Nel 2019, quando il fenomeno Chemsex stava acquisendo una crescente visibilità nella letteratura internazionale, un Commentary pubblicato su La Clinica Terapeutica affrontava un aspetto particolarmente complesso del problema: il rapporto tra sostanze utilizzate per modificare la performance sessuale, farmaci assunti fuori dalla supervisione medica, sostanze psicoattive e comportamenti di policonsumo.
Il lavoro, intitolato Sex enhancers: challenges, threats and the need for targeted measures, era firmato da Susanna Marinelli, Paolo Berretta, Roberta Pacifici e Alessandro Del Rio [1]. Paolo Berretta e Roberta Pacifici risultavano affiliati al National Center on Addiction and Doping dell’Istituto Superiore di Sanità.
A distanza di sette anni, la sua impostazione conserva interesse. Nel 2026, infatti, il lavoro viene nuovamente utilizzato nella letteratura sul Chemsex: l’articolo Motivación al cambio en usuarios de Chemsex: impacto de una terapia grupal, pubblicato su Nure Investigación, lo inserisce nella propria bibliografia e lo richiama specificamente nella trattazione degli inibitori della fosfodiesterasi-5, come sildenafil, tadalafil e vardenafil [7].
Non si tratta semplicemente di una citazione bibliografica. È la dimostrazione di come una questione delineata nel 2019 — comprendere il ruolo dei medicinali per la funzione erettile all’interno del consumo sessualizzato di sostanze — continui a rappresentare un elemento utile nell’inquadramento contemporaneo del Chemsex.
Il concetto di “sex enhancer” è più complesso di quanto sembri
Uno degli aspetti interessanti del lavoro del 2019 è la scelta di partire da una prospettiva ampia.
La ricerca del miglioramento artificiale delle prestazioni fisiche, cognitive o sessuali non costituisce infatti un fenomeno esclusivamente contemporaneo. Il Commentary ricostruiva brevemente questa tendenza storica per introdurre il problema moderno dei prodotti e delle sostanze utilizzati con l’obiettivo di aumentare desiderio, prestazione o esperienza sessuale [1].
Gli autori prendevano in considerazione differenti classi farmacologiche e differenti sistemi neurotrasmettitoriali. Venivano discussi, tra gli altri, alcuni agonisti dopaminergici, farmaci capaci di modificare la prolattina e medicinali antidepressivi per i quali la letteratura aveva descritto differenti effetti sulla funzione sessuale [1].
Questo aspetto è importante perché mostra che l’espressione “sex enhancer” non identifica una singola categoria farmacologica.
Desiderio sessuale, eccitazione, risposta erettile, disinibizione e prolungamento dell’esperienza sessuale sono fenomeni differenti, mediati da meccanismi biologici e psicologici diversi. Di conseguenza, sostanze utilizzate nello stesso contesto possono svolgere funzioni completamente differenti.
Proprio questa eterogeneità costituisce uno dei punti che la letteratura recente continua a studiare. Una revisione di psicofarmacologia clinica pubblicata nel 2025 ha nuovamente sottolineato l’ampia varietà delle sostanze utilizzate nel comportamento sessualizzato e la necessità di comprenderne gli effetti farmacologici e psicopatologici [5].
Il passaggio decisivo: dai medicinali alla ricerca della performance
Il Commentary individuava poi un fenomeno più specifico: l’impiego di medicinali per la disfunzione erettile al di fuori di una normale gestione clinica, talvolta ottenuti attraverso circuiti non controllati e utilizzati come strumenti di potenziamento della prestazione sessuale [1].
È un punto da interpretare con precisione.
Sildenafil, tadalafil e altri medicinali della stessa classe sono farmaci destinati a indicazioni terapeutiche specifiche. Il problema di salute pubblica non deriva quindi semplicemente dall’esistenza del medicinale, ma dal suo pattern di utilizzo.
Acquisto irregolare, assenza di valutazione medica, associazione con altre sostanze e contesti di policonsumo possono modificare radicalmente la valutazione del rischio.
È anche il motivo per cui occorre distinguere accuratamente pericolo e rischio.
Il pericolo riguarda le proprietà intrinseche di una sostanza e la sua capacità potenziale di produrre effetti indesiderati. Il rischio reale per una specifica persona dipende invece da numerosi fattori: dose, frequenza, condizioni cliniche, altre sostanze contemporaneamente presenti, modalità di assunzione e contesto nel quale avviene il consumo.
Una lettura corretta del lavoro del 2019 non consiste quindi nel descrivere genericamente i medicinali per la disfunzione erettile come “pericolosi”, ma nel richiamare l’attenzione sui modelli di utilizzo non supervisionato e sulle associazioni farmacologiche [1].
Chemsex: quando le sostanze assumono funzioni diverse nella stessa esperienza
È nel passaggio al Chemsex che il Commentary mostra una delle sue intuizioni più interessanti.
Il consumo sessualizzato può coinvolgere contemporaneamente sostanze estremamente differenti: metanfetamina, GHB o GBL, ketamina, mefedrone, altre catinoni sintetiche, cocaina e medicinali utilizzati per la funzione erettile [1].
Già la revisione sistematica pubblicata da Maxwell, Shahmanesh e Gafos nel 2019 descriveva il Chemsex come utilizzo di sostanze prima o durante eventi sessuali programmati allo scopo di facilitare, intensificare, prolungare o sostenere l’esperienza, indicando tra le sostanze maggiormente associate metanfetamina, GHB/GBL, mefedrone, cocaina e ketamina [4].
Il punto fondamentale è che queste sostanze non vengono necessariamente utilizzate per ottenere lo stesso effetto.
Uno stimolante può aumentare energia, vigilanza o attivazione; un’altra sostanza può favorire disinibizione o modificare la percezione; un medicinale per la disfunzione erettile può essere utilizzato per sostenere la risposta sessuale.
Ne deriva un sistema farmacologico e comportamentale nel quale gli effetti possono sommarsi, compensarsi o interferire.
È precisamente questa dimensione che una pubblicazione del 2025 ha approfondito attraverso il concetto di polydrug use during chemsex, proponendo di considerare non soltanto gli effetti delle singole sostanze ma anche quelli che emergono dalla loro interazione all’interno della stessa esperienza sessuale [6].
Ciò rende particolarmente attuale l’impostazione del 2019: per comprendere il Chemsex non basta costruire un elenco di droghe. Occorre comprendere perché vengono utilizzate, quali effetti vengono ricercati e come le diverse sostanze si inseriscono nello stesso comportamento.
GHB e sildenafil: quando la composizione può diventare imprevedibile
Tra gli elementi scientificamente più rilevanti richiamati nel Commentary compare un caso tossicologico precedentemente descritto da Pichini e collaboratori.
Nel 2017 era stato pubblicato su Drug Testing and Analysis un caso di intossicazione correlata al Chemsex nel quale era stato identificato sildenafil associato al GHB [3]. Il lavoro è indicizzato in PubMed con PMID 27527498.
Il dato è importante perché introduce un ulteriore livello di complessità: ciò che una persona pensa di assumere può non coincidere necessariamente con la composizione effettiva del prodotto.
Questo tema va distinto con attenzione dal normale impiego terapeutico di sildenafil. Il problema non è il medicinale in quanto tale, ma l’utilizzo all’interno di un prodotto o di una combinazione non controllata.
Dal punto di vista della sanità pubblica significa che una valutazione basata esclusivamente sull’anamnesi dichiarata può talvolta non ricostruire completamente l’esposizione.
È uno dei motivi per cui tossicologia analitica, medicina delle dipendenze e salute sessuale devono poter dialogare.
Non soltanto tossicologia: la dimensione psicologica e sociale
Un altro merito del Commentary consiste nell’aver evitato di ridurre il Chemsex a un problema esclusivamente farmacologico.
Il lavoro richiamava possibili conseguenze fisiche, psicologiche e sociali, includendo intossicazioni, perdita prolungata del sonno, problematiche neurologiche o psichiatriche e ripercussioni sulla vita relazionale e lavorativa [1].
Gli autori affrontavano inoltre le motivazioni che possono contribuire al consumo sessualizzato: ricerca di maggiore sicurezza nella dimensione sessuale, aumento del desiderio o del piacere, maggiore intimità percepita, prolungamento delle sessioni sessuali e, in alcuni casi, utilizzo delle sostanze come modalità di gestione di emozioni negative, stigma o insicurezza personale [1].
Anche in questo caso è indispensabile evitare semplificazioni causali.
La presenza di ansia, depressione, stigma o altre vulnerabilità non significa che il Chemsex ne rappresenti automaticamente la conseguenza, né che il Chemsex ne sia automaticamente la causa.
La letteratura successiva ha confermato la necessità di mantenere questa prudenza. Le revisioni disponibili descrivono associazioni tra consumo sessualizzato e differenti indicatori di salute mentale, ma la natura osservazionale e l’eterogeneità di molti studi limitano la possibilità di stabilire rapporti causali semplici [8,9].
Il modello contemporaneo è quindi necessariamente biopsicosociale.
Un problema individuato già nel 2019: dove deve essere curata la persona?
Probabilmente la parte più lungimirante del Commentary riguarda l’organizzazione dei servizi sanitari.
Gli autori mettevano in evidenza una criticità molto concreta: le persone coinvolte in problematiche di Chemsex possono trovarsi al confine tra sistemi assistenziali tradizionalmente separati [1].
I servizi per le dipendenze possiedono competenze elevate sul consumo di sostanze, ma possono non avere una formazione altrettanto specifica sulla salute sessuale e sulle caratteristiche peculiari del Chemsex.
I servizi di salute sessuale, al contrario, possono disporre di competenze avanzate su HIV, infezioni sessualmente trasmesse e prevenzione, senza necessariamente avere la stessa specializzazione nella gestione del consumo problematico di sostanze.
Il risultato è un possibile gap assistenziale.
Il lavoro del 2019 proponeva per questo la necessità di risposte maggiormente specializzate e capaci di affrontare congiuntamente le diverse componenti del fenomeno [1].
Questa impostazione appare oggi ancora più significativa perché il dibattito scientifico si è progressivamente spostato verso modelli interdisciplinari di prevenzione, harm reduction, salute mentale e assistenza centrata sulla persona.
Il lavoro genera immediatamente un confronto scientifico
Un elemento interessante per ricostruire l’impatto del Commentary è ciò che accadde pochi mesi dopo la pubblicazione.
Nel settembre-ottobre 2019 La Clinica Terapeutica pubblicò una lettera intitolata Is the issue of Chemsex changing?, firmata da Pirani, Lo Faro e Tini [2].
Gli autori dichiaravano esplicitamente che la loro lettera nasceva in risposta a Sex enhancers: challenges, threats and the need for targeted measures [2].
La lettera ampliava il problema discutendo, tra gli altri aspetti, l’emergere di oppioidi illeciti, benzodiazepine e possibili trasformazioni epidemiologiche del fenomeno.
Questo dato ha un significato preciso: il Commentary non rimase confinato a una semplice descrizione, ma contribuì all’apertura di un confronto scientifico sulla possibile evoluzione del Chemsex.
Dal 2019 al 2026: la persistenza della citazione
La rilevanza di un contributo scientifico non si misura soltanto nell’anno della sua pubblicazione.
Nel giugno 2026 Nure Investigación ha pubblicato Motivación al cambio en usuarios de Chemsex: impacto de una terapia grupal, di Israel Guillén Cabrera e Julio González Luis [7].
Il nuovo lavoro affronta il fenomeno da una prospettiva molto diversa: propone un intervento di gruppo rivolto alla motivazione al cambiamento, con un disegno mixed methods e misurazioni attraverso la scala URICA [7].
Eppure, quando gli autori devono ricostruire il profilo farmacologico delle sostanze utilizzate nel Chemsex, ritornano al Commentary di Marinelli, Berretta, Pacifici e Del Rio.
Il riferimento n. 24 della nuova pubblicazione è proprio Sex enhancers: challenges, threats and the need for targeted measures e viene associato alla sezione dedicata ai medicinali per la disfunzione erettile [7].
Questo passaggio permette di osservare un vero trasferimento di conoscenza.
Nel 2019 il problema era soprattutto identificare e descrivere la complessità farmacologica e sociosanitaria.
Nel 2026 quella stessa conoscenza viene incorporata nell’inquadramento di un progetto che cerca di intervenire sulla persona attraverso motivazione, educazione, abilità sociali, emozioni, autostima e sessualità.
Non significa che il progetto del 2026 derivi interamente dal Commentary del 2019. Sarebbe una sovrainterpretazione.
Significa però che uno dei mattoni conoscitivi utilizzati per descrivere le sostanze e comprendere l’ambiente farmacologico del Chemsex proviene ancora da quel lavoro.
Perché questo contributo resta importante per la salute pubblica
Riletto oggi, il valore del lavoro del 2019 può essere sintetizzato in una trasformazione del punto di osservazione.
Il problema non è soltanto:
“quale sostanza viene utilizzata?”
Le domande diventano:
per quale finalità viene utilizzata?
con quali altre sostanze?
in quale contesto?
con quale livello di consapevolezza della composizione e delle interazioni?
quali vulnerabilità individuali o sociali sono presenti?
quale servizio sanitario è realmente in grado di prendere in carico il problema nella sua interezza?
Questa impostazione sposta il dibattito dalla semplice identificazione della sostanza alla valutazione complessiva del comportamento e del rischio.
È proprio qui che un Commentary relativamente breve può assumere un valore che supera le sue tre pagine: non per la quantità di nuovi dati sperimentali prodotti, ma per la capacità di collegare farmacologia, tossicologia, sessualità, dipendenze e organizzazione sanitaria.
Un contributo ISS inserito in una traiettoria scientifica ancora aperta
La presenza di Paolo Berretta e Roberta Pacifici, allora afferenti al Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, colloca il lavoro all’interno di una prospettiva direttamente connessa alla prevenzione e alla sanità pubblica [1].
Quella prospettiva mantiene una particolare attualità.
Nel 2025 la letteratura internazionale continua a discutere la farmacologia delle sostanze impiegate nel Chemsex e le conseguenze del policonsumo [5,6].
Nel 2026 nuovi lavori utilizzano ancora il Commentary del 2019 per costruire il proprio inquadramento scientifico [7].
La continuità non deve essere interpretata in termini celebrativi. È piuttosto un indicatore della persistenza del problema scientifico individuato: la necessità di superare modelli troppo semplici quando sostanze psicoattive, medicinali, comportamento sessuale e vulnerabilità individuali si sovrappongono.
La prevenzione efficace richiede esattamente questo tipo di lettura multidimensionale.
Limiti da considerare
Il rigore impone anche di definire con precisione ciò che il lavoro del 2019 può e non può dimostrare.
Sex enhancers: challenges, threats and the need for targeted measures è classificato dalla rivista come Commentary [1]. Non è uno studio clinico, non possiede un campione sperimentale, non produce nuove stime epidemiologiche e non consente di quantificare autonomamente il rischio associato alle singole sostanze.
Le sue affermazioni derivano dall’interpretazione della letteratura disponibile al momento della pubblicazione.
Anche l’associazione tra Chemsex, salute mentale, comportamenti sessuali e infezioni sessualmente trasmesse deve essere interpretata con cautela, perché numerosi studi della letteratura sono osservazionali e caratterizzati da differenti definizioni, campioni e contesti [4,8,9].
Il suo contributo va quindi collocato correttamente: un lavoro di inquadramento scientifico e di sanità pubblica capace di identificare precocemente aree di criticità e necessità assistenziali che la letteratura successiva ha continuato a investigare.
Ed è probabilmente questa la ragione più solida per cui, sette anni dopo, continua a essere citato.
Tabella sinottica delle fonti
| Autori | Anno | Pubblicazione | Contributo |
|---|---|---|---|
| Marinelli, Berretta, Pacifici, Del Rio | 2019 | Clin Ter | Sex enhancers, Chemsex, policonsumo e necessità di interventi mirati |
| Pirani, Lo Faro, Tini | 2019 | Clin Ter | Risposta scientifica diretta al Commentary e discussione dell’evoluzione del Chemsex |
| Pichini et al. | 2017 | Drug Test Anal | Caso tossicologico con sildenafil associato a GHB |
| Maxwell, Shahmanesh, Gafos | 2019 | Int J Drug Policy | Revisione sistematica su comportamenti e conseguenze del Chemsex |
| Amundsen et al. | 2024 | J Homosex | Scoping review sui metodi di ricerca nel Chemsex |
| Schifano et al. | 2025 | Brain Sciences | Aggiornamento psicofarmacologico sulle sostanze utilizzate |
| Platteau et al. | 2025 | Front Public Health | Analisi degli effetti singoli e interagenti nel policonsumo |
| Guillén Cabrera, González Luis | 2026 | Nure Investigación | Utilizzo del lavoro 2019 nell’inquadramento degli inibitori PDE5 nel Chemsex |
Bibliografia
[1] Marinelli S, Berretta P, Pacifici R, Del Rio A. Sex enhancers: challenges, threats and the need for targeted measures. Clin Ter. 2019;170(3). DOI: 10.7417/CT.2019.2130.
[2] Pirani F, Lo Faro AF, Tini A. Is the issue of Chemsex changing? Clin Ter. 2019;170(5). DOI: 10.7417/CT.2019.2157. PMID: 31612189.
[3] Pichini S, Marchei E, Pacifici R, et al. Chemsex intoxication involving sildenafil as an adulterant of GHB. Drug Test Anal. 2017;9(6):956-959. DOI: 10.1002/dta.2054. PMID: 27527498.
[4] Maxwell S, Shahmanesh M, Gafos M. Chemsex behaviours among men who have sex with men: A systematic review of the literature. Int J Drug Policy. 2019;63:74-89. DOI: 10.1016/j.drugpo.2018.11.014. PMID: 30513473.
[5] Schifano F, Bonaccorso S, Arillotta D, et al. Drugs Used in “Chemsex”/Sexualized Drug Behaviour—Overview of the Related Clinical Psychopharmacological Issues. Brain Sci. 2025;15(5):424. DOI: 10.3390/brainsci15050424. PMID: 40426596.
[6] Platteau T, Schrooten J, Herrijgers C, et al. Polydrug use during chemsex: single and intersecting sexual effects of commonly used drugs. Front Public Health. 2025;13:1618070. DOI: 10.3389/fpubh.2025.1618070. PMID: 40709041.
[7] Guillén Cabrera I, González Luis J. Motivación al cambio en usuarios de Chemsex: impacto de una terapia grupal. Nure Inv. 2026;23(142). DOI: 10.58722/nure.v23i142.2695.
[8] Amundsen E, Muller AE, Reierth E, Skogen V, Berg RC. Chemsex Among Men Who Have Sex With Men: A Systematic Scoping Review of Research Methods. J Homosex. 2024;71(6):1392-1418. DOI: 10.1080/00918369.2023.2170757. PMID: 36939142.
[9] Íncera-Fernández D, Gámez-Guadix M, Moreno-Guillén S. Mental Health Symptoms Associated with Sexualized Drug Use (Chemsex) among Men Who Have Sex with Men: A Systematic Review. Int J Environ Res Public Health. 2021;18(24):13299. DOI: 10.3390/ijerph182413299. PMID: 34948907.