Negli ultimi anni, città e periferie italiane stanno assistendo a un fenomeno sempre più evidente: la crescente presenza di fauna selvatica in ambienti urbani.

Cinghiali nei parchi cittadini, volpi tra i cassonetti, uccelli migratori nei canali artificiali e persino caprioli che attraversano le strade periferiche al calare del sole.

Un quadro che, se da un lato incuriosisce e talvolta diverte i cittadini, dall’altro apre scenari preoccupanti in termini di sanità pubblica e diffusione di malattie.

L’adattamento della fauna selvatica alla vita urbana è favorito da molteplici fattori: l’abbandono delle campagne, l’espansione degli insediamenti umani, la disponibilità di cibo nei rifiuti e la ridotta presenza di predatori.

Tuttavia, la convivenza sempre più stretta tra uomo e animali selvatici può rompere equilibri ecologici delicati e favorire la trasmissione di patogeni, specialmente attraverso vettori come zanzare e altri insetti.

Un esempio emblematico è rappresentato dal virus del Nilo Occidentale (West Nile virus), trasmesso principalmente dalla zanzara Culex pipiens.

Uccelli selvatici come corvidi, aironi e altri volatili fungono da serbatoio del virus, e la loro crescente presenza in ambienti cittadini accresce le probabilità che il ciclo virale si completi nelle aree urbanizzate, aumentando il rischio per la popolazione.

I dati epidemiologici degli ultimi anni confermano questa tendenza: regioni come Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, caratterizzate da una forte commistione tra aree rurali e urbane, hanno registrato un numero crescente di casi umani di infezione da virus del Nilo.

In alcune zone, le amministrazioni locali sono già corse ai ripari con piani di sorveglianza entomologica, disinfestazioni mirate e campagne di sensibilizzazione sulla prevenzione delle punture di zanzara.

Ma non si tratta solo del virus del Nilo. La coabitazione con la fauna selvatica può contribuire anche alla diffusione di altre malattie zoonotiche, come la leptospirosi, la toxoplasmosi o l’encefalite da zecche.

La gestione del fenomeno richiede un approccio integrato, che coinvolga enti sanitari, istituzioni ambientali e cittadini, in una logica di prevenzione e monitoraggio continuo.

 

Cosa ci si può aspettare nei prossimi mesi?

I dati complessivi a livello nazionale non indicano un aumento anomalo di casi rispetto alle stagioni precedenti.

Tuttavia, si registra una maggiore diffusione geografica delle aree interessate: quest’anno, in particolare, i focolai più attivi si concentrano nel Centro-Sud Italia, con segnalazioni in provincia come Latina, Anzio-Nettuno e Caserta, mentre la Pianura Padana sembra meno colpita.

In passato, si è osservata una crescita dei casi verso la fine di luglio e agosto, seguita da un calo progressivo a settembre.

Benchè non si tratti di una regola fissa, questo andamento è stato ricorrente negli anni recenti.

Tuttavia, i cambiamenti climatici e l’anticipo delle ondate di calore potrebbero alterare tale schema, rendendo più imprevedibile l’evoluzione della trasmissione.

Fino a oggi, le zone più colpite sono state quelle rurali e interne, sia al Nord che al Centro-Sud. Tuttavia, si sono verificati anche casi isolati in zona costiera.

Finora, le aree urbane non sono state significativamente coinvolte, nonostante il rischio teorico esista.

Nei centri abitati, infatti, le zanzare tendono a pungere più frequentemente gli esseri umani rispetto agli uccelli, rompendo il ciclo naturale del virus.

Tuttavia, esistono precedenti preoccupanti: nel 1996 a Bucarest e nel 1999 a New York si sono verificati focolai urbani importanti, legati a zone densamente popolate e vicine a ambienti con acqua ferma, dove prosperano le zanzare.

La presenza di un’alta densità di insetti vettori in tali contesti può favorire la trasmissione all’uomo. Non è detto che accadrà anche qui, ma è fondamentale non abbassare la guardia.

 

È possibile prevedere l’andamento futuro?

Le dinamiche di diffusione di questi virus sono estremamente complesse e influenzate da molteplici fattori.

Secondo il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie di Atlanta (CDC), l’indicatore più affidabile per anticipare un’epidemia è il prodotto tra la densità delle zanzare e la percentuale di insetti infetti. In Italia, finora, la presenza del virus nelle zanzare è stata relativamente bassa.

Per questo motivo, pur senza cibo allarmi ingiustificati, è fondamentale proseguire con il monitoraggio attento dei focolai, sorvegliare le aree limite e rilevare tempestivamente nuovi casi umani o animali positivi, come già stanno facendo diverse regioni.

Nelle ultime ore sono stati confermati altri due decessi legati al virus del Nilo, sia nelle zone di Latina che Caserta, portando il totale a tre vittime.

Si tratta di persone anziane o con patologie preesistenti. Il tasso di letalità, apparentemente elevato, va interpretato con attenzione: la maggior parte dei casi diagnosticati sono quelli più gravi, con coinvolgimento del sistema nervoso.

I casi lievi o asintomatici, che rappresentano la maggioranza, spesso non vengono rilevati, portando a una sovrastima della gravità complessiva.

L’aumento dell’attenzione sul virus del Nilo, trasmesso dalle zanzare del genere Culex in un ciclo che coinvolge gli uccelli come serbatoi principali, ha riacceso il dibattito sul rischio di malattie trasmesse da insetti.

In parallelo, si è assistito a un incremento di casi locali di altre infezioni virali, come chikungunya e dengue, in diversi paesi europei.

Va precisato che molti dei casi segnalati nei media riguardano persone infettate all’estero, in aree endemiche. I casi autoctoni – ovvero contratti sul territorio europeo – sono molto meno numerosi.

Per quanto riguarda il chikungunya, in Francia meridionale si sono registrati circa quaranta casi locali, mentre in Italia se ne è confermato uno, forse dovuto.

Questi focolai francesi potrebbero essere legati all’arrivo del virus dalle isole di Réunion e Mayotte, dove è in corso un’epidemia.

Sia il chikungunya che la dengue si trasmettono da persona a persona attraverso la zanzara tigre ( Aedes albopictus ).

La presenza di un individuo infetto in un’area con alta densità di questo inserto può innescare una catena di trasmissione.

L’Italia non è nuova a queste situazioni: nel 2007 e nel 2017 si sono verificati focolai locali, rispettivamente con circa 200 e 500 casi, poi contenuti grazie a interventi tempestivi.

Anche per la dengue, sebbene siano stati segnalati solo tre casi autoctoni, si sono registrati piccoli focolai negli ultimi anni, con circa 200 casi in uno di questi episodi, tutti comunque circoscritti in tempi brevi.

A differenza del virus del Nilo, che può persistere negli uccelli e ripresentarsi stagionalmente, chikungunya e dengue difficilmente potranno stabilizzarsi in modo endemico in paesi con clima temperato, a meno che non si verifichino cambiamenti climatici significativi che allunghino la stagione calda e umida.

L’elemento più rilevante oggi non è tanto il clima, quanto la globalizzazione: il movimento rapido di persone e il trasporto accidentale di vettori permettono ai virus di raggiungere nuove aree in poche ore.

L’Italia, con la sua combinazione di clima favorevole in alcune stagioni, presenza di vettori e intensa mobilità umana, si trova in una condizione particolare: un paese che, per alcuni mesi all’anno, presenta caratteristiche simili a quelle tropicali, esponendosi a rischi epidemiologici nuovi e in continua evoluzione.