I tumori cutanei sono tra le neoplasie più diffuse a livello mondiale. Secondo l’International Agency for Research on Cancer, nel 2022 sono stati diagnosticati complessivamente più di 1,5 milioni di nuovi casi, compresi circa 330.000 melanomi.
Queste stime, probabilmente inferiori all’incidenza reale per la registrazione incompleta dei carcinomi cutanei, rendono la prevenzione dell’esposizione ultravioletta un obiettivo rilevante di sanità pubblica.
Una revisione pubblicata nel 2026 da Yolanda Gilaberte e collaboratori su Cancers ha esaminato le strategie più recenti di fotoprotezione: filtri solari ad ampio spettro, protezione dagli UVA, pigmenti contro la luce visibile, enzimi di riparazione del DNA, antiossidanti, nicotinamide e interventi specifici per le popolazioni più vulnerabili.
Il quadro complessivo indica che la fotoprotezione deve essere considerata un sistema integrato, non un singolo prodotto cosmetico.
La strategia più solida comprende:
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riduzione dell’esposizione nelle ore di maggiore irradiazione;
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ricerca dell’ombra;
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indumenti coprenti, cappelli e occhiali adeguati;
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creme solari ad ampio spettro sulle aree non coperte;
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divieto di ricorrere a lettini o lampade abbronzanti;
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controlli dermatologici proporzionati al rischio individuale.
La crema solare non deve quindi essere utilizzata per prolungare volontariamente la permanenza al sole.
Rappresenta l’ultimo livello di protezione delle superfici cutanee che non possono essere coperte con altri mezzi.
Quali tumori prevengono realmente le creme solari?
Cheratosi attiniche e carcinoma squamocellulare
Le prove più consistenti riguardano le cheratosi attiniche, considerate indicatori di danno solare cronico e possibili precursori del carcinoma squamocellulare cutaneo.
Studi randomizzati hanno mostrato che l’impiego regolare della protezione solare riduce la comparsa di nuove lesioni e può favorire la regressione di quelle già presenti.
Il beneficio è sufficientemente documentato anche per il carcinoma squamocellulare.
Nel trial australiano di Nambour, l’applicazione quotidiana della protezione solare ha diminuito l’incidenza di nuovi carcinomi squamocellulari; il vantaggio è rimasto osservabile anche negli anni successivi alla fase sperimentale.
Carcinoma basocellulare
Per il carcinoma basocellulare i risultati sono meno netti. Nello stesso programma sperimentale australiano non è emersa una riduzione statisticamente convincente dell’incidenza.
Una possibile spiegazione è che il carcinoma basocellulare possa dipendere anche da esposizioni intermittenti e intense avvenute molti anni prima, difficilmente modificabili da un intervento iniziato nell’età adulta. Questa interpretazione rimane, tuttavia, un’inferenza biologicamente plausibile e non una dimostrazione definitiva.
Melanoma
Il melanoma richiede una valutazione più prudente. Nel follow-up del trial di Nambour furono osservati 11 melanomi nel gruppo assegnato all’uso quotidiano della crema solare e 22 nel gruppo che la utilizzava discrezionalmente.
L’hazard ratio fu 0,50, ma l’intervallo di confidenza al 95% — 0,24-1,02 — comprendeva il valore di assenza di effetto e il risultato era al limite della significatività statistica.
Il dato rappresenta il più importante segnale sperimentale disponibile a favore della prevenzione del melanoma, ma il numero limitato di eventi e il fatto che il trial non fosse stato originariamente progettato con il melanoma come esito primario impediscono di quantificare il beneficio con la stessa sicurezza raggiunta per il carcinoma squamocellulare.
La conclusione scientificamente sostenibile è quindi la seguente: l’uso corretto e regolare di una crema solare ad ampio spettro è ragionevolmente associato a una riduzione del rischio di melanoma, ma l’entità dell’effetto rimane incerta.
Non esistono prove che la crema solare aumenti il rischio di melanoma quando è utilizzata correttamente; il problema nasce piuttosto dal suo possibile impiego come falsa autorizzazione a esporsi più a lungo.
Perché la protezione UVA è essenziale
Il fattore di protezione solare, o SPF, misura soprattutto la capacità di prevenire l’eritema provocato dai raggi UVB. Non descrive completamente la protezione dagli UVA, che penetrano più profondamente nella cute e contribuiscono al danno ossidativo, al fotoinvecchiamento e alla carcinogenesi.
Per questo motivo devono essere preferiti prodotti dichiarati ad ampio spettro e dotati di una protezione UVA proporzionata al valore SPF.
Un SPF molto elevato non garantisce automaticamente una protezione UVA altrettanto elevata.
Il ruolo della luce visibile
La luce visibile, soprattutto nelle lunghezze d’onda ad alta energia, può favorire stress ossidativo e alterazioni pigmentarie.
Le formulazioni colorate contenenti ossidi di ferro hanno mostrato un vantaggio nella prevenzione o nel trattamento di condizioni come melasma e iperpigmentazione post-infiammatoria.
Non è però ancora dimostrato che la protezione dalla luce visibile riduca l’incidenza di melanoma o carcinomi cutanei.
Presentarla come una componente “fondamentale” della prevenzione oncologica sarebbe prematuro. Le evidenze cliniche più robuste riguardano attualmente le discromie, non il cancro della pelle.
Enzimi di riparazione del DNA: risultati promettenti
Alcuni prodotti topici incorporano enzimi quali fotoliasi, endonucleasi o glicosilasi, con l’obiettivo di favorire la rimozione delle lesioni del DNA indotte dalle radiazioni ultraviolette.
Una revisione sistematica recente ha individuato nove studi randomizzati, rilevando riduzioni di biomarcatori molecolari del danno ultravioletto e possibili miglioramenti clinici delle cheratosi attiniche.
Tuttavia, gli studi utilizzavano formulazioni, durate ed esiti differenti, rendendo difficile stimare un effetto preventivo certo sull’incidenza dei tumori cutanei.
Questi preparati possono quindi essere considerati coadiuvanti promettenti, ma non sostituiscono i filtri solari, gli indumenti protettivi o la sorveglianza dermatologica.
Polypodium leucotomos: non è una “crema solare orale”
Gli estratti di Polypodium leucotomos possiedono proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Alcuni studi hanno osservato un aumento della dose minima di radiazione necessaria a produrre eritema dopo l’assunzione dell’estratto.
Uno studio clinico del 2025, tuttavia, ha incluso soltanto 27 partecipanti e ha valutato un endpoint surrogato a breve termine, non l’incidenza dei tumori cutanei.
Inoltre, un altro studio sperimentale ha rilevato una diminuzione dell’eritema senza una corrispondente riduzione misurabile del danno al DNA.
Non sono disponibili prove cliniche robuste che Polypodium leucotomos prevenga melanoma, carcinoma basocellulare o carcinoma squamocellulare.
Definirlo “fotoprotezione orale” può quindi essere fuorviante: l’eventuale impiego deve essere considerato esclusivamente aggiuntivo e non sostitutivo delle misure convenzionali.
Nicotinamide: efficacia circoscritta ai soggetti selezionati
La nicotinamide, una forma della vitamina B3, è stata studiata per il suo ruolo nel metabolismo energetico cellulare e nei processi di riparazione del DNA.
Nel trial ONTRAC, condotto su persone immunocompetenti con una storia recente di carcinomi cutanei multipli, la somministrazione di 500 mg due volte al giorno per 12 mesi ha ridotto del 23% il numero di nuovi tumori cutanei non melanomatosi durante il periodo di trattamento. Il beneficio non è risultato persistente dopo la sospensione.
Questo risultato non è automaticamente applicabile a tutte le persone esposte al sole. Il trial riguardava una popolazione ad alto rischio già colpita da tumori cutanei e non dimostra l’utilità della nicotinamide nella popolazione generale.
Ancora più rilevante è il risultato ottenuto nei trapiantati d’organo. Un trial controllato pubblicato nel 2023 sul New England Journal of Medicine non ha rilevato una riduzione significativa dei carcinomi cheratinocitari o delle cheratosi attiniche nei pazienti sottoposti a immunosoppressione cronica.
La nicotinamide può pertanto essere presa in considerazione soltanto in pazienti selezionati, dopo valutazione dermatologica. Non deve essere presentata come una misura universale né come un’alternativa alla fotoprotezione tradizionale.
Trapiantati: informazione e prevenzione personalizzate
I riceventi di trapianto d’organo presentano un rischio particolarmente elevato di carcinoma squamocellulare, legato all’interazione tra esposizione ultravioletta, durata dell’immunosoppressione, tipo di farmaco e caratteristiche individuali.
Uno studio del 2026 su 177 pazienti trapiantati ha rilevato una discreta conoscenza dei principi generali, ma lacune rilevanti riguardo ai rischi dell’abbronzatura, al significato dell’SPF e al riconoscimento dei segni di un possibile tumore cutaneo.
Le conoscenze erano inferiori in alcuni sottogruppi, tra cui uomini, trapiantati cardiaci e persone sottoposte a immunosoppressione da più di tre anni.
L’aderenza può essere migliorata mediante:
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educazione ripetuta e personalizzata;
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inserimento stabile del dermatologo nel percorso post-trapianto;
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istruzioni pratiche su quantità e riapplicazione della crema;
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disponibilità concreta di cappelli, indumenti e prodotti protettivi;
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comunicazione del rischio adattata a età, professione e terapia;
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esame periodico della cute e insegnamento dell’autoesame.
La sola consegna di materiale informativo è difficilmente sufficiente. Servono programmi continuativi, integrati nel follow-up trapiantologico.
Xeroderma pigmentoso: minimizzare ogni esposizione evitabile
Lo xeroderma pigmentoso è una rara malattia genetica caratterizzata da un difetto dei meccanismi di riparazione del DNA danneggiato dalle radiazioni ultraviolette. In questi pazienti anche esposizioni modeste possono produrre danni cumulativi e tumori cutanei in età molto precoce.
Il trial XPAND ha valutato un intervento personalizzato basato su tecniche psicologiche di modificazione del comportamento. Pur essendo stato condotto su un numero molto limitato di adulti, l’intervento ha ridotto la dose di radiazione ultravioletta che raggiungeva il volto e ha migliorato l’aderenza alle misure protettive.
Anche la sorveglianza strumentale può migliorare la gestione. Una serie osservazionale brasiliana di 12 pazienti seguiti per 12 anni ha suggerito che la mappatura corporea, la dermoscopia digitale e la microscopia confocale possano anticipare la diagnosi del melanoma e ridurre le escissioni di lesioni benigne.
Il campione estremamente ridotto non permette, tuttavia, di stimare l’effetto sulla mortalità o di generalizzare i risultati a tutti i pazienti con xeroderma pigmentoso.
Quali biomarcatori possono essere utilizzati?
I principali indicatori molecolari del danno ultravioletto comprendono:
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dimeri di pirimidina ciclobutano, o CPD;
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fotoprodotti 6-4;
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marcatori di stress ossidativo;
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mutazioni caratteristiche della radiazione UV.
Questi parametri sono utilizzati soprattutto nella ricerca e non costituiscono ancora biomarcatori standardizzati per il monitoraggio clinico quotidiano.
Nella pratica, gli strumenti più immediatamente utili sono i dosimetri UV indossabili, i diari delle misure protettive, la documentazione fotografica seriale e la sorveglianza dermoscopica. Essi non misurano direttamente la riparazione molecolare del DNA, ma permettono di stimare l’esposizione realmente ricevuta e di individuare precocemente nuove lesioni.
Albinismo: rischio aggravato dalle disuguaglianze
Nell’albinismo, la produzione ridotta o assente di melanina limita la protezione naturale dai raggi ultravioletti. Il rischio può diventare particolarmente elevato nelle regioni caratterizzate da forte irradiazione solare, attività lavorative all’aperto e scarso accesso a creme, indumenti protettivi e assistenza dermatologica.
Nei Paesi dell’Africa subsahariana, i tumori cutanei costituiscono una delle principali cause di malattia e morte nelle persone con albinismo.
Le forme più frequenti sono i carcinomi squamocellulari e basocellulari, spesso diagnosticati in età molto più giovane rispetto alla popolazione generale.
La prevenzione deve comprendere la disponibilità continuativa di prodotti protettivi, indumenti adatti al clima, educazione familiare e scolastica, controlli dermatologici e accesso tempestivo alla biopsia delle lesioni sospette.
La fotofobia e le alterazioni visive richiedono inoltre una valutazione oftalmologica e ausili ottici individualizzati. Questi interventi migliorano la funzionalità visiva, ma devono essere distinti dalle misure destinate alla prevenzione oncologica cutanea.
Lavoratori all’aperto: la protezione è responsabilità organizzativa
Le radiazioni ultraviolette solari sono classificate dalla IARC come cancerogene per l’uomo. Agricoltori, pescatori, lavoratori dell’edilizia, addetti alla viabilità e altre categorie che trascorrono molte ore all’aperto possono accumulare dosi elevate durante l’intera vita professionale.
Le revisioni disponibili rilevano un aumento del rischio di cheratosi attiniche e carcinomi cutanei, soprattutto squamocellulari.
La prevenzione non può essere affidata esclusivamente al comportamento del lavoratore. Deve comprendere:
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pianificazione delle attività evitando, quando possibile, le ore di massima intensità UV;
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realizzazione di zone ombreggiate;
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pause protette;
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divise e dispositivi adeguati;
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fornitura gratuita della crema solare;
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formazione periodica;
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sorveglianza sanitaria delle categorie maggiormente esposte.
Questa gerarchia degli interventi è coerente con le indicazioni di prevenzione occupazionale: prima vengono le misure organizzative e fisiche, poi la protezione individuale.
Lupus: fotoprotezione necessaria, ma per una ragione diversa
Il lupus eritematoso sistemico non deve essere assimilato alle condizioni caratterizzate principalmente da un aumento del rischio oncologico cutaneo.
In questo caso la fotoprotezione è raccomandata soprattutto perché le radiazioni ultraviolette possono indurre o aggravare manifestazioni cutanee fotosensibili e, in alcuni pazienti, contribuire all’attivazione della malattia.
Le raccomandazioni EULAR sulle misure non farmacologiche nel lupus includono esplicitamente la protezione dalla luce solare. Anche i materiali clinici dell’American College of Rheumatology consigliano di evitare l’esposizione eccessiva, utilizzare indumenti protettivi e applicare creme solari ad ampio spettro.
La fotoprotezione nel lupus è quindi una componente della gestione della fotosensibilità e dell’attività clinica, non una strategia di prevenzione del cancro specificamente dimostrata per questa popolazione.
Quanto è efficace la protezione solare contro il melanoma?
La risposta più rigorosa è: probabilmente efficace, ma con un livello di certezza inferiore rispetto alla prevenzione delle cheratosi attiniche e del carcinoma squamocellulare.
L’unico grande trial randomizzato con follow-up sul melanoma ha indicato una riduzione vicina al 50%, ma con pochi eventi e un intervallo di confidenza compatibile anche con un beneficio molto più modesto.
Gli studi osservazionali sono difficili da interpretare perché chi utilizza più spesso la crema solare può anche trascorrere più tempo al sole.
Il dato non giustifica né l’affermazione che le creme solari “impediscano” il melanoma né quella opposta secondo cui sarebbero inutili.
La prevenzione più razionale resta una combinazione di riduzione dell’esposizione, indumenti, ombra e uso corretto di un prodotto ad ampio spettro.
Conclusioni
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L’uso quotidiano della protezione solare riduce con maggiore certezza cheratosi attiniche e carcinoma squamocellulare.
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Per melanoma e carcinoma basocellulare esistono segnali favorevoli, ma una quantificazione meno sicura del beneficio.
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La protezione UVA è essenziale; il vantaggio oncologico della schermatura dalla luce visibile non è ancora dimostrato.
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Enzimi di riparazione del DNA e Polypodium leucotomos sono interventi sperimentali o aggiuntivi, non sostitutivi.
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La nicotinamide ha mostrato efficacia in soggetti immunocompetenti ad alto rischio, ma non in un trial randomizzato sui trapiantati.
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Trapiantati, persone con xeroderma pigmentoso o albinismo e lavoratori all’aperto richiedono programmi intensivi e personalizzati.
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Nel lupus la fotoprotezione serve principalmente a prevenire manifestazioni fotosensibili e possibili riacutizzazioni.
Tabella delle principali fonti
| Autore/anno | Articolo | Rivista | Impact Factor disponibile* | Contributo |
|---|---|---|---|---|
| Gilaberte et al., 2026 | Photoprotection for Skin Cancer: What’s New | Cancers | 4,8 | Revisione generale di filtri, UVA, luce visibile e strategie aggiuntive |
| Green et al., 2011 | Reduced Melanoma After Regular Sunscreen Use | Journal of Clinical Oncology | n.d. | Follow-up randomizzato sull’incidenza del melanoma |
| Chen et al., 2015 | A Phase 3 Randomized Trial of Nicotinamide for Skin-Cancer Chemoprevention | New England Journal of Medicine | 84,5 | Efficacia nei soggetti immunocompetenti ad alto rischio |
| Allen et al., 2023 | Nicotinamide for Skin-Cancer Chemoprevention in Transplant Recipients | New England Journal of Medicine | 84,5 | Mancata efficacia dimostrata nei trapiantati |
| Walburn et al., 2025 | XPAND Randomized Controlled Trial | British Journal of Dermatology | 8,2 | Miglioramento dell’aderenza alla fotoprotezione nello xeroderma pigmentoso |
| Freire et al., 2025 | Xeroderma Pigmentosum: A 12-Year Experience… | Rivista dermatologica specialistica | n.d. | Sorveglianza mediante dermoscopia e microscopia confocale |
| Wiedenmayer et al., 2026 | Knowledge Gaps on Skin Cancer and Sun Protection… | Acta Dermato-Venereologica | 3,7 | Lacune informative nei riceventi di trapianto |
| Matei et al., 2025 | DNA Repair Enzymes for Actinic Keratoses and Keratinocyte Cancer | Rivista dermatologica peer-reviewed | n.d. | Revisione sistematica degli enzimi di riparazione del DNA |
*I valori riportati sono quelli pubblicamente verificabili per le più recenti edizioni disponibili del Journal Citation Reports o sulle pagine ufficiali delle riviste. L’Impact Factor è una metrica della rivista e non certifica, da solo, la qualità metodologica del singolo studio.
Bibliografia
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Gilaberte Y, et al. Photoprotection for Skin Cancer: What’s New. Cancers. 2026;18(4):634.
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International Agency for Research on Cancer. Skin cancer: global burden and prevention.
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Green AC, et al. Reduced melanoma after regular sunscreen use: randomized trial follow-up. J Clin Oncol. 2011.
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Green A, et al. Daily sunscreen application in the prevention of basal-cell and squamous-cell carcinomas. Lancet. 1999.
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Thompson SC, et al. Reduction of solar keratoses by regular sunscreen use. N Engl J Med. 1993.
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Chen AC, et al. A phase 3 randomized trial of nicotinamide for skin-cancer chemoprevention. N Engl J Med. 2015.
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Allen NC, et al. Nicotinamide for skin-cancer chemoprevention in transplant recipients. N Engl J Med. 2023.
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Matei MC, et al. DNA repair enzymes for actinic keratoses and keratinocyte cancer. Systematic review, 2025.
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Hussain A, et al. Effectiveness of an oral supplement containing Polypodium leucotomos. 2025.
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Wiedenmayer N, et al. Knowledge gaps on skin cancer and sun protection in organ transplant recipients. Acta Derm Venereol. 2026.
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Walburn J, et al. A personalized adherence intervention improves photoprotection in adults with xeroderma pigmentosum. Br J Dermatol. 2025.
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Freire JG, et al. Xeroderma pigmentosum: a 12-year experience in digital dermoscopy and reflectance confocal microscopy. 2025.
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EULAR. Recommendations for non-pharmacological management of systemic lupus erythematosus. Ann Rheum Dis. 2024.
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IARC. Albinism Research Network.
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CDC–NIOSH. Sun exposure at work: prevention for outdoor workers.