Ricevere una diagnosi di disturbo da uso di oppioidi non significa necessariamente riuscire ad arrivare a una terapia efficace e, soprattutto, a mantenerla nel tempo. È questo il dato più importante che emerge da un ampio studio pubblicato il 2 ottobre 2026 su JAMA Network Open, dedicato alla presa in carico di adolescenti e giovani adulti statunitensi assicurati attraverso Medicaid.
I ricercatori hanno ricostruito il percorso assistenziale di 229.847 persone tra 13 e 25 anni con disturbo da uso di oppioidi (OUD). A ogni passaggio della cosiddetta cascade of care una parte dei pazienti viene persa. Alla fine, soltanto il 3,1% dell’intera coorte – circa un giovane su 32 – raggiunge almeno 180 giorni di trattamento farmacologico continuativo [1].
Il risultato è importante, ma richiede una lettura attenta: non significa che 31 giovani su 32 abbandonino una terapia farmacologica iniziata. Il problema comincia molto prima, già nell’accesso e nell’avvio del trattamento.
Uno studio su quasi 230.000 adolescenti e giovani adulti
Lo studio, coordinato da Scott E. Hadland e colleghi, è un’analisi di coorte basata sui dati Medicaid provenienti dagli Stati Uniti e da Washington, DC, nel periodo 2016-2023 [1].
La popolazione comprendeva persone di età compresa tra 13 e 25 anni con diagnosi di disturbo da uso di oppioidi.
L’obiettivo non era semplicemente stabilire quanti giovani ricevessero un farmaco. I ricercatori hanno ricostruito l’intero percorso attraverso la OUD cascade of care, verificando il raggiungimento di differenti fasi assistenziali coerenti con misure nazionali di qualità.
È un’impostazione particolarmente utile perché permette di comprendere dove il sistema perde i pazienti.
La cascata assistenziale: dove si perdono i giovani
I numeri mostrano una progressiva riduzione della popolazione che riesce a proseguire nel percorso terapeutico.
Dopo la diagnosi:
- 50,7% iniziava un trattamento entro 14 giorni;
- 32,9% raggiungeva il criterio di engagement nel trattamento;
- 15,2% dell’intera coorte riceveva una farmacoterapia per il disturbo da uso di oppioidi;
- 3,1%, pari a 7.070 giovani, raggiungeva almeno 180 giorni di farmacoterapia continuativa [1].
È proprio quest’ultimo numero ad avere generato la sintesi giornalistica del “solo uno su 32”.
Ma la distinzione è essenziale.
Il denominatore è costituito da tutti i 229.847 giovani Medicaid con OUD inclusi nello studio, non soltanto da quelli che avevano iniziato una terapia farmacologica.
Tra coloro che avevano effettivamente iniziato una farmacoterapia, infatti, la percentuale che raggiungeva almeno 180 giorni era del 20,2%, circa uno su cinque [1].
Il problema descritto dallo studio è quindi più complesso di un semplice “abbandono della cura”: comprende difficoltà nell’avvio del trattamento, nell’engagement, nell’accesso ai farmaci e nella successiva retention.
Metadone, buprenorfina e naltrexone: risultati differenti
Lo studio considera i principali farmaci utilizzati negli Stati Uniti per il trattamento dell’OUD: metadone, buprenorfina e naltrexone a rilascio prolungato.
Tra coloro che iniziavano una farmacoterapia, la probabilità di raggiungere almeno sei mesi differiva a seconda del primo farmaco ricevuto:
26,2% con metadone, 19,2% con buprenorfina e 5,8% con naltrexone a rilascio prolungato [1].
Questi dati non devono essere trasformati in una classifica semplicistica dell’efficacia dei farmaci. Lo studio è osservazionale e la scelta terapeutica non avviene casualmente: caratteristiche cliniche, accessibilità dei servizi, preferenze del paziente e altri fattori possono influenzare sia il trattamento ricevuto sia la probabilità di mantenerlo.
Il dato rafforza tuttavia un principio già presente nella letteratura: la retention è una componente centrale del trattamento del disturbo da uso di oppioidi.
Perché sei mesi di trattamento sono importanti
La durata della presa in carico non è un parametro puramente amministrativo.
Una precedente analisi di oltre 261.000 episodi terapeutici aveva già evidenziato differenze importanti nella retention a sei mesi in funzione dell’età. Gli adolescenti raggiungevano sei mesi nel 17,6% degli episodi, rispetto al 25,1% dei giovani adulti e al 33,3% degli adulti tra 26 e 64 anni [2].
Nella stessa ricerca, tra gli adolescenti trattati con buprenorfina la retention risultava sostanzialmente superiore rispetto a quella osservata tra coloro che ricevevano esclusivamente interventi psicosociali [2].
Anche una revisione dedicata specificamente ad adolescenti e giovani adulti ha rilevato che l’età più giovane tende ad associarsi a una minore permanenza nei programmi farmacologici, pur sottolineando la qualità non sempre elevata degli studi disponibili [3].
Una più recente scoping review del 2025 ha inoltre mostrato quanto sia ancora limitata la letteratura sugli interventi specificamente progettati per accompagnare adolescenti e giovani adulti attraverso le diverse fasi della OUD care cascade [4].
Il problema, quindi, non sembra essere soltanto disporre di terapie efficaci. Occorre fare in modo che il paziente riesca ad accedervi, le accetti e possa mantenerle nel tempo.
Gli adolescenti rappresentano il punto più fragile
Uno degli aspetti più delicati del nuovo studio riguarda proprio i minorenni.
Tra gli adolescenti sotto i 18 anni che avevano raggiunto l’engagement nel trattamento, soltanto il 6,6% riceveva una farmacoterapia per OUD [1].
Il dato è coerente con una criticità già descritta nella letteratura internazionale: adolescenti e giovani adulti hanno storicamente avuto un accesso più limitato ai trattamenti farmacologici rispetto alle popolazioni adulte [3,5].
Le linee guida cliniche pubblicate nel 2025 dall’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry includono, tra gli interventi sostenuti dalle evidenze disponibili per l’OUD nei giovani, il trattamento più prolungato con buprenorfina e una riduzione più lenta del farmaco, pur evidenziando contemporaneamente quanto la base di evidenze terapeutiche per molte forme di disturbo da uso di sostanze in questa fascia d’età rimanga ancora incompleta [6].
Non basta prescrivere un farmaco: bisogna riuscire a mantenere il paziente nella cura
La retention dipende da molti fattori.
Una revisione della letteratura su adolescenti e giovani adulti ha identificato elementi individuali, familiari e organizzativi potenzialmente associati alla permanenza in trattamento: consumo concomitante di altre sostanze, conflitti familiari, aderenza terapeutica, dosaggio e flessibilità dei programmi sono alcuni degli aspetti studiati [3].
È quindi riduttivo interpretare l’interruzione del trattamento esclusivamente come una decisione del paziente.
Il fenomeno riguarda anche come è costruito il percorso assistenziale: facilità di accesso, continuità tra servizi, frequenza degli appuntamenti, integrazione tra interventi farmacologici e psicosociali, stigma e capacità di adattare il trattamento alle esigenze di adolescenti e giovani adulti.
Da questo punto di vista, il concetto di cascade of care è particolarmente utile: permette di spostare l’attenzione dal singolo paziente al funzionamento complessivo del sistema.
Dagli Stati Uniti all’Europa: il confronto richiede prudenza
I risultati americani non possono essere trasferiti automaticamente all’Italia.
Lo studio riguarda una popolazione molto specifica: giovani statunitensi iscritti a Medicaid, inseriti in un sistema sanitario, assicurativo e assistenziale profondamente diverso da quello italiano [1].
Non sarebbe quindi metodologicamente corretto concludere che anche in Italia soltanto un giovane con OUD su 32 raggiunga sei mesi di terapia.
Il dato americano pone però una domanda rilevante anche per i sistemi sanitari europei: quanto siamo capaci di trattenere nel percorso di cura le persone con disturbo da uso di oppioidi, soprattutto quando sono molto giovani?
La European Union Drugs Agency (EUDA) considera il trattamento con agonisti degli oppioidi un intervento consolidato per la dipendenza da oppioidi e sottolinea che la permanenza nel trattamento è associata a protezione dall’overdose e da alcune altre cause di morte [7].
Secondo la European Drug Report 2026, nel 2024 circa 505.000 persone nell’Unione europea hanno ricevuto una qualche forma di trattamento con agonisti degli oppioidi. Il metadone rappresentava circa il 61% dei trattamenti con agonisti e i medicinali a base di buprenorfina circa il 36% [7].
Il rapporto EUDA evidenzia tuttavia forti differenze nell’accessibilità dei trattamenti tra i diversi Paesi e richiama la necessità di migliorare la copertura in alcune aree europee [7].
Il caso italiano e il ruolo dei servizi per le dipendenze
In Italia la presa in carico delle dipendenze patologiche avviene attraverso un sistema pubblico territoriale nel quale i Servizi per le Dipendenze (SerD) svolgono un ruolo centrale.
Questo rende improprio sovrapporre direttamente la realtà italiana al sistema Medicaid statunitense.
Il confronto scientificamente più utile non consiste quindi nel chiedersi se il dato “1 su 32” valga anche per l’Italia, ma nel valutare indicatori analoghi lungo il percorso assistenziale: tempo tra identificazione del problema e presa in carico, accesso al trattamento farmacologico quando indicato, engagement, continuità terapeutica, retention e outcome clinici.
Sono indicatori particolarmente importanti nella popolazione più giovane, nella quale intercettazione precoce e continuità tra servizi sanitari, sociali, familiari e scolastici possono assumere un peso ancora maggiore.
Un problema ancora più importante nell’era degli oppioidi sintetici
La questione della continuità terapeutica assume ulteriore rilevanza mentre il mercato degli oppioidi sta cambiando.
L’EUDA segnala che l’eroina rimane il principale oppioide illecito utilizzato in Europa, ma osserva contemporaneamente l’emergere di scenari più complessi legati anche a nuovi oppioidi sintetici ad alta potenza [8].
Questo tema è stato affrontato anche negli approfondimenti dedicati al Piano nazionale italiano sul fentanyl e gli altri oppioidi sintetici [PB1] e alla distinzione tra il pericolo farmacologico del fentanyl e il rischio epidemiologico effettivamente osservato in Italia [PB2].
Il punto è importante: non bisogna importare automaticamente in Europa l’epidemia statunitense di fentanyl, ma neppure ignorare la necessità di sistemi terapeutici capaci di intercettare rapidamente eventuali cambiamenti del mercato.
La European Drug Report 2026 richiama inoltre il ruolo della disponibilità del naloxone nella prevenzione delle overdose fatali e segnala che programmi di take-home naloxone erano presenti in 19 Paesi europei entro il 2025, pur con livelli di accesso non uniformi [9].
I limiti dello studio JAMA
La dimensione della coorte rappresenta un importante punto di forza, ma i risultati devono essere interpretati considerando alcuni limiti.
Si tratta innanzitutto di uno studio osservazionale basato su dati amministrativi e assicurativi. Una diagnosi registrata nei claims non descrive necessariamente tutta la complessità clinica del singolo paziente.
La popolazione Medicaid non rappresenta inoltre tutti gli adolescenti e giovani adulti statunitensi con OUD.
Anche il criterio dei 180 giorni è un indicatore operativo di continuità terapeutica: raggiungerlo non equivale automaticamente alla guarigione, così come non raggiungerlo non consente, da solo, di ricostruire le ragioni cliniche o organizzative dell’interruzione.
Infine, le differenze osservate tra i farmaci non consentono di stabilire rapporti causali diretti tra una specifica molecola e una maggiore retention.
Sono cautele essenziali per evitare di trasformare un’importante ricerca sui servizi sanitari in un messaggio più forte di quanto i dati consentano.
Cosa possiamo concludere
Il dato “uno su 32” è efficace perché rende immediatamente percepibile la dimensione del problema. Ma il vero risultato dello studio è ancora più interessante.
La cura non viene persa soltanto alla fine del percorso. I pazienti vengono progressivamente persi in ogni passaggio della cascata assistenziale: tra diagnosi e primo trattamento, tra primo trattamento ed engagement, tra engagement e accesso alla farmacoterapia e, infine, durante il mantenimento della terapia.
Per adolescenti e giovani adulti con disturbo da uso di oppioidi, quindi, disporre di farmaci efficaci rappresenta soltanto una parte della risposta.
La sfida di sanità pubblica è costruire percorsi nei quali un giovane che entra in contatto con il sistema sanitario non venga perso prima di poter beneficiare pienamente delle cure disponibili.
Ed è probabilmente questa, più del dato “uno su 32”, la lezione principale dello studio.
Bibliografia e fonti
Fonti scientifiche e istituzionali
[1] Hadland SE, Opara I, Fung V, et al. Opioid Use Disorder and Evidence-Based Care Among Medicaid-Enrolled Youths. JAMA Netw Open. 2026;9(10). doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.37263. JAMA Network Open
[2] Mintz CM, Presnall NJ, Sahrmann JM, et al. Age disparities in six-month treatment retention for opioid use disorder. Drug Alcohol Depend. 2020;216:108312. doi:10.1016/j.drugalcdep.2020.108312. PubMed
[3] Hadland SE, Bagley SM, Rodean J, et al. Adherence to and Retention in Medications for Opioid Use Disorder Among Adolescents and Young Adults. Epidemiol Rev. 2020. PubMed
[4] Miller SJ, et al. A scoping review of interventions for engaging adolescents and young adults in opioid use disorder treatment across the care cascade. Am J Drug Alcohol Abuse. 2025;51(3):290-307. doi:10.1080/00952990.2024.2443938. PubMed
[5] Hadland SE, Wharam JF, Schuster MA, et al. Receipt of Timely Addiction Treatment and Association of Early Medication Treatment With Retention in Care Among Youths With Opioid Use Disorder. JAMA Pediatr. 2018. PubMed
[6] American Academy of Child and Adolescent Psychiatry. Clinical Practice Guideline: Assessment and Treatment of Adolescents and Young Adults With Substance Use Disorders and Problematic Substance Use (Excluding Tobacco). 2025. PubMed
[7] European Union Drugs Agency. Opioid agonist treatment – the current situation in Europe. European Drug Report 2026. 2026. EUDA – trattamento con agonisti degli oppioidi
[8] European Union Drugs Agency. Heroin and other opioids – the current situation in Europe. European Drug Report 2026. 2026. EUDA – eroina e altri oppioidi
[9] European Union Drugs Agency. European Drug Report 2026: Trends and Developments. 2026. European Drug Report 2026
Approfondimenti interni – paoloberretta.com
[PB1] Paolo Berretta. Piano nazionale contro il fentanyl: aggiornamento 2026. Piano nazionale su fentanyl e oppioidi sintetici
[PB2] Paolo Berretta. Fentanyl: quando sembrava un problema lontano. Fentanyl: pericolo e rischio epidemiologico
[PB3] Paolo Berretta. Morti per overdose in Europa: cocaina, nitazeni e fentanyl. Overdose, oppioidi sintetici e nitazeni in Europa