Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita (PMA) non è più un fenomeno marginale: è una componente stabile dell’esperienza riproduttiva italiana e, di riflesso, della demografia del Paese. Nel 2022 il sistema di sorveglianza del Registro nazionale PMA ha documentato un’attività in crescita e un impatto misurabile sulle nascite, con elementi di forza ma anche criticità strutturali legate a diagnosi, accesso e disuguaglianze territoriali.
1) Un contributo non più “eccezionale” alle nascite
Un indicatore usato per stimare l’accessibilità e il peso della PMA è la quota di bambini nati vivi grazie a queste tecniche rispetto alle nascite complessive.
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Per le tecniche di II e III livello, nel 2022 la percentuale di nati vivi in Italia è 4,0%.
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Nel confronto disponibile con l’Europa (dato EIM riferito al 2019, ultimo anno comparabile riportato), la media europea è indicata come 3,4%.
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Considerando invece tutte le tecniche di PMA (I, II e III livello), l’Italia nel 2022 arriva a 16.718 bambini nati vivi, pari al 4,3% dei nati nella popolazione generale.
Letti insieme, questi numeri mostrano un doppio messaggio: da un lato l’efficacia e la diffusione del sistema; dall’altro la crescente dipendenza dalla medicina riproduttiva in un contesto di genitorialità più tardiva e di riduzione della natalità.
2) L’infertilità “senza causa”: quando la diagnosi non basta
Sul piano clinico, uno dei dati più rilevanti non riguarda una patologia specifica, ma l’assenza di una spiegazione chiara. Nelle inseminazioni semplici (I livello) con seme del partner, l’infertilità idiopatica rappresenta il 39,0% delle indicazioni di infertilità tra le coppie trattate.
Questo significa che, per una quota molto ampia di percorsi, la PMA interviene non come “cura” di una causa definita, ma come strategia per superare un limite diagnostico attuale: si tratta di un fatto importante sia per l’informazione alle coppie (aspettative realistiche) sia per la programmazione della ricerca e della prevenzione.
3) Offerta concentrata: la distribuzione dei centri non è neutra
Nel 2022 i centri iscritti al Registro e autorizzati erano 333:
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215 privati,
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98 pubblici,
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20 privati convenzionati.
La distribuzione territoriale, però, è fortemente sbilanciata: il 52% dei centri è concentrato in quattro regioni (Lombardia, Campania, Veneto, Lazio), con numeri puntuali: 55 in Lombardia, 45 in Campania, 37 in Veneto, 36 nel Lazio.
Questa concentrazione non è solo un dato organizzativo: incide sui tempi, sui costi indiretti (viaggi, assenze dal lavoro) e sulla continuità di presa in carico.
4) Mobilità sanitaria: quando la “scelta” diventa necessità
La mobilità interregionale è una conseguenza prevedibile della geografia dell’offerta. Nel 2022, per i cicli di II-III livello con gameti della coppia, una parte significativa dell’attività riguarda pazienti non residenti nella regione del centro; la quota aumenta ulteriormente quando si considerano i cicli con gameti donati.
Il dato più immediato, per capire la forza del fenomeno, è quello regionale: in Molise l’83,0% dei trattamenti risulta effettuato su pazienti provenienti da fuori regione (valore evidenziato nella tabella regionale sui trattamenti).
In pratica, per molte coppie l’accesso reale passa da una rete di spostamenti obbligati: una componente che tende ad amplificare le disuguaglianze, perché penalizza chi ha meno risorse economiche o minore flessibilità lavorativa.
5) Donazione di gameti: indicazioni cliniche e fattore tempo
La donazione di gameti emerge dai dati come risposta a bisogni clinici specifici, non come opzione residuale. Nelle inseminazioni con seme donato (I livello), la motivazione principale è nettissima: 92,9% dei casi riguarda un fattore maschile severo documentato.
Accanto all’indicazione clinica, i dati mostrano anche il vincolo biologico dell’età materna nella pratica: nelle inseminazioni, la quota di utilizzo del seme donato per classi di età della donna è riportata in discesa, con valori indicati come 5,6% nelle ≤34 anni e 1,5% nelle ≥43 anni.
Questa dinamica è coerente con ciò che si osserva in letteratura clinica: l’età femminile resta una variabile determinante per probabilità di gravidanza e di esito, anche quando si interviene su fattori maschili.
6) Un sistema “misto”, ma con una quota rilevante di copertura pubblica
Sebbene i centri privati siano la maggioranza numerica, l’attività non è integralmente “a carico delle famiglie”. Nel 2022, per i cicli di II-III livello con gameti della coppia, la quota coperta dal SSN (somma di pubblico e privato convenzionato) è indicata attorno a 62,6%.
Questa informazione è centrale per la policy: senza una copertura pubblica significativa, l’aumento dei percorsi rischierebbe di tradursi in un ampliamento delle disuguaglianze di accesso.
Nel 2022 la PMA in Italia contribuisce in modo misurabile alle nascite: 4,0% per le tecniche di II-III livello, e 4,3% se si considerano tutte le tecniche.
Il quadro, tuttavia, non è solo di “performance”: i dati mettono in evidenza tre nodi che restano aperti:
- una quota molto alta di percorsi avviati in presenza di infertilità idiopatica (soprattutto nell’I livello),
- una concentrazione geografica dell’offerta che alimenta mobilità e costi indiretti,
- la necessità di mantenere trasparenza, monitoraggio e qualità in un sistema numericamente dominato dal privato ma rilevante per la salute pubblica.
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Registro nazionale PM
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Foto di wendy CORNIQUET da Pixabay