Alcune sostanze che si formano durante la disinfezione dell’acqua potabile potrebbero essere associate a un aumento moderato del rischio di tumore dell’utero.
È quanto emerge da una nuova analisi prospettica pubblicata su JAMA Network Open, i cui risultati richiedono tuttavia un’interpretazione prudente: lo studio identifica un’associazione epidemiologica, ma non dimostra che tali composti provochino direttamente il cancro [1].
Che cosa sono i sottoprodotti della disinfezione
La disinfezione dell’acqua rappresenta una misura essenziale per prevenire la diffusione di microrganismi patogeni. Quando il cloro o altri disinfettanti reagiscono con la materia organica naturalmente presente nell’acqua, possono però formarsi centinaia di composti secondari.
Tra quelli maggiormente monitorati rientrano:
- i trialometani totali, indicati con la sigla TTHM;
- gli acidi aloacetici, indicati complessivamente come HAA5;
- il cloroformio e altri trialometani bromurati.
Alcuni di questi composti hanno mostrato, negli studi sperimentali, proprietà citotossiche, genotossiche o potenzialmente interferenti con il sistema endocrino.
Queste osservazioni rendono biologicamente plausibile un possibile coinvolgimento nella carcinogenesi, ma non costituiscono una prova clinica di causalità [1,3].
Lo studio sulle insegnanti californiane
I ricercatori hanno utilizzato i dati del California Teachers Study, una coorte prospettica avviata nel 1995-1996. L’analisi ha incluso 53.100 donne senza precedenti diagnosi oncologiche e senza isterectomia, residenti da almeno dieci anni allo stesso indirizzo e servite da un acquedotto pubblico.
L’esposizione è stata stimata collegando l’indirizzo delle partecipanti ai dati storici sulla qualità dell’acqua forniti dai sistemi idrici locali.
Sono state calcolate le concentrazioni medie di trialometani, acidi aloacetici, nitrati, arsenico e uranio. Le partecipanti sono state seguite fino alla fine del 2020.
Nel corso del follow-up sono stati registrati 1.038 tumori uterini, dei quali 864 di tipo endometrioide e 154 non endometrioidi [1].
Un aumento relativo del rischio del 18%
Le donne appartenenti al terzo superiore della distribuzione dell’esposizione ai trialometani totali, con concentrazioni medie pari o superiori a circa 15,6 microgrammi per litro, presentavano un rischio relativo di tumore uterino superiore del 18% rispetto alle donne nella fascia di esposizione più bassa.
L’hazard ratio era pari a 1,18, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 1,02 e 1,38. Per i tumori endometrioidi l’associazione risultava leggermente più marcata, con un aumento relativo del 23%: HR 1,23; IC 95% 1,05-1,46 [1].
La distinzione tra rischio relativo e rischio assoluto è decisiva. Un incremento relativo del 18% non significa che il 18% delle donne esposte svilupperà un tumore.
Lo studio non fornisce una stima direttamente trasferibile del numero assoluto di casi attribuibili all’esposizione nella popolazione generale.
Inoltre, per l’incidenza complessiva del tumore uterino, il test statistico relativo all’andamento progressivo tra i livelli di esposizione era marginale, con un valore di P pari a 0,06. Il segnale era più consistente per il sottotipo endometrioide.
Il dato sugli acidi aloacetici
Le concentrazioni più elevate di HAA5 sono state associate a un aumento del rischio dei tumori non endometrioidi, forme meno frequenti ma generalmente più aggressive.
Nel gruppo con la maggiore esposizione, l’hazard ratio era pari a 1,86 rispetto al gruppo meno esposto. L’intervallo di confidenza, tuttavia, era ampio — da 1,06 a 3,25 — e l’analisi era basata su un numero limitato di casi: 35 nel terzo superiore contro 19 nel terzo inferiore [1].
Questo risultato costituisce quindi un segnale da approfondire, non una stima definitiva. Gli stessi autori raccomandano cautela perché i dati storici relativi agli acidi aloacetici erano meno completi di quelli disponibili per i trialometani.
Nessuna associazione con arsenico, nitrati e uranio
Un elemento poco valorizzato nei titoli giornalistici è l’assenza di associazioni statisticamente significative tra tumore uterino e concentrazioni di:
- arsenico;
- nitrati;
- uranio.
Parlare genericamente di “contaminanti dell’acqua” rischia quindi di attribuire a tutte le sostanze esaminate un effetto che lo studio ha rilevato soltanto per alcuni sottoprodotti della disinfezione [1].
Un precedente studio aveva rilevato un segnale simile
I risultati californiani non sono completamente isolati. Nel 2022, un’analisi dell’Iowa Women’s Health Study aveva osservato un aumento del rischio di carcinoma endometriale tra le donne in postmenopausa esposte alle concentrazioni più elevate di trialometani e HAA5.
Nel confronto tra il livello di esposizione più elevato e quello più basso, lo studio dell’Iowa aveva rilevato hazard ratio pari a 2,19 per i trialometani totali e a 1,84 per gli acidi aloacetici [2].
La nuova ricerca rafforza quindi un segnale già emerso in un’altra popolazione. Rimane però una base epidemiologica ancora limitata: si tratta essenzialmente di due grandi studi prospettici, insufficienti da soli a stabilire una relazione causale.
I principali limiti
L’esposizione non è stata misurata direttamente nell’organismo delle partecipanti. È stata attribuita sulla base dell’indirizzo di residenza e delle concentrazioni medie registrate dall’acquedotto.
I ricercatori non disponevano di informazioni precise su:
- quantità di acqua effettivamente consumata;
- uso di acqua in bottiglia o di sistemi di filtrazione;
- esposizione sul luogo di lavoro;
- variazioni individuali dovute a docce e bagni;
- esposizioni precedenti al 1990;
- eventuali trasferimenti o cambiamenti nelle abitudini personali.
La popolazione era inoltre costituita prevalentemente da insegnanti, con un livello medio di istruzione e una condizione socioeconomica superiori a quelli della popolazione generale. Questo limita la generalizzabilità dei risultati ad altri gruppi sociali e geografici [1].
Non può essere escluso neppure il confondimento residuo, nonostante gli aggiustamenti statistici per età, indice di massa corporea e fumo.
Che cosa significa per l’Italia
I risultati non possono essere trasferiti automaticamente agli acquedotti italiani. Le tecnologie di trattamento, le caratteristiche delle acque, le reti di distribuzione e i sistemi di monitoraggio possono differire sensibilmente da quelli californiani.
La normativa europea stabilisce per i trialometani totali un valore parametrico di 100 microgrammi per litro e specifica che gli Stati membri devono mirare a livelli inferiori quando ciò sia possibile senza compromettere l’efficacia della disinfezione [4].
Lo studio americano ha rilevato associazioni anche nelle analisi limitate a concentrazioni inferiori ai limiti normativi statunitensi. Questo dato non dimostra che gli attuali standard siano inadeguati, ma sostiene la necessità di nuove ricerche e di un monitoraggio continuo.
Non bisogna contrapporre disinfezione e sicurezza
La conclusione corretta non è che la clorazione debba essere abbandonata. Una disinfezione insufficiente aumenterebbe il rischio immediato di infezioni trasmesse dall’acqua.
L’obiettivo di sanità pubblica è ridurre la formazione dei sottoprodotti senza compromettere il controllo microbiologico, intervenendo sulla qualità delle fonti idriche, sulla rimozione della materia organica prima della disinfezione, sulle tecnologie di trattamento e sulla manutenzione delle reti.
Conclusioni
Lo studio documenta un’associazione moderata tra esposizione prolungata ad alcuni sottoprodotti della disinfezione e rischio di tumore uterino, soprattutto di tipo endometrioide. Un ulteriore segnale riguarda gli acidi aloacetici e le forme non endometrioidi, ma deriva da pochi casi e presenta un’elevata incertezza statistica.
Le evidenze sono coerenti con un precedente studio e con alcuni dati tossicologici, ma non permettono ancora di affermare che i trialometani o gli acidi aloacetici causino il tumore dell’utero.
Servono studi in popolazioni più diverse, misurazioni individuali dell’esposizione, biomarcatori biologici e analisi capaci di distinguere meglio gli effetti dei singoli composti e delle loro miscele.
Bibliografia
- Spaur M, Marcus Post L, Beane Freeman LE, et al. Drinking Water Contaminant Exposures and Risk of Uterine Cancer. JAMA Network Open. 2026;9(7):e2624391.
Consulta l’articolo su JAMA Network Open - Medgyesi DN, Trabert B, Sampson J, et al. Drinking Water Disinfection Byproducts, Ingested Nitrate, and Risk of Endometrial Cancer in Postmenopausal Women. Environmental Health Perspectives. 2022;130(5):057012.
Consulta l’articolo su PubMed
Consulta il testo completo su Environmental Health Perspectives - Abohashem S. Drinking Water Disinfection Byproducts and Uterine Cancer—A Modifiable Environmental Exposure Hiding in Plain Sight. JAMA Network Open. 2026;9(7):e2624398.
Consulta il commento editoriale su JAMA Network Open - Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea. Direttiva (UE) 2020/2184 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano.
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