La menopausa non si manifesta soltanto con vampate di calore, sudorazioni notturne e irregolarità mestruali. Durante la transizione menopausale possono comparire dolori muscolari e articolari, secchezza delle mucose, disturbi urinari, alterazioni del sonno e altri problemi meno immediatamente riconducibili alla riduzione della funzione ovarica.

Il punto decisivo, tuttavia, è evitare due errori opposti: ignorare sintomi realmente collegati alla menopausa oppure attribuire automaticamente agli ormoni qualsiasi disturbo insorto dopo i 45-50 anni.

Molti sintomi della menopausa sono infatti aspecifici. Possono dipendere dall’età, da farmaci, malattie metaboliche, patologie autoimmuni, disturbi dell’orecchio, problemi odontoiatrici o respiratori. Una nuova manifestazione clinica richiede quindi una valutazione proporzionata alla sua intensità, durata e modalità di comparsa.

Indice

  1. Dolori muscolari e articolari
  2. Sindrome genitourinaria della menopausa
  3. Secchezza della bocca e salute orale
  4. Acufene e perdita dell’udito
  5. Secchezza oculare e disturbi nasali
  6. Insonnia e apnea ostruttiva del sonno
  7. Ruolo e limiti della terapia ormonale
  8. Segnali che richiedono una valutazione medica

Sintomi della menopausa oltre le vampate

Estrogeni, progesterone e androgeni esercitano effetti che non si limitano all’apparato riproduttivo. I loro recettori sono presenti nel sistema nervoso, nell’osso, nei muscoli, nel tessuto connettivo, nell’apparato genitourinario e in diverse ghiandole esocrine.

Questo non significa, però, che qualsiasi disturbo insorto in menopausa sia causato direttamente dalla carenza estrogenica. La presenza di recettori ormonali dimostra una possibile influenza biologica, non un rapporto causale automatico.

Le linee guida della European Society of Endocrinology pubblicate nel 2025 raccomandano una valutazione individualizzata dei sintomi, dei fattori di rischio e delle eventuali controindicazioni prima di proporre trattamenti ormonali o non ormonali.

1. Dolori muscolari e articolari

Dolore articolare, rigidità, riduzione della forza, mal di schiena e perdita di massa muscolare sono frequentemente riferiti durante la perimenopausa e la postmenopausa.

Nel 2024 è stata proposta l’espressione “sindrome muscoloscheletrica della menopausa” per raggruppare artralgie, riduzione della massa muscolare, perdita ossea, alterazioni tendinee e maggiore vulnerabilità di legamenti e cartilagine. Si tratta, tuttavia, di una nuova cornice concettuale e non di una diagnosi riconosciuta nei principali sistemi classificativi internazionali. I dati del 70% di donne interessate e del 25% con sintomi invalidanti provengono dall’articolo che ha proposto questa nomenclatura, non da una stima epidemiologica definitiva.

Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2026 ha analizzato 37 studi osservazionali comprendenti 93.021 donne. Dolore muscolare o articolare era riferito dal 40% delle donne in premenopausa, dal 57% in perimenopausa e dal 59% in postmenopausa. Rispetto alla premenopausa, il rischio relativo risultava aumentato del 35% durante la perimenopausa e del 40% dopo la menopausa.

Gli autori hanno però rilevato un’elevata eterogeneità tra gli studi e una limitata identificazione delle cause specifiche del dolore. I risultati confermano quindi un’associazione, ma non dimostrano che ogni artralgia sia provocata direttamente dal calo degli estrogeni.

Dolori persistenti possono dipendere anche da artrosi, patologie reumatologiche, disturbi tiroidei, carenza di vitamina D, neuropatie, traumi o sovraccarico funzionale. L’esercizio contro resistenza, adattato alle condizioni individuali, dispone di evidenze più solide rispetto a integratori generici per preservare forza e massa muscolare nelle donne in menopausa.

Anche il possibile rapporto tra menopausa, estrogeni e capsulite adesiva — la cosiddetta “spalla congelata” — è ancora in fase di studio. Un recente studio pilota ha osservato una minore frequenza della condizione nelle utilizzatrici di terapia ormonale, ma il disegno osservazionale non consente di dimostrare un effetto preventivo. La capsulite deve essere valutata e trattata secondo i protocolli ortopedici e fisioterapici disponibili.

2. Sindrome genitourinaria della menopausa

La sindrome genitourinaria della menopausa, indicata con l’acronimo GSM, è una delle conseguenze più documentate della riduzione dell’attività estrogenica.

Può comprendere:

  • secchezza, bruciore o irritazione vulvovaginale;
  • dolore durante i rapporti;
  • piccole perdite di sangue dopo il rapporto;
  • riduzione dell’eccitazione o della risposta orgasmica;
  • bruciore durante la minzione;
  • urgenza e aumento della frequenza urinaria;
  • maggiore predisposizione alle infezioni urinarie ricorrenti.

Le stime di prevalenza variano sensibilmente a seconda della popolazione e dei criteri utilizzati. Il documento della Menopause Society del 2020 riporta percentuali comprese tra il 27% e l’84% delle donne in postmenopausa. La variabilità è così ampia perché non esiste ancora un unico insieme di sintomi indispensabile per formulare la diagnosi.

A differenza delle vampate, che in molte donne si attenuano nel tempo, i disturbi genitourinari tendono a persistere e possono peggiorare senza trattamento.

Per i sintomi lievi possono essere sufficienti lubrificanti durante i rapporti e idratanti vaginali utilizzati regolarmente. Nei quadri moderati o gravi possono essere valutati:

  • estrogeni vaginali a basso dosaggio;
  • prasterone o DHEA vaginale;
  • ospemifene per via orale;
  • terapia ormonale sistemica, quando indicata anche per altri sintomi.

Le linee guida urologiche del 2025 sostengono inoltre l’impiego degli estrogeni vaginali a basso dosaggio per ridurre la frequenza delle infezioni urinarie ricorrenti nelle donne in peri- e postmenopausa.

Affermare che gli estrogeni vaginali non abbiano “praticamente controindicazioni” è però troppo assoluto. Un sanguinamento vaginale non spiegato deve essere sempre indagato. Nelle donne con un precedente tumore mammario, soprattutto durante il trattamento con inibitori dell’aromatasi, la decisione deve essere condivisa con ginecologo e oncologo.

I dati osservazionali più recenti non hanno evidenziato un aumento della mortalità specifica per tumore mammario nelle utilizzatrici di estrogeni vaginali, ma non sostituiscono una valutazione individuale.

3. Secchezza della bocca e salute orale

La xerostomia è la sensazione soggettiva di avere la bocca secca. Può associarsi a una ridotta produzione di saliva, ma le due condizioni non coincidono necessariamente.

Le modificazioni ormonali della menopausa possono influenzare le ghiandole salivari, la mucosa orale e il microbiota. Alcune donne riferiscono secchezza, bruciore orale, alterazione del gusto o maggiore sensibilità gengivale. Le revisioni disponibili segnalano un’associazione plausibile, ma la qualità degli studi non permette di attribuire questi disturbi esclusivamente alla carenza estrogenica.

La secchezza della bocca può dipendere anche da:

  • antidepressivi, antistaminici e farmaci anticolinergici;
  • diabete;
  • sindrome di Sjögren e altre malattie autoimmuni;
  • disidratazione;
  • fumo e cannabis;
  • radioterapia del distretto testa-collo;
  • respirazione orale e apnea notturna.

I denti non sono ossa. Sono strutture mineralizzate costituite da smalto, dentina, cemento e polpa. La menopausa può invece influire sull’osso alveolare che sostiene i denti, soprattutto in presenza di osteoporosi o malattia parodontale.

Una meta-analisi del 2025 ha rilevato nelle donne in postmenopausa un indice di esperienza di carie mediamente più elevato rispetto ai controlli. L’associazione non dimostra però che la menopausa sia l’unica causa, poiché igiene orale, dieta, farmaci, flusso salivare e condizioni socioeconomiche possono contribuire al risultato.

Se la bocca secca persiste, sono indicati una revisione dei farmaci, una valutazione odontoiatrica e, quando necessario, esami per escludere malattie metaboliche o autoimmuni.

4. Acufene e perdita dell’udito

Nella coclea e nelle vie uditive sono presenti recettori estrogenici. Studi sperimentali e osservazionali suggeriscono che gli ormoni sessuali possano influenzare il flusso ematico cocleare, la funzione delle cellule ciliate e l’elaborazione centrale dei suoni.

Dopo la menopausa è stato osservato un peggioramento più rapido di alcuni parametri uditivi. Non è però possibile separare completamente l’effetto ormonale da quello dell’età, dell’esposizione al rumore, delle patologie cardiovascolari, del diabete e dei farmaci ototossici.

Il rapporto tra terapia ormonale e udito è ancora più incerto. Alcuni studi suggeriscono un possibile effetto protettivo, mentre altri riportano un peggioramento della sensibilità uditiva con determinate associazioni di estrogeni e progestinici. Una revisione biologica e clinica conclude che i risultati dei trattamenti ormonali sono contraddittori.

L’acufene non deve quindi essere considerato automaticamente un sintomo ormonale e la terapia ormonale non è un trattamento approvato per questo disturbo.

Un acufene improvviso, unilaterale, pulsante o associato a vertigini e riduzione dell’udito richiede una valutazione otorinolaringoiatrica. La perdita uditiva improvvisa costituisce un’urgenza clinica.

5. Secchezza oculare e disturbi nasali

La superficie oculare, le ghiandole lacrimali e le ghiandole di Meibomio rispondono agli ormoni sessuali. La secchezza oculare è più frequente con l’avanzare dell’età ed è riportata più spesso nelle donne.

La menopausa potrebbe contribuire attraverso un’alterazione dell’equilibrio tra estrogeni e androgeni, ma il meccanismo non è riconducibile semplicemente alla “mancanza di estrogeni”. Alcuni studi hanno persino associato determinate formulazioni di terapia ormonale a un peggioramento della funzione delle ghiandole di Meibomio. I dati non giustificano quindi la prescrizione della terapia ormonale per curare l’occhio secco.

Per alterazioni dell’olfatto, congestione nasale e rinosinusite le evidenze sono ancora più deboli. Esistono piccoli studi che hanno osservato differenze tra donne in età fertile e donne in postmenopausa, ma non è dimostrato che la terapia estrogenica migliori stabilmente la funzione nasale o olfattiva.

Una nuova perdita dell’olfatto deve essere valutata considerando infezioni virali, sinusite cronica, polipi, farmaci, fumo e patologie neurologiche.

6. Insonnia e apnea ostruttiva del sonno

Il sonno può peggiorare durante la transizione menopausale per effetto di vampate, sudorazioni notturne, ansia, depressione, dolore, sindrome delle gambe senza riposo o disturbi respiratori.

L’apnea ostruttiva del sonno diventa più frequente dopo la menopausa. Il fenomeno sembra dipendere dall’interazione tra invecchiamento, aumento del tessuto adiposo viscerale, cambiamenti anatomici delle vie aeree e riduzione degli effetti respiratori di estrogeni e progesterone.

Nelle donne l’apnea può presentarsi in modo meno tipico rispetto agli uomini. Non sono sempre presenti obesità marcata o russamento molto rumoroso. Possono prevalere:

  • insonnia;
  • sonno non ristoratore;
  • affaticamento diurno;
  • cefalea mattutina;
  • irritabilità o difficoltà di concentrazione;
  • risvegli frequenti;
  • necessità di urinare durante la notte.

Questionari come STOP-BANG possono stimare la probabilità di apnea, ma non formulano la diagnosi. La conferma richiede un esame strumentale: polisonnografia in laboratorio oppure monitoraggio cardiorespiratorio domiciliare in pazienti selezionate e senza condizioni cliniche complesse.

La terapia ormonale può migliorare la qualità soggettiva del sonno, soprattutto quando riduce vampate e sudorazioni notturne. Non sostituisce però la ventilazione a pressione positiva, i dispositivi mandibolari o gli altri trattamenti specifici dell’apnea ostruttiva.

7. Terapia ormonale: benefici reali e limiti

La denominazione oggi preferita è terapia ormonale della menopausa, o MHT. Il termine “terapia ormonale sostitutiva” resta diffuso, ma può suggerire erroneamente che tutte le donne debbano sostituire gli ormoni perduti.

La MHT è il trattamento più efficace per i sintomi vasomotori e può migliorare i disturbi genitourinari, la qualità del sonno e la qualità della vita. Previene inoltre la perdita ossea e riduce il rischio di fratture durante il trattamento.

Nelle donne sane e sintomatiche di età inferiore a 60 anni o entro circa dieci anni dall’ultima mestruazione, il rapporto tra benefici e rischi è generalmente favorevole, purché non siano presenti controindicazioni. Questa regola temporale non rappresenta però un’autorizzazione automatica: contano tipo di ormone, dose, via di somministrazione, durata, storia clinica e preferenze della paziente.

Nelle donne con utero, l’estrogeno sistemico deve generalmente essere associato a un progestogenico per proteggere l’endometrio. La prescrizione deve essere rivalutata periodicamente.

La terapia ormonale non dovrebbe invece essere presentata come trattamento dimostrato per:

  • acufene o perdita dell’udito;
  • xerostomia;
  • apnea ostruttiva del sonno;
  • rinite o perdita dell’olfatto;
  • dolore muscoloscheletrico cronico non diagnosticato.

Per queste manifestazioni le evidenze sono insufficienti, contraddittorie o prevalentemente osservazionali.

Quando rivolgersi al medico

La comparsa di un sintomo durante la menopausa non deve generare allarme, ma alcuni segnali richiedono approfondimento:

  • sanguinamento vaginale dopo la menopausa;
  • sangue dopo i rapporti;
  • infezioni urinarie ricorrenti o febbre;
  • dolore articolare con gonfiore, arrossamento o rigidità prolungata;
  • perdita improvvisa dell’udito;
  • acufene pulsante o presente in un solo orecchio;
  • perdita improvvisa o persistente dell’olfatto;
  • pause respiratorie durante il sonno;
  • eccessiva sonnolenza diurna;
  • secchezza della bocca associata a secchezza oculare intensa;
  • perdita di peso, febbre o stanchezza non spiegate.

Domande frequenti

I dolori articolari sono sempre causati dalla menopausa?

No. Durante la perimenopausa e la postmenopausa il dolore muscolare e articolare diventa più frequente, ma può dipendere anche da artrosi, malattie reumatiche, carenze nutrizionali, disturbi tiroidei o sovraccarico biomeccanico.

Gli estrogeni vaginali sono sicuri per tutte?

Sono generalmente efficaci e caratterizzati da un assorbimento sistemico ridotto, ma non devono essere prescritti senza valutare sanguinamenti non spiegati, storia oncologica e terapie in corso. Nelle donne con tumore mammario la decisione deve essere condivisa con gli specialisti.

La terapia ormonale cura l’apnea notturna?

No. Può migliorare il sonno quando sono presenti vampate e sudorazioni notturne, ma non è un trattamento specifico dell’apnea ostruttiva.

L’acufene può dipendere dalla menopausa?

È biologicamente plausibile che le variazioni ormonali influenzino l’udito, ma non è dimostrato che la menopausa sia una causa diretta di acufene. Prima di attribuirlo agli estrogeni devono essere escluse altre condizioni otologiche, vascolari o farmacologiche.

 


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