In un recente studio condotto dall’Università di Bath, nel Regno Unito, i ricercatori propongono l’introduzione di un’unità standardizzata per quantificare il consumo di tetraidrocannabinolo (THC), il principale composto psicoattivo della cannabis.
L’obiettivo è offrire uno strumento analogo alle “unità alcoliche” già in uso per le bevande alcoliche, al fine di aiutare gli utenti a monitorare il proprio consumo e identificare precocemente chi potrebbe sviluppare problemi legati all’uso della sostanza.
Con la crescente legalizzazione della cannabis a livello globale — sia per scopi terapeutici che ricreativi — diventa sempre più urgente fornire indicazioni chiare e basate su evidenze scientifiche per ridurre i rischi associati al suo utilizzo.
Secondo Tom Freeman, professore e direttore del gruppo di ricerca su Dipendenze e Salute Mentale presso l’ateneo britannico, “la disponibilità crescente di cannabis nei mercati regolamentati richiede strategie efficaci per supportare scelte informate da parte dei consumatori”.
L’uso occasionale di cannabis, come una singola “boccata” saltuariamente, non comporta necessariamente conseguenze negative.
Tuttavia, in alcuni casi può evolvere in un disturbo da uso di cannabis (CUD), condizione caratterizzata da dipendenza, deterioramento cognitivo, instabilità emotiva, tolleranza crescente, difficoltà relazionali ed economiche, e comportamenti potenzialmente dannosi.
Finora, la valutazione del consumo di cannabis è stata ostacolata dalla mancanza di standardizzazione: la sostanza è stata a lungo illegale nella maggior parte dei Paesi, con produzioni non controllate e composizioni variabili.
Questo rende difficile sia per gli utenti sia per i professionisti sanitari stimare con precisione l’esposizione effettiva ai principi attivi.
Un aspetto cruciale, spesso trascurato, è la potenza del prodotto.
Negli ultimi decenni, la concentrazione media di THC nelle varietà di cannabis in circolazione è aumentata notevolmente.
Studi epidemiologici, tra cui quelli condotti dal King’s College di Londra, hanno dimostrato che l’uso di prodotti ad alto contenuto di THC è associato a un rischio significativamente maggiore di sviluppare disturbi psichiatrici, come ansia, depressione e psicosi, oltre a un aumento dell’incidenza di CUD.
Per affrontare questa sfida, il team di Bath ha analizzato i dati raccolti nell’ambito dello studio CannTeen, un progetto quadriennale che ha monitorato 150 consumatori adolescenti e adulti a Londra per un anno.
I ricercatori hanno sviluppato un modello per calcolare il consumo in “unità standard di THC”, ciascuna corrispondente a 10 milligrammi di THC puro.
Questo approccio tiene conto non solo della quantità consumata, ma anche della concentrazione effettiva del principio attivo.
I risultati mostrano ampie differenze tra prodotti apparentemente simili.
Ad esempio, una canna da 0,45 grammi preparata con cannabis ad alta potenza (circa 28% di THC) contiene circa 12,78 unità standard, mentre la stessa quantità di una varietà più debole (con semi e circa 8% di THC) ne contiene solo 3,78.
Questa variabilità rende evidente perché semplici indicatori come “numero di canne fumate” o “frequenza settimanale” siano insufficienti per valutare il rischio reale.
Sulla base delle loro analisi, i ricercatori suggeriscono che, per gli adulti, superare le 8 unità di THC a settimana rappresenti una soglia critica: nel campione studiato, il 70% di chi ha superato tale limite ha riportato sintomi compatibili con un disturbo da uso di cannabis.
Rachel Lees Thorne, psicologa e prima autrice dello studio, chiarisce che “l’unico modo per eliminare completamente i rischi è non consumare affatto cannabis.
Tuttavia, riconoscendo che molte persone continueranno a farne uso, vogliamo offrire strumenti pratici per ridurre i danni.
Scegliere varietà con meno THC, ridurre la frequenza o la quantità consumata, o alternare con prodotti contenenti cannabidiolo (CBD), che sembra avere effetti mitiganti, sono strategie concrete”.
L’idea di un’unità standardizzata è stata accolta con favore dalla comunità scientifica. Tuttavia, alcuni esperti sottolineano la complessità chimica della cannabis.
Marta Di Forti, psichiatra del King’s College di Londra e tra i massimi studiosi europei del legame tra cannabis e salute mentale, osserva che “a differenza dell’alcol, che ha un solo principio attivo (l’etanolo), la cannabis contiene oltre 144 cannabinoidi diversi, tra cui il CBD, che può modulare gli effetti del THC”.
Nonostante ciò, aggiunge, “le unità di THC rappresentano un passo fondamentale e necessario verso una regolamentazione più responsabile”.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Addiction, si inserisce in un contesto più ampio di politiche di “riduzione del danno” — un approccio consolidato in sanità pubblica che mira a minimizzare le conseguenze negative del consumo di sostanze, anche quando non è possibile eliminarlo del tutto.
In futuro, queste unità potrebbero essere integrate in etichette di prodotto, linee guida cliniche e campagne informative, offrendo un linguaggio comune per medici, legislatori e cittadini.
1. Studio originale su Addiction (Università di Bath, 2024)
- Titolo: “Standardized THC units for measuring cannabis use and risk of cannabis use disorder”
- Link: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/add.16589
- Note: Articolo scientifico peer-reviewed che introduce il concetto di “unità standard di THC” e presenta i dati dello studio CannTeen.
2. Sito ufficiale del progetto CannTeen (Università di Bath)
- Link: https://www.bath.ac.uk/projects/canteen-study/
- Note: Descrizione dello studio longitudinale su adolescenti e adulti consumatori di cannabis, con focus su salute mentale e uso nel tempo.
3. Ricerche di Marta Di Forti sul legame tra cannabis e psicosi (King’s College London)
- Articolo chiave: Lancet Psychiatry (2019) – “The contribution of cannabis use to variation in the incidence of psychotic disorder across Europe”
- Link: https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366(19)30048-3/fulltext
- Profilo ricercatrice: https://kclpure.kcl.ac.uk/portal/marta.di-forti.html
4. Dati sull’aumento della potenza della cannabis (EMCDDA – European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction)
- Report 2023: “Cannabis potency in Europe”
- Link: https://www.emcdda.europa.eu/publications/topic-overviews/cannabis-potency_en
- Note: Mostra come la concentrazione media di THC sia passata dal 4–6% negli anni ‘90 a oltre il 15–20% oggi in molti Paesi europei.
5. Linee guida sulla riduzione del danno (Public Health England / UK Health Security Agency)
- Documento: “Drug misuse and dependence: UK guidelines on clinical management” (aggiornato periodicamente)
- Link: https://www.gov.uk/government/publications/drug-misuse-and-dependence-uk-guidelines-on-clinical-management
- Sezione rilevante: Capitolo su cannabis e approcci basati sulla riduzione del danno.
6. Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – Cannabis e salute pubblica
- Fact sheet OMS (2024):
- Link: https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/cannabis
- Note: Include dati globali su uso, rischi e raccomandazioni per politiche sanitarie.
7. Approfondimento sui cannabinoidi (National Institute on Drug Abuse – USA)
- Pagina informativa: “Marijuana Research Report”
- Link: https://nida.nih.gov/publications/research-reports/marijuana
- Note: Spiega la complessità chimica della cannabis, con oltre 100 cannabinoidi identificati, incluso il ruolo modulatore del CBD.
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