Una persona che lavora al chiuso può invece esporre improvvisamente vaste superfici corporee durante vacanze, sport o fine settimana.
Esposizione regolare contro esposizione concentrata
Le ore totali trascorse al sole non descrivono necessariamente la dose biologicamente rilevante. Un’esposizione distribuita può produrre effetti diversi rispetto a una dose intensa ricevuta in pochi giorni.
Ciò non significa che la prima sia innocua o protettiva.
Misurazione imprecisa
Le esposizioni professionali vengono spesso ricostruite mediante questionari o titoli lavorativi. Questi strumenti non misurano direttamente:
- intensità degli UV;
- latitudine;
- stagione;
- nuvolosità;
- superfici corporee esposte;
- uso di cappelli e indumenti;
- scottature;
- attività ricreative;
- lettini abbronzanti.
Confondimento residuo
Anche un’analisi statistica accurata non può correggere completamente variabili non misurate o misurate male. Per questo il risultato di uno studio osservazionale deve essere interpretato come associazione, non come prova causale.
L’esposizione cronica non è priva di rischi
La difficoltà nel dimostrare un’associazione lineare tra lavoro all’aperto e melanoma non rende sicura l’esposizione cronica.
La radiazione solare professionale è associata in modo più consistente al carcinoma squamocellulare, alle cheratosi attiniche e ad altri effetti cumulativi. Una valutazione congiunta WHO–ILO ha documentato un carico rilevante e crescente di carcinomi cutanei non melanomatosi attribuibili all’esposizione professionale agli UV [5].
I lavoratori all’aperto devono quindi essere considerati una popolazione esposta a un rischio professionale prevenibile e non un gruppo naturalmente “protetto” dal sole.
Lo studio UK Biobank sulle creme solari
Un’altra affermazione diffusa è che uno studio condotto su circa 500.000 persone avrebbe dimostrato che le creme solari aumentano tutti i tumori della pelle, soprattutto il melanoma.
Il riferimento è un articolo pubblicato nel 2023 su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention. La ricerca utilizzava dati della UK Biobank e comprendeva:
- 17.221 casi di carcinoma basocellulare;
- 2.331 casi di carcinoma squamocellulare;
- 1.158 melanomi in situ;
- 3.798 melanomi invasivi;
- 448.164 controlli.
L’obiettivo principale non era verificare l’efficacia o la sicurezza oncologica delle creme. Gli autori analizzarono 8.798 varianti appartenenti a 190 geni coinvolti nella riparazione del DNA e la loro interazione con undici fattori demografici e comportamentali [6].
L’uso dichiarato di protezione solare risultava associato a una maggiore frequenza di tumori cutanei. Lo studio non poteva però stabilire che la crema ne fosse la causa.
Associazione non significa causalità
Per dimostrare che un prodotto causa un tumore sarebbe necessario accertare almeno che:
- l’esposizione al prodotto preceda lo sviluppo della malattia;
- i gruppi confrontati siano simili per rischio iniziale;
- la quantità e la durata dell’uso siano misurate;
- l’esposizione solare totale sia adeguatamente controllata;
- siano esclusi bias e causalità inversa;
- l’associazione sia coerente con altre linee di evidenza.
Lo studio UK Biobank non soddisfaceva queste condizioni per valutare causalmente le creme solari.
Gli autori stessi interpretarono l’associazione come un apparente “paradosso della protezione solare” e proposero spiegazioni alternative.
Maggiore esposizione tra chi usa la crema
Le persone che trascorrono più tempo al mare, praticano sport all’aperto o cercano intenzionalmente l’abbronzatura tendono a utilizzare più crema. Possono quindi ricevere una dose complessiva di UV superiore rispetto a chi non usa protezione perché rimane prevalentemente al chiuso.
Applicazione insufficiente
Nella vita reale la quantità utilizzata è spesso inferiore a quella necessaria per ottenere il fattore di protezione dichiarato. Zone non trattate, sudorazione, acqua, attrito e mancata riapplicazione riducono ulteriormente l’efficacia.
Compensazione comportamentale
La riduzione dell’eritema può generare una falsa sensazione di sicurezza e indurre a prolungare l’esposizione. In questo caso il problema non è una proprietà cancerogena della crema, ma il comportamento che ne accompagna l’uso.
Confondimento legato al rischio individuale
Le persone con pelle chiara, numerosi nevi, capelli rossi, familiarità o precedenti scottature sono contemporaneamente:
- più inclini a utilizzare protezioni;
- più esposte biologicamente al rischio di melanoma.
La crema può quindi apparire associata alla malattia perché viene usata più frequentemente proprio da chi parte da un rischio più elevato.
Causalità inversa
Un soggetto può iniziare a utilizzare regolarmente la protezione dopo una diagnosi dermatologica, un precedente tumore, una lesione precancerosa o il consiglio di un medico.
In questo caso è il riconoscimento del rischio a determinare l’uso della crema, non la crema a determinare il rischio.
La conclusione corretta dello studio è quindi che l’uso dichiarato di protezione solare era associato ai tumori cutanei nel dataset analizzato, non che le creme causassero il cancro.
Le creme solari prevengono il melanoma?
La risposta più rigorosa è: le creme riducono la quantità di radiazione UV che raggiunge la cute e contribuiscono alla prevenzione del danno solare; l’evidenza sperimentale è particolarmente solida per alcuni esiti, mentre per il melanoma è favorevole ma meno precisa.
Nel trial australiano di Nambour, 1.621 adulti furono assegnati all’applicazione quotidiana della protezione solare oppure al loro uso abituale. Lo studio mostrò una riduzione dell’incidenza del carcinoma squamocellulare nel gruppo sottoposto a protezione regolare [7].
Nel successivo follow-up relativo al melanoma furono osservati:
- 11 melanomi nel gruppo assegnato all’uso quotidiano;
- 22 nel gruppo a uso discrezionale.
Per i melanomi invasivi i casi furono rispettivamente 3 e 11 [8].
Il risultato è compatibile con un effetto protettivo, soprattutto nei confronti delle forme invasive, ma deve essere interpretato con prudenza:
- il melanoma non era l’esito primario originario;
- il numero assoluto degli eventi era ridotto;
- il gruppo di controllo poteva comunque utilizzare creme;
- i prodotti riflettevano tecnologie disponibili negli anni Novanta;
- la stima complessiva era vicina al limite della significatività statistica.
Una revisione sistematica degli studi sull’associazione tra protezione solare e melanoma ha inoltre evidenziato una forte eterogeneità, dovuta soprattutto a fototipo, esposizione solare, qualità dei prodotti, comportamento degli utilizzatori e controllo statistico dei confondenti [9].
Le evidenze non sostengono quindi l’ipotesi che le creme aumentino il melanoma. Al tempo stesso, non autorizzano a presentarle come una barriera assoluta capace di annullare qualsiasi rischio.
La crema è una componente della fotoprotezione
L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di proteggersi quando l’indice UV raggiunge o supera il valore 3.
Le principali misure sono:
- limitare l’esposizione nelle ore centrali;
- ricercare l’ombra;
- utilizzare indumenti coprenti;
- indossare un cappello a tesa larga;
- proteggere gli occhi;
- applicare una crema ad ampio spettro sulle aree che non possono essere coperte;
- riapplicare il prodotto dopo circa due ore e dopo bagno o intensa sudorazione;
- evitare i lettini abbronzanti.
La protezione mediante ombra e indumenti è generalmente più affidabile della sola crema. I prodotti solari non devono essere utilizzati per prolungare deliberatamente il tempo trascorso al sole [10].
Non scottarsi è essenziale, ma non basta
Evitare l’eritema è una misura fondamentale, perché le scottature sono associate a un aumento del rischio di melanoma.
L’assenza di una scottatura visibile, tuttavia, non dimostra l’assenza di danno biologico. L’OMS precisa che anche dosi di UVB insufficienti a provocare un eritema possono aumentare la probabilità di tumori cutanei [11].
Non è quindi possibile individuare una “dose giusta” universale basandosi semplicemente sulla comparsa dell’abbronzatura e sull’assenza di rossore.
La sensibilità individuale varia in relazione a:
- fototipo;
- età;
- pigmentazione;
- numero di nevi;
- predisposizione genetica;
- farmaci fotosensibilizzanti;
- precedenti tumori cutanei;
- intensità ambientale degli UV.
L’abbronzatura non costituisce un indicatore affidabile di esposizione priva di rischio.
Vitamina D e melanoma: una relazione plausibile, non risolta
La vitamina D svolge funzioni essenziali nel metabolismo osseo e in numerosi processi cellulari. È biologicamente plausibile che la sua attività possa influenzare anche la crescita e il microambiente tumorale.
Studi trascrittomici, cellulari e animali hanno mostrato che una maggiore attività del recettore della vitamina D può associarsi a:
- riduzione della segnalazione Wnt/β-catenina;
- minore espressione di vie proliferative;
- modificazioni dell’immunità antitumorale;
- riduzione delle metastasi in modelli murini.
Uno studio pubblicato su Cancer Research nel 2019 ha fornito dati sperimentali coerenti con un ruolo della via vitamina D–VDR nella biologia del melanoma [12].
Questi risultati dimostrano plausibilità biologica. Non dimostrano che l’esposizione solare prevenga il melanoma nell’essere umano.
Il passaggio dalla biologia molecolare alla prevenzione clinica richiede trial nei quali l’intervento produca una riduzione misurabile di diagnosi, recidive o mortalità.
Associazioni prognostiche e possibili confondenti
Numerosi studi osservazionali hanno rilevato che basse concentrazioni di 25-idrossivitamina D si associano a melanomi più spessi, stadi più avanzati o prognosi peggiore.
Queste associazioni possono avere diverse interpretazioni:
- la carenza potrebbe contribuire alla progressione;
- la malattia avanzata potrebbe ridurre attività all’aperto e stato generale;
- obesità, età, alimentazione e comorbilità potrebbero influenzare sia vitamina D sia prognosi;
- il valore misurato potrebbe essere un indicatore di salute generale;
- il momento stagionale del prelievo potrebbe modificare i risultati.
Uno studio osservazionale, anche se ben condotto, non può distinguere completamente queste possibilità.
La vitamina D non può quindi essere definita, sulla base di queste associazioni, “il più importante fattore protettivo” dal melanoma.
Il trial clinico sulla vitamina D
Il trial ViDMe, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, ha coinvolto 436 pazienti con melanoma cutaneo resecato, dallo stadio IA allo stadio III.
I partecipanti furono assegnati a:
- 100.000 UI di colecalciferolo ogni mese;
- placebo.
La supplementazione aumentò stabilmente le concentrazioni ematiche di vitamina D, ma non migliorò:
- sopravvivenza libera da recidiva;
- mortalità correlata al melanoma;
- sopravvivenza complessiva.
A 72 mesi, il rischio di recidiva non risultava significativamente ridotto nel gruppo trattato. Gli autori conclusero che la supplementazione ad alte dosi non doveva essere raccomandata allo scopo di migliorare gli esiti del melanoma [13].
Il trial non dimostra che correggere una carenza sia inutile. Mostra che somministrare alte dosi mensili a pazienti non selezionati in base a una specifica indicazione non migliora la prognosi oncologica.
Sono due domande cliniche differenti.
Le creme riducono la produzione di vitamina D?
Anche su questo punto è necessario evitare formulazioni assolute.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2019 aveva concluso che l’uso delle creme nella vita reale difficilmente causava una riduzione clinicamente rilevante della vitamina D. I trial disponibili utilizzavano però soprattutto prodotti con SPF moderato e non sempre assicuravano un’applicazione quotidiana rigorosa [14].
Il quadro è stato aggiornato nel 2025 dal Sun-D Trial.
In questo studio randomizzato e in aperto, 639 adulti australiani che non utilizzavano abitualmente creme né integratori di vitamina D furono assegnati a:
- applicare quotidianamente una protezione SPF 50+ nei giorni con indice UV almeno pari a 3;
- continuare a utilizzare la protezione secondo le proprie abitudini.
Dopo un anno, il gruppo sottoposto all’applicazione quotidiana presentava concentrazioni di 25-idrossivitamina D inferiori e una maggiore probabilità di carenza. Gli autori raccomandavano comunque di continuare la fotoprotezione, valutando nei soggetti maggiormente esposti al rischio di carenza l’opportunità di controllo o supplementazione [15].
Il risultato corregge l’affermazione secondo cui le creme non potrebbero mai interferire con la sintesi della vitamina D.
La conclusione prudente è:
L’uso occasionale o incompleto delle creme spesso non annulla la sintesi cutanea di vitamina D. Un’applicazione quotidiana rigorosa di prodotti ad alto SPF può però ridurre moderatamente i livelli ematici e aumentare il rischio di carenza in alcune popolazioni.
Che cosa non dimostra il Sun-D Trial
Il Sun-D Trial non dimostra che la crema sia dannosa nel bilancio complessivo di salute.
Lo studio:
- era condotto in Australia;
- era in aperto;
- includeva persone che prima non utilizzavano regolarmente la protezione;
- valutava un esito biochimico;
- non valutava tumori o fratture;
- non stabiliva che ogni utilizzatore sviluppasse carenza;
- non confrontava il rischio oncologico derivante da una minore fotoprotezione.
Il risultato deve quindi essere inserito in un bilancio tra benefici e possibili effetti collaterali, non usato per sostenere l’abbandono delle creme.
La vitamina D può essere introdotta mediante alimentazione e supplementazione, mentre gli UV sono un cancerogeno. Quando è clinicamente necessario proteggere rigorosamente la cute, l’eventuale carenza vitaminica può essere valutata e corretta senza prescrivere un aumento intenzionale dell’esposizione solare.
Sole, vitamina D e salute generale
La luce solare e la vita all’aperto non devono essere demonizzate. L’attività fisica all’esterno, il contatto con l’ambiente e la regolarità dei ritmi circadiani possono contribuire al benessere.
Questi benefici non richiedono necessariamente un’esposizione intensa della pelle agli UV né il raggiungimento dell’abbronzatura.
L’OMS riconosce che una quota di radiazione UVB stimola la produzione di vitamina D, ma sottolinea che tale beneficio deve essere bilanciato con i danni simultanei a cute e occhi. I lettini abbronzanti non devono essere utilizzati come fonte di vitamina D [10–11].
La quantità di esposizione necessaria per mantenere un adeguato stato vitaminico varia in funzione di:
- latitudine;
- stagione;
- pigmentazione;
- età;
- superficie corporea esposta;
- alimentazione;
- abbigliamento;
- attività all’aperto;
- condizioni cliniche.
Non esiste quindi una prescrizione universale valida per ogni persona.
Bambini e adolescenti
La prudenza è particolarmente rilevante nei bambini.
L’esposizione eccessiva durante l’infanzia e l’adolescenza contribuisce al rischio di tumori cutanei nella vita adulta. I bambini devono poter svolgere attività all’aperto, ma con adeguata protezione, soprattutto durante le ore di maggiore intensità UV.
Le misure prioritarie sono:
- ombra;
- abbigliamento;
- cappello;
- protezione delle aree scoperte;
- prevenzione delle scottature;
- esclusione dei lettini abbronzanti.
Il messaggio non deve essere “tenere i bambini lontani dal sole”, ma evitare esposizioni intense, prolungate e non protette.
Che cosa possiamo affermare con elevata certezza
Evidenze consolidate
- La radiazione UV causa tumori cutanei.
- Una quota maggioritaria dei melanomi cutanei è attribuibile agli UV.
- Le esposizioni intermittenti intense e le scottature aumentano il rischio.
- I lettini abbronzanti devono essere evitati.
- Ombra, indumenti, cappello e protezione solare riducono l’esposizione.
- Lo studio UK Biobank non dimostra che le creme causino il melanoma.
- La crema non deve essere usata per prolungare l’esposizione.
Evidenze favorevoli ma meno definitive
- L’uso regolare della crema sembra ridurre il rischio di melanoma, ma i dati randomizzati sono numericamente limitati.
- Bassi livelli di vitamina D si associano in alcuni studi a prognosi peggiore, ma la causalità non è dimostrata.
- Differenti modalità di esposizione possono influenzare diversamente sottotipi e sedi del melanoma.
Evidenze non sufficienti
- Che l’esposizione solare professionale protegga biologicamente dal melanoma.
- Che aumentare deliberatamente l’esposizione prevenga il tumore.
- Che le creme solari provochino neoplasie cutanee.
- Che la vitamina D sia il principale fattore protettivo dal melanoma.
- Che la supplementazione ad alte dosi riduca recidive o mortalità.
- Che l’abbronzatura senza scottatura rappresenti una soglia sicura.
Conclusioni
Il rapporto tra sole e melanoma non può essere ridotto a uno slogan.
È corretto distinguere tra esposizione intermittente, cronica, professionale e ricreativa. È corretto riconoscere che non tutti i melanomi hanno la stessa eziologia. È corretto discutere i limiti delle creme solari e il possibile effetto dell’uso quotidiano di SPF elevato sui livelli di vitamina D.
Non è invece corretto utilizzare questa complessità per sostenere che il sole protegga dal melanoma o che le creme solari ne siano una causa.
Gli studi osservazionali citati a sostegno di queste tesi non dimostrano causalità. Lo studio UK Biobank documenta un’associazione influenzabile da esposizione, predisposizione, uso scorretto e causalità inversa. I trial clinici non mostrano un aumento del melanoma con la protezione solare e forniscono segnali favorevoli, sebbene non definitivi, sulla sua prevenzione.
La vitamina D possiede una plausibilità biologica nella regolazione del melanoma, ma la supplementazione ad alte dosi non ha migliorato gli esiti clinici in un trial randomizzato. Il nuovo Sun-D Trial mostra che un uso rigoroso e quotidiano di SPF 50+ può ridurne moderatamente i livelli, indicando la necessità di gestire l’eventuale carenza senza abbandonare la fotoprotezione.
La raccomandazione più coerente con le evidenze è quindi:
Vivere all’aperto senza ricercare deliberatamente un’elevata dose di UV; evitare scottature ed esposizioni intense; privilegiare ombra e indumenti; utilizzare correttamente una crema ad ampio spettro sulle aree scoperte; non prolungare il tempo al sole grazie alla protezione; valutare clinicamente un’eventuale carenza di vitamina D.
La prudenza scientifica non consiste nel mettere tutte le ipotesi sullo stesso piano. Consiste nel proporzionare le conclusioni alla qualità delle prove.
Tabella delle fonti principali
| Autore/anno | Titolo | Rivista o istituzione | Impact Factor 2025* | Contributo |
|---|---|---|---|---|
| Langselius et al., 2025 | Global burden of cutaneous melanoma attributable to UVR | International Journal of Cancer | Non verificato | Stima globale dei melanomi attribuibili agli UV |
| Holman et al., 1986 | Relationship of melanoma to sunlight-exposure habits | JNCI | 7,7 | Studio storico sui differenti modelli di esposizione |
| Gandini et al., 2005 | Meta-analysis of risk factors for cutaneous melanoma | European Journal of Cancer | Non verificato | Associazioni con esposizione intermittente e scottature |
| Vuong et al., 2014 | Occupational sun exposure and melanoma by site | International Journal of Cancer | Non verificato | Esposizione professionale e sedi anatomiche |
| Jeremian et al., 2023 | Gene-environment analyses in UK Biobank | Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention | Non verificato | Associazione osservazionale impropriamente interpretata come causale |
| Green et al., 1999 | Daily sunscreen and keratinocyte cancers | The Lancet | Non verificato | Trial randomizzato sul carcinoma squamocellulare |
| Green et al., 2011 | Reduced melanoma after regular sunscreen use | Journal of Clinical Oncology | Non verificato | Follow-up randomizzato sul melanoma |
| Rueegg et al., 2019 | Challenges in assessing sunscreen and melanoma | International Journal of Cancer | Non verificato | Analisi dei bias e dei confondenti |
| Muralidhar et al., 2019 | Vitamin D–VDR and Wnt/β-catenin | Cancer Research | Non verificato | Evidenze meccanicistiche e precliniche |
| De Smedt et al., 2024 | ViDMe randomized trial | British Journal of Dermatology | 8,2 | Nessun miglioramento degli esiti con alte dosi di vitamina D |
| Tran et al., 2025 | Sun-D randomized trial | British Journal of Dermatology | 8,2 | Effetto dell’uso quotidiano di SPF 50+ sulla vitamina D |
*Sono riportati soltanto i valori verificati sulle pagine ufficiali degli editori. L’Impact Factor della rivista non determina da solo la qualità metodologica del singolo studio.
Bibliografia
- Langselius O, et al. Global burden of cutaneous melanoma incidence attributable to ultraviolet radiation in 2022. International Journal of Cancer. 2025.
- Gandini S, et al. Meta-analysis of risk factors for cutaneous melanoma: sun exposure. European Journal of Cancer. 2005.
- Holman CDJ, et al. Relationship of cutaneous malignant melanoma to individual sunlight-exposure habits. Journal of the National Cancer Institute. 1986.
- Vuong K, et al. Occupational sun exposure and risk of melanoma according to anatomical site. International Journal of Cancer. 2014.
- Pega F, et al. Global burden of non-melanoma skin cancer attributable to occupational solar ultraviolet radiation. Environment International. 2023.
- Jeremian R, et al. Gene-environment analyses in a UK Biobank skin cancer cohort. Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention. 2023.
- Green A, et al. Daily sunscreen application in prevention of basal-cell and squamous-cell carcinomas. The Lancet. 1999.
- Green AC, et al. Reduced melanoma after regular sunscreen use: randomized trial follow-up. Journal of Clinical Oncology. 2011.
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- World Health Organization. Ultraviolet radiation: prevention and protective measures.
- World Health Organization. Known health effects of ultraviolet radiation.
- Muralidhar S, et al. Vitamin D–VDR signaling inhibits Wnt/β-catenin-mediated melanoma progression. Cancer Research. 2019.
- De Smedt J, et al. High-dose vitamin D supplementation does not improve melanoma outcomes. British Journal of Dermatology. 2024.
- Neale RE, et al. The effect of sunscreen on vitamin D: a review. British Journal of Dermatology. 2019.
- Tran V, et al. Effect of daily sunscreen application on vitamin D: Sun-D Trial. British Journal of Dermatology. 2025.
- World Health Organization. Protecting against skin cancer.