L’uso di cannabis negli anziani sta diventando un tema sempre meno marginale per la medicina geriatrica e per la sanità pubblica. Un nuovo studio pubblicato nel settembre 2026 sul Journal of the American Geriatrics Society ha esaminato direttamente 315 persone di almeno 65 anni incontrate in diversi luoghi di New York City. Il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione è netto: il 22,2% riferiva di avere utilizzato cannabis nell’ultimo anno [1].

Il numero è rilevante, ma richiede una lettura molto più attenta di quanto suggerisca una semplice percentuale. Lo studio non dimostra infatti che un anziano americano su cinque consumi cannabis. Il campione non è rappresentativo dell’intera popolazione statunitense e neppure di tutti gli anziani di New York. Il vero interesse della ricerca è un altro: mostrare come il consumo di cannabis possa essere ormai sufficientemente frequente, anche dopo i 65 anni, da meritare maggiore attenzione clinica, soprattutto quando coesistono patologie croniche, terapie farmacologiche e possibili segnali di disturbo da uso di cannabis [1].

Un’indagine costruita specificamente per raggiungere gli anziani

Il lavoro è stato realizzato da Benjamin H. Han, Krish Jagasia, Tyler Simi, Nina Abukahok e Joseph J. Palamar ed è stato pubblicato online il 9 settembre 2026 sul Journal of the American Geriatrics Society. Lo studio è indicizzato in PubMed con PMID 42712247 ed è stato finanziato dal National Institute on Drug Abuse (NIDA) e, in parte, dal Sam and Rose Stein Institute for Research on Aging [1].

Gli autori hanno scelto una metodologia particolare. Tra aprile e dicembre 2025 hanno effettuato una cosiddetta intercept survey, cioè un’indagine nella quale le persone vengono avvicinate direttamente negli spazi frequentati dalla popolazione di interesse.

Prima della raccolta dei dati sono stati osservati 52 siti di New York. La maggior parte del reclutamento è poi avvenuta nei parchi pubblici e nelle aree immediatamente esterne agli Older Adult Centers. Complessivamente sono state condotte attività di reclutamento in 51 località durante 71 giornate [1].

Per essere inclusi era necessario avere almeno 65 anni, superare un breve screening cognitivo finalizzato a verificare la capacità di fornire il consenso informato, parlare inglese e accettare anche la raccolta di un campione di fluido orale, sebbene quest’ultima analisi non costituisca l’oggetto dell’articolo pubblicato.

Furono inizialmente reclutate 317 persone; 315 completarono il questionario e costituiscono il campione analizzato. L’età media era di 73,4 anni, con un intervallo compreso tra 65 e 96 anni; il 57,1% dei partecipanti era costituito da donne [1].

Questa modalità di reclutamento è uno degli aspetti più interessanti dello studio. Le tradizionali indagini nazionali, soprattutto quando utilizzano questionari lunghi o strumenti digitali, possono incontrare difficoltà specifiche nel raggiungere alcune fasce della popolazione anziana. Una rilevazione breve, effettuata direttamente nella comunità, potrebbe quindi intercettare persone che altre survey raggiungono con maggiore difficoltà [1].

Ma questo possibile vantaggio metodologico ha un prezzo: il campione non è probabilistico e non può essere considerato rappresentativo della popolazione generale.

Quanti anziani riferivano di utilizzare cannabis?

I risultati mostrano una presenza del consumo tutt’altro che sporadica.

Nel campione complessivo:

  • il 55,9% aveva utilizzato cannabis almeno una volta nella vita;
  • il 22,2%, pari a 70 persone, l’aveva utilizzata nell’ultimo anno;
  • il 16,2% l’aveva utilizzata nell’ultimo mese;
  • l’11,1%, pari a 35 persone, riferiva un consumo nell’ultimo giorno [1].

Quest’ultimo dato merita una precisazione. Nel testo completo dello studio il valore dell’11,1% è riferito all’intero campione di 315 persone: 35 partecipanti su 315. Queste 35 persone rappresentano quindi la metà dei 70 consumatori dell’ultimo anno. La formulazione presente nell’abstract può invece risultare ambigua se letta come se l’11,1% fosse calcolato soltanto sui 70 utilizzatori [1].

È una distinzione numerica importante, perché evita di sottostimare la frequenza d’uso all’interno del sottogruppo dei consumatori.

Uso ricreativo, sonno, tensione e dolore: motivazioni che si sovrappongono

Un altro elemento interessante è il motivo per cui la cannabis veniva utilizzata.

L’80% dei consumatori dell’ultimo anno dichiarava un uso esclusivamente ricreativo. Quando però gli autori hanno chiesto più nel dettaglio le motivazioni, il quadro è risultato molto meno netto.

Tra le 70 persone che avevano consumato cannabis nell’ultimo anno:

  • il 60,0% dichiarava di utilizzarla per ottenere l’effetto psicoattivo;
  • il 55,7% per alleviare la tensione;
  • il 52,9% per favorire il sonno;
  • il 30,0% per il dolore cronico;
  • il 28,6% per un’altra ragione medica [1].

Le risposte non erano mutuamente esclusive: la stessa persona poteva quindi indicare più motivazioni [1].

È proprio questa sovrapposizione a rendere poco utile, in alcuni casi, una separazione troppo rigida tra “ricreativo” e “medico”. Una persona può cercare contemporaneamente l’effetto psicoattivo, rilassarsi e utilizzare cannabis perché ritiene che migliori il sonno o attenui il dolore.

Ciò non significa, però, che un utilizzo percepito come terapeutico equivalga automaticamente a un trattamento di efficacia dimostrata.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sullo stesso Journal of the American Geriatrics Society ha valutato specificamente le evidenze relative a cannabis, depressione, ansia, dolore e insonnia negli anziani [6]. La letteratura disponibile rimane limitata e una parte consistente delle informazioni deriva da studi osservazionali o da benefici autoriferiti. Una review precedente aveva già sottolineato come sicurezza ed efficacia della cannabis medica negli anziani fossero ancora sostenute da evidenze disomogenee [7].

Questo è particolarmente importante per sintomi come dolore e insonnia: il fatto che siano tra le motivazioni più frequentemente riferite per assumere cannabis non dimostra che la cannabis rappresenti necessariamente il trattamento più efficace o più sicuro per quelle condizioni.

Sul rapporto tra cannabinoidi, dolore e monitoraggio biologico sono disponibili anche gli approfondimenti dedicati a THC e CBD nel sangue e biosensori [PB1] e al CBD nel dolore cronico [PB2].

Il fumo resta la modalità di assunzione più frequente

Tra gli utilizzatori dell’ultimo anno, il 74,3% riferiva di fumare cannabis. Seguivano i prodotti ingeriti, riportati dal 35,7%, e il vaping, indicato dal 15,7% [1]. Anche in questo caso le modalità potevano sovrapporsi.

Il dato merita attenzione perché la modalità di assunzione modifica esposizione, farmacocinetica e profilo di rischio.

La quantità effettivamente assunta non dipende infatti soltanto dalla presenza di cannabis, ma dalla concentrazione dei cannabinoidi — in particolare del Δ9-tetraidrocannabinolo, o THC — dal prodotto utilizzato, dalla dose e dalla via di somministrazione.

Proprio la difficoltà di descrivere l’esposizione con categorie generiche come “una canna” o “una dose” ha portato negli ultimi anni a discutere sistemi standardizzati basati sulla quantità di THC. Su questo tema è disponibile l’approfondimento sulla misura standard del consumo di cannabis basata sul THC [PB3].

Un consumatore su tre soddisfaceva i criteri utilizzati per il disturbo da uso di cannabis

È probabilmente il dato clinicamente più importante dello studio.

Gli autori hanno valutato gli 11 criteri previsti dal DSM-5 per il Cannabis Use Disorder (CUD). Almeno due criteri comportavano la classificazione come CUD; 2-3 criteri indicavano una forma lieve, 4-5 moderata e almeno 6 una forma grave [1].

Tra i 70 partecipanti che avevano utilizzato cannabis nell’ultimo anno:

  • 23, pari al 32,9%, soddisfacevano almeno due criteri;
  • 16, pari al 22,9%, rientravano nella categoria lieve;
  • 3, pari al 4,3%, nella categoria moderata;
  • 4, pari al 5,7%, nella categoria grave [1].

I sintomi riportati più frequentemente erano craving, presente nel 25,7% degli utilizzatori, desiderio persistente di ridurre o controllare il consumo nel 22,9% e quantità eccessiva di tempo dedicata a procurarsi o utilizzare cannabis nel 17,1% [1].

Serve tuttavia una cautela terminologica importante: gli stessi ricercatori parlano di “proxy diagnosis”. Non si trattava di una diagnosi clinica formulata da uno specialista attraverso un’intervista diagnostica strutturata. I criteri DSM-5 erano ricavati dalle risposte al questionario [1].

Il dato del 32,9% non deve quindi essere trasformato nella frase “un anziano consumatore su tre è dipendente dalla cannabis”. Significa piuttosto che circa un terzo di questo piccolo sottogruppo di consumatori soddisfaceva, attraverso lo strumento utilizzato nello studio, almeno due criteri compatibili con CUD.

Il risultato, comunque, non è isolato.

Nel 2025 uno studio pubblicato su JAMA Network Open su 4.503 veterani statunitensi di 65-84 anni ha trovato un consumo nell’ultimo mese nel 10,3% del campione. Tra i consumatori recenti valutabili per CUD, il 36,3% soddisfaceva almeno due criteri DSM-5 [3]. Quel campione era però molto diverso da quello newyorkese: proveniva dalla Veterans Health Administration ed era costituito prevalentemente da uomini [3].

La convergenza tra risultati ottenuti in popolazioni differenti rende comunque ragionevole prestare maggiore attenzione clinica al possibile CUD anche nelle età più avanzate.

Quali effetti indesiderati sono stati riferiti?

Nello studio di New York l’effetto fisico indesiderato più frequente era la secchezza delle fauci, riportata dal 41,4% degli utilizzatori, seguita da sonnolenza o stanchezza nel 18,6%.

Tra gli effetti psicologici comparivano ansia nell’11,4% e sensazione di rallentamento nel 10,0%. Il 7,1% degli utilizzatori riferiva almeno un episodio considerato preoccupante o molto spiacevole, anche se nessuno dichiarava di avere richiesto assistenza [1].

Questi risultati trovano un riferimento più ampio nella letteratura clinica.

Una meta-analisi del 2024 su 58 trial randomizzati, comprendenti complessivamente 6.611 partecipanti con età media dei campioni pari ad almeno 50 anni, ha esaminato gli eventi avversi associati ai medicinali a base di cannabinoidi. I prodotti contenenti THC risultavano associati a diversi effetti avversi e, soprattutto, emergeva una relazione dose-risposta per secchezza delle fauci, vertigini, problemi di mobilità, equilibrio o coordinazione, alterazioni della percezione o del pensiero e sonnolenza [5].

La stessa meta-analisi non ha evidenziato un incremento statisticamente significativo complessivo degli eventi avversi gravi, dei decessi o delle interruzioni del trattamento attribuibili ai cannabinoidi contenenti THC. Questo impedisce di descrivere i cannabinoidi come intrinsecamente “pericolosi” negli anziani, ma mostra chiaramente che la tollerabilità dipende anche dalla dose e dal tipo di preparazione [5].

Perché l’età modifica il problema

L’invecchiamento non trasforma automaticamente la cannabis in una sostanza più dannosa, ma modifica il contesto biologico e clinico nel quale viene assunta.

Con l’età diventano più frequenti multimorbilità e politerapia, mentre possono modificarsi farmacocinetica, risposta del sistema nervoso centrale e capacità di compensare vertigini, sedazione o alterazioni dell’equilibrio. Questo rende alcuni eventi avversi potenzialmente più rilevanti sul piano funzionale [1,5,7].

Anche le interazioni farmacologiche meritano particolare attenzione.

Uno studio longitudinale pubblicato su Age and Ageing nel 2025 ha analizzato 12.599 anziani dell’Ontario ai quali era stata autorizzata cannabis medica. Nelle analisi dedicate ai farmaci con potenziale interazione clinicamente significativa, la contemporanea esposizione a cannabis e farmaci a stretto indice terapeutico era associata a un aumento del rischio di intossicazione farmacologica. Al contrario, nel sottogruppo trattato con warfarin non emergeva un incremento statisticamente significativo del sanguinamento [9].

È quindi improprio parlare genericamente di “interazioni con tutti i farmaci”. Il rischio deve essere valutato sostanza per sostanza, considerando composizione del prodotto cannabinoide, dose, metabolismo e terapia concomitante.

L’aumento del consumo negli anziani non nasce dallo studio di New York

Il lavoro del 2026 non rappresenta un’osservazione isolata.

Un’analisi della National Survey on Drug Use and Health, pubblicata su JAMA Internal Medicine nel 2025 e comprendente 15.689 adulti statunitensi di almeno 65 anni, ha mostrato che il consumo di cannabis nell’ultimo mese era passato dal 4,8% nel 2021 al 7,0% nel 2023 [2].

È un dato molto più adatto a descrivere la popolazione statunitense perché deriva da una survey nazionale rappresentativa dei residenti non istituzionalizzati.

Il 16,2% di consumo nell’ultimo mese osservato nell’indagine newyorkese del 2026 è più del doppio del 7,0% della rilevazione nazionale del 2023, ma il confronto non deve essere interpretato come dimostrazione che New York abbia una prevalenza doppia rispetto agli Stati Uniti.

Cambiano periodo, campionamento, modalità di reclutamento, caratteristiche della popolazione e contesto normativo [1,2].

Ciò che i due studi mostrano insieme è più prudente ma anche più solido: negli Stati Uniti il consumo di cannabis dopo i 65 anni è aumentato e rappresenta ormai un comportamento sufficientemente diffuso da non poter essere ignorato nella pratica clinica.

Anche le visite in pronto soccorso meritano attenzione

L’aumento del consumo non equivale automaticamente a un aumento proporzionale del danno, ma esistono segnali che meritano sorveglianza.

Uno studio del 2023, ancora sul Journal of the American Geriatrics Society, ha analizzato le visite nei dipartimenti di emergenza della California associate alla cannabis negli adulti ≥65 anni. Il tasso era aumentato da 20,7 per 100.000 accessi nel 2005 a 395,0 per 100.000 nel 2019 [4].

Si tratta di codici diagnostici associati alla cannabis e non della dimostrazione che la cannabis sia stata la causa esclusiva di ogni accesso. Inoltre, il dato californiano non è automaticamente trasferibile ad altri contesti.

Resta però un indicatore importante: quando una sostanza diventa più diffusa in una popolazione vulnerabile, occorre osservare non soltanto quante persone la consumano ma anche quali conseguenze cliniche compaiono nei servizi sanitari.

Sul rapporto tra cannabis e altri possibili esiti vascolari è disponibile anche l’analisi dedicata alle evidenze epidemiologiche su cannabis e rischio di ictus [PB4].

I limiti dello studio impediscono conclusioni troppo forti

Lo studio di Han e colleghi presenta diversi punti di forza: reclutamento direttamente nella comunità, attenzione specifica alla popolazione anziana, valutazione dettagliata di motivazioni, modalità d’uso, eventi avversi e criteri di CUD.

I limiti, tuttavia, sono altrettanto importanti.

Prima di tutto, non è uno studio di prevalenza rappresentativo della città di New York. Gli autori lo dichiarano esplicitamente [1].

Il tasso di partecipazione è stato di circa un terzo delle persone avvicinate e una quota dei rifiuti era dovuta alla richiesta di fornire un campione di fluido orale. Questo può avere introdotto un bias di selezione.

Sono inoltre escluse le persone con deficit cognitivo significativo e quelle che non parlavano inglese. Il reclutamento in parchi, marciapiedi e centri per anziani tende inevitabilmente a rappresentare persone abbastanza mobili da frequentare questi luoghi, mentre raggiunge meno facilmente anziani costretti a casa o istituzionalizzati [1].

Il disegno è trasversale: fotografa un momento, ma non permette di stabilire relazioni temporali o causali.

Il consumo è autoriferito e può quindi risentire di memoria, desiderabilità sociale e sottodichiarazione. Inoltre, lo studio non misurava la potenza dei prodotti utilizzati, un’informazione particolarmente importante quando si parla di THC [1].

Infine, il CUD veniva identificato attraverso criteri DSM-5 inseriti nel questionario e non mediante un’intervista diagnostica clinica strutturata.

Sono limiti che non invalidano lo studio, ma ne definiscono correttamente la portata.

Cosa possiamo concludere

La conclusione più importante non è che “un anziano su cinque usa cannabis”.

Lo studio non permette di dirlo.

Ci dice invece che, in un campione comunitario di anziani relativamente mobili di New York City, il consumo recente era frequente, spesso ricreativo ma accompagnato anche da motivazioni quali sonno, tensione e dolore. Mostra inoltre che una quota non trascurabile degli utilizzatori riferiva effetti indesiderati e che circa un terzo soddisfaceva, attraverso il questionario utilizzato, almeno due criteri DSM-5 compatibili con un disturbo da uso di cannabis [1].

Inserito nel contesto della letteratura più ampia, il messaggio diventa ancora più rilevante. Le survey nazionali statunitensi documentano una crescita del consumo dopo i 65 anni [2]; altri studi rilevano percentuali significative di CUD tra gli utilizzatori anziani [3]; gli accessi sanitari associati alla cannabis sono aumentati in alcuni contesti [4]; gli effetti avversi dei prodotti contenenti THC mostrano in diversi studi una componente dose-dipendente [5]; e politerapia e possibili interazioni farmacologiche aggiungono un ulteriore livello di complessità [9].

Questo non giustifica né allarmismo né banalizzazione.

Suggerisce piuttosto che chiedere agli anziani se utilizzano cannabis, quale prodotto assumono, con quale frequenza, per quale motivo e insieme a quali farmaci dovrebbe progressivamente diventare una parte normale dell’anamnesi clinica, soprattutto quando compaiono sonnolenza, vertigini, alterazioni dell’equilibrio, difficoltà cognitive o segnali compatibili con un uso problematico.

Il cambiamento epidemiologico sembra ormai in corso. La ricerca dovrà ora chiarire meglio quanto consumo, prodotto, dose, THC, CBD, modalità di somministrazione, comorbilità e terapie concomitanti contribuiscano realmente al rapporto tra possibili benefici e rischi nella popolazione anziana.


Bibliografia e fonti

Fonti scientifiche e istituzionali

[1] Han BH, Jagasia K, Simi T, Abukahok N, Palamar JJ. Cannabis Use Among People Aged 65 and Older: Results From an Intercept Survey in New York City. J Am Geriatr Soc. 2026. PMID: 42712247. DOI: 10.1111/jgs.70693.
PubMed · Full text – Journal of the American Geriatrics Society

[2] Han BH, Yang KH, Cleland CM, Palamar JJ. Trends in Past-Month Cannabis Use Among Older Adults. JAMA Intern Med. 2025;185(7):881-883. PMID: 40455425. DOI: 10.1001/jamainternmed.2025.1156.
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Approfondimenti interni – paoloberretta.com

[PB1] Paolo Berretta. THC e CBD nel sangue: dalla ricerca ISS ai biosensori.
THC e CBD nel sangue: dalla ricerca ISS ai biosensori

[PB2] Paolo Berretta. CBD e dolore cronico: un’ampia revisione smonta i falsi miti sul cannabidiolo.
CBD e dolore cronico

[PB3] Paolo Berretta. Uso di cannabis: misura standard.
Uso di cannabis: misura standard

[PB4] Paolo Berretta. Cannabis, cocaina, anfetamine e rischio di ictus.
Cannabis, cocaina, anfetamine e rischio di ictus

[PB5] Paolo Berretta. Cannabis regolamentata in farmacia: cosa mostra il progetto svizzero SCRIPT.
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